Ultimo Aggiornamento:
22 luglio 2017
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Argomenti

Voucher e accoglienza: sinistra vuota

Gianpaolo Rossini - 19.07.2017

L’ondata migratoria che stiamo subendo dai paesi dell’Africa travolge non solo le nostre strutture di accoglienza ma anche la politica di positiva accoglienza della sinistra (politica) italiana. E con essa anche il tentativo di introduzione di un diritto di cittadinanza per coloro che sono nati su suolo italiano o sono arrivati nel bel paese in tenera età avendo però genitori (legali) extracomunitari. La legge sul cosiddetto ius soli è stata ritirata dal Governo Gentiloni che temeva imboscata e crisi ad opera di fuoco non identificato. Non si trattava di una cattiva legge, ma in questo momento sarebbe una sicura trappola per il Governo perché sono troppo forti le preoccupazioni per flussi migratori che l’Italia è costretta a sobbarcarsi da sola senza alcuna soluzione continentale in vista. Una parte della sinistra però, quella più pura e testarda vorrebbe insistere sullo ius soli senza ad esempio neppure curarsi dei numerosi sindaci PD che rifiutano l’accoglienza nei loro territori. Questa sinistra è purtroppo la stessa che ha voluto cancellare i voucher vecchia maniera e che vorrebbe eliminare il jobs act.  Tutti temi che dimostrano quanto la sinistra (quella pura e quella che vuole sembrarlo) abbia un’idea di governo astratta, velleitaria e priva di capacità di incidere leggi tutto

Sulle conseguenze economiche del voto di dicembre

Maurizio Griffo * - 24.05.2017

Lo scorso autunno, nel corso della campagna elettorale per il referendum sulla riforma costituzionale, fra gli argomenti messi in campo vi è stato anche quello delle conseguenze economiche del voto. I fautori del “sì” ricordavano che la bocciatura della riforma avrebbe nociuto alla performance economica del nostro paese, configurando un fattore aggiuntivo di debolezza. I fautori del “no” rispondevano sdegnati, accusando i sostenitori di questa tesi di far ricorso a un indebito catastrofismo, ovvero ricordando che non si poteva approvare un progetto di riforma delle istituzioni in base a una ipotetica incidenza economica. Adesso, a distanza di alcuni mesi dal voto, è forse possibile valutare in maniera più equilibrata l’effetto di quel risultato elettorale sulla salute economica del nostro paese.

Nell’immediato, la reazione delle borse e dei mercati è parsa dare ragione agli anticatastrofisti. Dopo il 4 dicembre, infatti, non c’è stato nessun tracollo. Le borse hanno assorbito la vittoria dei “no” tranquillamente senza alterare il proprio corso. Anche le previsioni di crescita del nostro paese per il prossimo futuro sono rimaste, grosso modo, immutate.

Tuttavia, con il passare delle settimane si sono manifestati segnali tutt’altro che positivi. A gennaio l’agenzia canadese DBRS ha peggiorato la valutazione del nostro paese passandola da A-low a BBB-high. leggi tutto

Spese per la difesa federali e titoli del tesoro al portatore per aggredire il debito pubblico

Gianpaolo Rossini - 26.04.2017

Il nodo del debito pubblico rimane tema caldo. Una parte del partito democratico ha avanzato  richiesta di moratoria sulle privatizzazioni. La proposta è stata respinta dal ministro dell’economia Padoan, non si sa se per convinzione o perché la sua posizione non lascia spazio ad alternative, pena una doccia fredda da Europa e mercati. Purtroppo a imporci in maniera pressante e spregiudicata di svendere parti del nostro patrimonio arriva il giudizio dell’agenzia di rating Fitch che ci degrada per l’ennesima volta. La questione è preoccupante perché gran parte delle privatizzazioni in Italia ha provocato un grave danno alle casse pubbliche, che avrebbero dovuto invece risanare, visto che sono stati svenduti cespiti che fruttavano molto di più di quanto non rendano in media i titoli di stato. In più le privatizzazioni sono un’ipoteca sullo sviluppo in quanto hanno prodotto un arretramento in settori chiave come quello delle comunicazioni stradali (si legga di Giorgio Ragazzi I signori delle autostrade edito dal Mulino) e telefoniche fortemente danneggiate dalla scarsità degli investimenti delle nuove proprietà. Queste hanno beneficiato della posizione di mercato privilegiata (le autostrade ad esempio sono un monopolio naturale in cui non è possibile avere concorrenza) per estrarre rendite cospicue spesso finite in avventure finanziarie all’estero. leggi tutto

Italia riprendi a crescere, ma come?

Gianpaolo Rossini - 25.02.2017

L’Istat comunica che nel 2016 la crescita del Pil è dell’1%. Notizia buona dopo anni di stagnazione, ma al di sotto di ciò che vorremmo e condita da una previsione per il 2017 sotto l’1%. Insomma siamo lumache e non recuperiamo il livello pre 2008. Qualche settimana fa ho delineato i motivi della lentezza economica del bel paese. Ora vediamo quali strade percorrere per uscire dalla impasse.  

