Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Tocca ad Alain Juppé?

Michele Marchi - 29.10.2016

Quindi sarà Alain Juppé a vincere le primarie del centro-destra francese? E di conseguenza avrà ottime possibilità di diventare l’ottavo presidente della Quinta Repubblica francese?

Almeno cinque elementi possono realisticamente far pensare ad un successo del sindaco di Bordeaux alle primarie di fine novembre, così da proiettarlo poi con ottime possibilità verso la vittoria alle presidenziali della primavera 2017.

Il primo dato è quello dei sondaggi. Juppé è costantemente in testa e, anche dopo l’avvio della campagna del suo competitor più temibile, l’ex presidente Sarkozy, questo trend non è mutato. Dopo alcune settimane di lieve flessione, i punti di distanza tra Juppé e Sarkozy si sono attestati sui 10-12, a suo favore. Si può dissentire sul valore di questi sondaggi, ma non si può discutere il fatto che la “dinamica” sia tutta a suo favore.

Un secondo dato importante è quello del numero degli eletti della destra e del centro che lo sostengono. Anche qui il trend è in aumento costante. Sono oltre seicento tra deputati ed eletti locali e il significato politico è evidente: si sceglie di stare accanto a chi oggi può offrire più garanzie di ri-elezione futura. Peraltro molti deputati di peso stanno sfilandosi dal campo di Sarkozy per avvicinarsi a quello che presumono sarà il “carro del vincitore”. leggi tutto

Macron parte seconda: pronti al decollo? O molto rumore per nulla?

Michele Marchi - 10.09.2016

In un commento apparso a fine aprile su queste colonne (http://www.mentepolitica.it/articolo/tutti-pazzi-per-macron/869 ), ci si chiedeva come sarebbe andata a finire tra il “presidente indolente” e il “ministro insolente”, cioè tra François Hollande e il suo ministro dell’economia Emmanuel Macron. Ebbene a quattro mesi e mezzo circa di distanza una risposta a quel quesito, seppur provvisoria, la si può dare. Macron ha preso una decisione e ha consegnato nelle mani del presidente le sue dimissioni. La tensione tra i due era oramai divenuta insostenibile e il meeting pubblico del suo nuovo movimento politico En Marche! a metà luglio è stato davvero l’ultima provocazione. Solo i tragici eventi di Nizza hanno poi ritardato un divorzio già certo prima della pausa estiva.

Dunque anche Macron abbandona la “zattera dell’Eliseo”. Ancora una volta un ministro dell’Economia, dopo le dimissioni a agosto 2014 di Arnaud Montebourg, che lascia la squadra di quello che assomiglia sempre più ad un “naufrago alla deriva”. In realtà le dimissioni di Macron sono piuttosto differenti, sia perché il giovane ex banchiere esiste politicamente solo grazie ad Hollande, sia perché in realtà questa uscita è stata soft, senza grandi proclami e senza particolare acrimonia. Le prime due domande da porsi sono proprio queste: perché ha scelto leggi tutto

Ventotene e lo stato di “debolezza comune”

Michele Marchi - 27.08.2016

E’ evidente che con la scelta di Ventotene per il secondo vertice a tre (Francia, Germania, Italia) del dopo Brexit, Matteo Renzi ha cercato il gesto simbolico e ad effetto. Come hanno spiegato autorevoli opinionisti (tra i migliori i contributi quello di Giovanni Belardelli Un’Europa concreta con obiettivi chiari su Il Corriere della Sera del 15 agosto scorso e di Piero Graglia *) non ha molto senso comparare l’attuale situazione del processo di integrazione europea e i momenti bui del 1941 quando in esilio forzato sull’isola pontina, una pattuglia di antifascisti guidata da Altiero Spinelli, immaginava un’Europa unita e liberata dal giogo nazifascista. Ben poco di quell’anelito utopico e visionario si è concretizzato nelle successive formule della Ceca, della Cee e dell’Ue. Ma affermare questo non significa sottostimare l’importanza di quel momento e di quello scritto. Esserne consapevoli aiuta a ricordare quanto in politica, ieri come oggi, i simboli siano decisivi. E di conseguenza i tre mazzi di fiori deposti da Hollande, Merkel e Renzi sulla tomba di Spinelli possono rappresentare un passaggio importante, a patto che prefigurino davvero un nuovo inizio.

E un ipotetico nuovo inizio non può prescindere da una netta cesura rispetto alla condotta tenuta perlomeno nell’ultimo decennio leggi tutto

La scomparsa di Michel Rocard e le difficoltà del socialismo francese

Michele Marchi - 23.07.2016

Con la morte di Michel Rocard, il 2 luglio scorso, se ne va una parte importante della storia del socialismo francese e più in generale della sinistra europea. Al momento della commemorazione ufficiale agli Invalides, il presidente della Repubblica François Hollande non ha esitato a polemizzare più o meno direttamente con il suo Primo ministro Manuel Valls. Cosa aveva dichiarato nelle ore successive alla morte di quello che, a ragione (Valls è stato giovane collaboratore di Rocard a Matignon, tra il 1988 e il 1991), egli considera il suo padre politico? Aveva definito Rocard il simbolo, l’ emblema del carattere non conciliabile delle due “sinistre” francesi. Al contrario Hollande, nel suo elogio funebre, ha presentato lo stesso Rocard come personaggio politico di grande statura, cosciente della necessità di un’unione fra “première” e “deuxième gauche”, per poter garantire alla sinistra il governo del Paese.