 

Le chiavi della crescita

La produttività

E’ uno dei nervi scoperti perché dal 2003 al 2015 il prodotto orario per lavoratore in Italia cala da 101 a 98. Per invertire la rotta dobbiamo investire di più (siamo ancora ¼ sotto il livello pre 2008) ammodernando le imprese nel loro cuore produttivo. Ma come fare? Iniziamo dalle migliaia di partecipate da entità pubbliche locali e nazionali, soprattutto “utilities” che godono spesso di posizioni di monopolio locale. Soprattutto nel Nord Italia incassano cospicui utili e quindi hanno risorse per investire. Se le infrastrutture sono così rese più efficienti e moderne possono contribuire alla produttività anche di altre imprese nei servizi e nella manifattura. Devono investire di più anche le imprese privatizzate. Sorprende la concessione di aumenti dei pedaggi autostradali dal 4 all’8% a inizio 2017 in presenza di inflazione da tempo in territorio negativo. leggi tutto

I perché della bassa (o non) crescita del bel paese

Gianpaolo Rossini - 21.01.2017

Il panorama del prodotto interno lordo (PIL) dal 2003

Dal 2003 al 2015 la Germania vede il suo Pil crescere del 36%, la Gran Bretagna del 50%, la Francia del 33%. L’Italia si ferma al 18%. Ovvero circa 1.3% annuo.  Il Pil di un paese si espande per due ragioni: perché aumenta la popolazione, dunque più persone impiegate, e perché cresce la produttività, ovvero ciò che produce ogni occupato.

 

La produttività

Dal 2003 al 2015 il prodotto orario per lavoratore in Germania passa da 96 a 103, in Francia da 94 a 102, in Gran Bretagna da 96 a 102, in Italia cala da 101 a 98. La produttività del lavoro sale perché gli individui sono meglio organizzati nei processi produttivi e perché investimenti in macchinari (robot etc.), infrastrutture (strade, porti etc.), capitale umano (istruzione), comunicazione e logistica, in innovazione elevano la capacità di produrre di ogni soggetto impiegato.

 

Gli Investimenti e la Ricerca e Sviluppo (R&S)

In Germania si investe nel 2015 come nel 2003 il 20% del Pil, in Francia il 22% mentre nel 2003 è il 21%, in Gran Bretagna il 17% come nel 2003, in Italia il 17% mentre era il 21% nel 2003. La spesa scolastica, quella sanitaria (per mantenere il capitale umano sano), quella per mantenere pulito l’ambiente non sono considerate investimento. Lo sono quelle in ricerca e sviluppo delle imprese e del settore pubblico. leggi tutto

Cattedre Natta: una complicazione inutile

Michele Iscra * - 05.11.2016

La ragione per cui il governo ha deciso di istituire le cattedre eccezionali intitolate a Natta è incomprensibile: nelle finalità, nei modi, nella gestione. E’ un pessimo esempio di come in politica ormai dominino circoli di cosiddetti esperti che dietro le quinte approfittano, temo, dell’ingenuità dei politici di turno per convincerli a fare mosse apparentemente spettacolari, ma in realtà prive di contenuto.

La finalità dell’operazione dovrebbe essere quella di mostrare che in Italia si rompe il cerchio delle chiamate non solo per familismo, ma per trend routinario. Il sistema universitario, come qualsiasi sistema, alleva personale per gestire il turn over. Lo ha sempre fatto per cooptazione e non sarebbe neppure questo il problema più grave. Il fatto è che la cooptazione non avviene a livello di sistema, dunque con un minimo di controllo di qualità e compatibilità, ma a livello di singoli: più o meno ad ogni docente è data la possibilità di fruire di un po’ di precariato (borse, assegni e quant’altro) sicché si formano sacche di personale in attesa del miracolo di poter entrare in pianta stabile.

Poiché è evidente che l’alto numero ormai di docenti stabili non può dare alcuna garanzia di filiere ragionevoli (più che maestri ci sono tanti autoproclamati maestrini che per status symbol non rinunciano a “farsi l’assistente”) si è creato un meccanismo in troppi casi assistenziale. leggi tutto

Terremoto: i vantaggi di un’assicurazione obbligatoria

Gianpaolo Rossini - 03.09.2016

Su queste colonne, quasi due anni fa, all’indomani delle alluvioni in Liguria, pubblicai un editoriale dal titolo:  Calamità naturali: un’occasione per solidarietà, mercato e un freno al cemento (http://www.mentepolitica.it/articolo/calamit-naturali-una-occasione-per-solidariet-mercato-e-un-freno-al-cemento/233), ripreso in parte da alcuni organi di stampa in questi giorni. Vi sostenevo la necessità di dare vita ad una assicurazione obbligatoria contro le calamità naturali su tutti gli immobili nazionali pubblici e privati. Il terremoto del centro Italia del 24 agosto scorso richiede ora nuove considerazioni. La commovente gara di solidarietà venuta da ogni parte del globo alle popolazioni che hanno tragicamente sofferto il sisma è un segno molto positivo. Per riparare i danni del terremoto però non basta. Lo slancio di generosità nazionale  andrebbe comunque colto al volo per fare capire agli italiani una cosa semplice e complessa allo stesso tempo. Da Bolzano a Siracusa i rischi da catastrofi naturali e da eventi non attribuibili a cause umane e imprevedibili richiedono sempre solidarietà. Ma questa non può per essere piena e funzionare veramente essere solo volontaria. Per andare oltre la generosità dei singoli occorre un passo in più. Non enorme e alla portata di quasi tutti. Ecco che entra in gioco l’ assicurazione obbligatoria su tutti gli immobili privati e pubblici del paese. leggi tutto

Pratiche di didattica interculturale

Angela Maltoni * - 03.09.2016

Senza dover rileggere tutte le numerose e fondamentali circolari ministeriali riguardanti l’educazione interculturale, a mio parere è d’obbligo porre l’attenzione sui dieci punti delineati nel recente documento – settembre 2015 – “Diversi da chi? Raccomandazioni per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura”[1] che risultano imprescindibili quando si vuole mettere in atto una didattica interculturale per costruire la scuola delle “cittadinanze” – europea, ma anche e soprattutto mondiale - capace di valorizzare le tante identità locali e, nel contempo, di far dialogare la molteplicità delle culture entro una cornice di valori condivisi. In questo documento, infatti, vengono evidenziati tutta una serie di punti di criticità che dovrebbero essere superati perché “una “buona scuola” è una scuola buona per tutti e attenta a ciascuno.

Al di là delle buone pratiche e delle singole iniziative di accoglienza e di integrazione, ancora oggi alla luce dei molti episodi di intolleranza occorre ripensare l’approccio del “fare scuola”. L’educazione interculturale come pratica quotidiana con cui “condire” tutte le proposte didattiche deve perciò costituire lo sfondo da cui prende avvio la specificità di percorsi formativi rivolti alla totalità della classe. leggi tutto

Rivedere la didattica in un’ottica interculturale

Angela Maltoni * - 31.08.2016

Pluralità di colori, linguaggi, sonorità, forme, ritmi, codici e fedi connotano ormai lo scenario sociale italiano: un caleidoscopio etnico che riflette identità e appartenenze i cui contorni sono sempre più sfumati per il gioco di mescolanze culturali continue nel lavoro, nel gioco, nella vita.

Anche la scuola è sempre più un crocevia di culture. La presenza di alunni non italofoni, fenomeno in crescita per l'incalzare di problemi economici, religiosi, politici e bellici, pone una sfida pedagogica, culturale e organizzativa assai stimolante ma impegnativa per i numerosi interrogativi e bisogni a cui occorre dare risposta. Il pericolo più grosso – visto che in molte scuole si toccano percentuali di bambini provenienti dall’estero superiori al 60% con una forte concentrazione in alcune classi – è quello delle cosiddette classi “ghetto”. Un fenomeno contrastato dalla maggioranza degli insegnanti, che nonostante i numeri riescono a progettare attività di accoglienza coinvolgendo al meglio la totalità degli alunni, anche se presente in alcune situazioni limite. Altrettanto rischioso – come dicevano alcuni anni fa i sociologi Pierre-André Taguieff e Michel Wieviorka – “è cadere nella “pedagogia del cous-cous” o “folklorizzare” la cultura degli allievi stranieri fino a considerare le culture altre come culture radicalmente irriducibili alla nostra,con le quali è pertanto impossibile qualsiasi relazione”.[1] leggi tutto

Approvata la riforma del Terzo Settore: e ora?

Miriam Rossi - 11.06.2016

“Esiste un’Italia generosa e laboriosa che tutti i giorni opera silenziosamente per migliorare la qualità della vita delle persone. È l’Italia del volontariato, della cooperazione sociale, dell’associazionismo no-profit, delle fondazioni e delle imprese sociali. Lo chiamano terzo settore, ma in realtà è il primo”. Con queste parole il premier Matteo Renzi lanciava nel maggio 2014 nella cornice del Festival del Volontariato a Lucca la riforma del Terzo Settore, indicandone le linee guida. A distanza di due anni il complesso percorso di studio, confronto e indirizzo è giunto al completamento del suo primo, fondamentale step: il 25 maggio scorso la Camera dei Deputati ha approvato in seconda lettura (e in via definitiva) la legge delega di riforma. Non si tratta però del termine finale di questo iter: i dodici articoli adottati dettano i principi generali e i capisaldi che il governo utilizzerà nell’andare a formulare i decreti legislativi, da emanare entro un anno dall’entrata in vigore della legge.

In attesa di conoscere la reale sostanza della riforma che arriverà non prima di alcuni mesi, nutrendo ancora le aspettative e le supposizioni di molti, un elemento appare chiaro, e di certo positivo: finalmente sembra a portata di mano la creazione di una “carta di identità” unica per le numerose e assai differenti espressioni del terzo settore. leggi tutto