La lunghissima parabola politica di Michel Rocard e nel complesso la storia della sinistra non comunista francese nel post Seconda guerra mondiale è ben riassunta da questa polemica a distanza tra Hollande e Valls.

Prima di avanzare qualche considerazione è necessario ripercorre le principali tappe della carriera politica di Rocard. Prima di tutto bisogna ricordare leggi tutto

Europa tra Brexit e “balcanizzazione” interna

Michele Marchi - 29.06.2016

Sarebbe davvero ingeneroso affermare che il recente voto referendario britannico sia la causa di tutti i mali europei. Scegliendo il “leave” la maggioranza degli abitanti del Regno Unito non ha fatto altro che strappare il velo di quell’ipocrisia che, almeno da oltre un ventennio, caratterizza la condotta dell’Unione europea. Il voto per Brexit ha dunque il significato di “disvelamento” di una crisi di lungo periodo. E allo stesso tempo suona come l’ultima chiamata per ripensare, e di conseguenza, ricostruire quell’Unione del XXI secolo ad oggi ancora latitante.

È forse superfluo ricordarlo, ma la scelta del popolo sovrano britannico elimina qualsiasi alibi rispetto all’inazione dei principali leader dell’Europa continentale. Una volta che Londra avrà avviato le procedure per l’uscita e questa si sarà concretizzata, sarà difficile, come troppe volte accaduto, accreditare la teoria dell’impossibile avanzamento sul fronte dell’integrazione a causa del ruolo di frenatore svolto da Londra. Se tutto andrà come previsto, in due anni l’Europa sarà ufficialmente composta da 27 Paesi che non potranno imputare i loro insuccessi al riottoso ed oramai ex-membro britannico.

Il punto è ancora una volta di natura storica. Il processo d’integrazione, almeno quello tradizionale che deve quasi tutto a Jean Monnet, si è concluso nel 1992 a Maastricht. Cioè l’idea di un’Europa sempre più integrata, leggi tutto

Hollande e un nuovo passo falso: è il turno della Loi Travail

Michele Marchi - 01.06.2016

È possibile condensare in una riforma l’insieme degli errori e delle contraddizioni di un intero mandato presidenziale? Sembrerebbe impossibile, ma l’attuale crisi che ruota attorno alla Loi Travail (ribattezzata Jobs Act alla francese), è il condensato di una serie di passi falsi politici e di metodo che costituiscono la vera peculiarità dell’esperienza di François Hollande all’Eliseo.

Due dati incontrovertibili sono alla base del ragionamento. Come di recente ha nuovamente mostrato la quarta edizione dell’interessante inchiesta Fractures françaises (realizzata in collaborazione da Le Monde, Sciences Po e Fondation Jean Jaurès) i francesi si autopercepiscono in profondo declino (economico ma non solo), si sentono sempre più minacciati dalla globalizzazione e considerano il processo d’integrazione europeo sempre meno efficace come “barriera protettiva”. La vera novità è che questa diffusa insofferenza non è più solo prerogativa delle classi popolari, ma ha conquistato il ceto medio e fa proseliti anche tra le élites ad alto livello di scolarizzazione e di reddito. Il secondo dato da non trascurare riguarda il livello di fiducia e di sostegno dei quali Hollande e il suo Primo ministro possono godere. Nel primo caso oggi siamo attorno al 15% di cittadini soddisfatti. Il suo Primo ministro, leggi tutto

Tutti pazzi per Macron?

Michele Marchi - 28.04.2016

Nella Francia socialista del declinante François Hollande sembra nascere una nuova stella e si chiama Emmanuel Macron. Ministro dell’Economia dall’agosto 2014 Macron ha, in un primo momento, rappresentato la svolta social-liberale dell’attuale inquilino dell’Eliseo. Da quell’estate 2014, il giovane ed ambizioso enarca, ha però anche avviato una sua personale strategia che il 6 aprile scorso ha fatto segnare un nuovo salto di qualità con il lancio del club En marche! (https://www.en-marche.fr). In corrispondenza con questo momento, Macron ha accentuato le prese di posizione polemiche nei confronti dell’esecutivo del quale fa parte e del presidente che, almeno ufficialmente, lo dovrebbe guidare. Insomma Macron sembra essersi trasformato in poco più di un anno e mezzo da risorsa del presidente Hollande per garantirsi, almeno sui temi economico-sociali, una copertura al centro e a destra, in uno dei più pericolosi competitors alla luce del livello sempre più basso di gradimento raccolto dall’inquilino dell’Eliseo. Un recente sondaggio commissionato dal quotidiano «Libération» parla del 38% degli intervistati che ritengono Macron un potenziale buon candidato per il 2017 e del presidente fermo all’11% di gradimento. Oggi non ha molto senso speculare su un’eventuale candidatura di Macron alle presidenziali della prossima primavera e in realtà l’ipotesi è più di scuola che reale. Al contrario può essere utile riflettere sul personaggio, per sottolinearne potenzialità leggi tutto

Primarie e caos a destra: Parigi non è poi così lontana …

Michele Marchi - 17.03.2016

Dopo aver trattato con sarcasmo la “passione socialista” per le primarie, la destra repubblicana francese si trova impegnata in una logorante campagna per trovare il proprio candidato alle presidenziali del 2017. Ufficialmente la corsa delle primarie della droite si aprirà nel mese di settembre, al più tardi entro il 21 dovranno essere validate le candidature. Seguiranno due mesi di campagna, poi primo turno ed eventuale ballottaggio il 20 e il 27 novembre. Eppure al momento sono già nove i candidati dichiarati e all’appello ne mancano probabilmente altri due o tre, compreso naturalmente Nicolas Sarkozy.

Bisogna prima di tutto ricordare che difficilmente gli attuali pretendenti saranno tutti presenti ai nastri di partenza a fine estate. Per essere convalidata, una candidatura deve aver raccolto le firme di 2500 iscritti, di 250 eletti e soprattutto quelle di almeno 20 parlamentari. Per alcuni “illustri sconosciuti” o “semi-sconosciuti”, dei quali si parlerà tra poco, queste cifre appaiono difficilmente raggiungibili.

Una seconda riflessione si può fare proprio in relazione a questa esplosione di candidature e contestualmente al carattere anticipatorio di tali discese in campo. Le ragioni sono strutturali e politiche allo stesso tempo. Da un lato auto-candidarsi alle primarie significa, per soggetti anche poco conosciuti al grande pubblico, sfruttare tutte le occasioni che il panorama mediatico offre. Interventi televisivi e interviste rilasciate ai principali quotidiani e mezzi di informazione elettronica che, altrimenti, non sarebbero possibili.  leggi tutto

Hollande al capolinea? Nulla è come sembra …

Michele Marchi - 16.02.2016

Il “rimpasto” era atteso dallo scorso dicembre (dopo le regionali) e finalmente è giunto. François Hollande ha rivisto la compagine del governo Valls e con questa, presumibilmente, affronterà i suoi prossimi quindici mesi di mandato presidenziale. Presentando l’operazione in televisione e facendo il punto sulle prospettive future, l’inquilino dell’Eliseo ha affermato che il nuovo governo dovrà “agire, riformare e avanzare”. Non altrettanto ottimismo è emerso dai commenti a caldo. L’immagine più diffusa è stata quella di un Hollande che avrebbe operato più come capo della maggioranza che come presidente in carica, più come segretario di partito che come leader nazionale di un Paese ancora traumatizzato dal terribile 2015. In definitiva la sua sarebbe stata l’ennesima iniziativa tenendo conto dell’orizzonte 2017, cioè della sua possibile rielezione, piuttosto che del bene del Paese. Si tratta di una critica corretta?

Bisogna prima di tutto ricordare che il nuovo governo Valls, da un punto di vista tecnico, nuovo non è. Infatti il Primo ministro non si è dimesso e dunque la nuova compagine non dovrà ottenere un voto all’Assemblea nazionale. Tuttavia il rimpasto è stato abbastanza significativo, sia in termini numerici, sia per il suo significato politico. E proprio questo secondo punto è quello più interessante.

L’attuale governo è composto da 38 membri (18 ministri e 20 secrétaires d’Etat). leggi tutto

Francia un anno dopo

Michele Marchi - 12.01.2016

Circa due mesi fa ci si interrogava (http://www.mentepolitica.it/articolo/un-salto-di-qualit/693) sul necessario “salto di qualità” che la Francia nel suo complesso e l’Europa come comunità di Stati avrebbero dovuto fare per affrontare il dopo 13 novembre 2015, a dieci mesi dai già gravissimi fatti di Charlie Hebdo e dell’ipermercato kosher. È avvenuto questo “scatto”? La risposta dell’opinione pubblica francese e della sua classe politica sono state all’altezza della gravità della minaccia? I vicini europei e le istituzioni comunitarie hanno reagito nella direzione di una più concreta coesione e solidarietà e di un maggior coinvolgimento e coordinamento nel contrasto al terrorismo?

Sul secondo punto il bilancio è deficitario. L’Ue sta reagendo con la solita lentezza e soprattutto sui dossier chiave del registro dei passeggeri aerei e della gestione dei flussi migratori, nonostante alcuni passi avanti, lo shock del 13 novembre non sembra aver fornito la sufficiente scossa. Allo stesso modo la “risposta europea” sul fronte della lotta allo Stato islamico da un punto di vista militare non sta brillando per coordinamento. Dopo la formale (e strumentale) richiesta di Hollande, al momento di annunciare l’intenzione francese di estendere i propri bombardamenti all’indomani degli attacchi di Parigi, l’Ue ha per la prima volta attivato l’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona (difesa reciproca). leggi tutto