Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Argomenti

Stati Uniti e Messico: troppo uniti per essere divisi?

Gianluca Pastori * - 25.03.2017

Anche se scomparsa dalle prime pagine internazionali, la questione dei rapporti fra Stati Uniti e Messico continua a rappresentare una delle priorità dell’agenda Trump. Durante la campagna elettorale, tale questione si è imposta quasi a paradigma della postura del nuovo Presidente e uno dei primi atti successivi al suo insediamento è stato rilanciare in maniera eclatante il tema del muro di separazione fra i due Paesi. Il cahier de doleances dell’amministrazione è lungo e articolato e spazia dalla sfera economica a quella della sicurezza interna, trovando il suo punto di saldatura nella questione dell’immigrazione, in particolare quella irregolare, che Trump si è impegnato a ridimensionare ricorrendo – se necessario – a provvedimenti draconiani. Dal punto di vista messicano, le cose sono rese più complesse dalla coincidenza con una delicata fase della vita politica interna. Il prossimo anno, in Messico, si terranno, infatti, le elezioni presidenziali, elezioni a cui il Presidente uscente, il contestato Enrique Peña Nieto, non si potrà ricandidare. In questo contesto, vari osservatori hanno ipotizzato che la linea dura dell’amministrazione USA possa, in ultima analisi, rafforzare la posizione dell’opposizione di sinistra, anche alla luce delle difficoltà che stanno sperimentando le altre forze politiche, primo fra tutti il Partito rivoluzionario istituzionale, tradizionale forza di governo del Paese. leggi tutto

Seduzione ed assertività: le due facce della politica estera cinese nel primo mese dell’Amministrazione Trump

Aurelio Insisa * - 01.03.2017

Mercoledì 22 febbraio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha incontrato il Presidente cinese Xi Jinping a Pechino, il momento più importante di un breve tour diplomatico nel paese. L’incontro tra Mattarella e Xi non ha riservato particolari sorprese. La delegazione italiana ha rimarcato il ruolo di primo piano del nostro paese all’interno delle più ampie relazioni tra Cina e UE, e ha enfatizzato l’approfondimento della relazione di partenariato strategico tra Pechino e Roma. Le dichiarazioni di Xi Jinping, per quanto professe all’interno di un rigido canovaccio diplomatico, si sono dimostrate maggiormente interessanti, soprattutto per chi osserva la politica estera cinese al di là del ristretto ambito delle relazioni sino-italiane. Xi ha benvenuto la partecipazione italiana al progetto cinese di infrastrutture su scala intercontinentale conosciuto come “Belt and Road”, che avrà nel porto di Venezia uno dei suoi snodi principali,e ha rimarcato la volontà cinese di cooperare con Roma all’interno degli organismi multilaterali internazionali allo scopo di promuovere e rinsaldare “pace, sviluppo e stabilità” su scala mondiale.

Tali dichiarazionivanno inserite all’interno della più recente charm offensive cinese, condotta in prima persona dallo stesso Xi al recente Davos Forum di gennaio, che vuole presentare al mondo la Cina come il nuovo campione e difensore della globalizzazione in questa confusa epoca trumpiana. leggi tutto

Una sfida cinese per Donald Trump

- 22.02.2017

Nella campagna elettorale del candidato Donald Trump, la Cina ha sempre occupato un ruolo di primo piano. Additata, per le sue politiche monetarie e occupazionali, come la maggiore responsabile delle difficoltà che travagliano l’economia statunitense, essa non ha, tuttavia, mai assunto il peso di un vero interlocutore politico, come accaduto invece, ad esempio, nel caso della Russia. Nonostante i cordiali rapporti corsi fra Washington e Pechino specialmente negli anni del secondo mandato di Barack Obama, Trump ha in più occasioni annunciato la sua volontà di accrescere la presenza militare USA nel Mar Cinese Meridionale e di rafforzare in diversi modi il peso negoziale di Washington nei confronti di Pechino. Qualche settimana prima dell’insediamento, con una scelta che ha sollevato parecchie polemiche, in seguito a una telefonata con il Presidente taiwanese Tsai Ing-wen, il Presidente eletto ha ventilato la possibilità di mettere in discussione la ‘One-China policy’ su cui si basano le relazioni fra gli Stati Uniti e Pechino dall’inizio degli anni Settanta. Quella della nuova amministrazione sembrava, dunque, profilarsi come una politica ‘di rottura’ rispetto all’eredità di quella che l’aveva preceduta. Dopo l’insediamento dello scorso gennaio, invece, qualche cosa pare essere cambiato. In una telefonata con il Presidente Xi Jinping, Trump leggi tutto

Sono solo sparate di Trump?

Gianpaolo Rossini - 08.02.2017

Trump non perde tempo e dà corso al suo programma più velocemente di qualsiasi altro presidente americano di epoca recente. In economia chiude il negoziato per il trattato di libero scambio nel Pacifico. Attacca Cina, Giappone e Germania accusandole di manipolare i cambi e minaccia dazi doganali. Su un altro fronte nomina alla corte suprema un giovane giudice schierato sul fronte antiabortista che daràuna impronta duratura all’alta corte Usa dato che la nomina è a vita. Sta sbagliando su questi due fronti Trump? O dà corso ad una reazione ormai inevitabile a situazioni deteriorate sfuggite di mano?

Iniziamo dall’economia. Nel corso della storiatensioni e guerre feroci scoppiano per squilibri nei conti con l’estero. Non di rado i paesi cercano di risolvere i  loro guai finanziari con l’estero facendo guerra a chi ha concesso loro credito. La guerra dell’oppio del 1839 è dichiarata dall’impero britannicoalla Cina nei confronti della quale ha un debito insostenibile. La Cina esporta manufatti di qualità e risparmia troppo. L’Inghilterra di Lord Palmerston non regge la concorrenza dell’impero celeste ed è meno formica. Cosa possono vendere gli inglesi alla Cina per colmare il divario? Visto che il made in UK non piace non resta che l’oppio prodotto nei possedimenti reali di Tailandia e Afganistan. leggi tutto

È l’estrema speranza delle sinistre: la normalizzazione di Trump. Ma è un’illusione e la degenerazione autoritaria è un rischio possibile

Omar Bellicini * - 28.01.2017

Ha l’abito sobrio del buonsenso e danza, con l’eleganza delle nozioni implicite, sul filo degli editoriali e tra le linee oblique dei dibattiti: Donald Trump, ereditiere da copertina, personaggio televisivo “sopra le righe”, protagonista inatteso della campagna presidenziale 2016, nonché 45esimo “Commander in chief” degli Stati Uniti d’America, sotterrerà ben presto l’acciarino per adottare gli strumenti rassicuranti della pratica istituzionale. Insomma: come tanti prima di lui, nato piromane si scoprirà improvvisamente pompiere. Detta in termini meno edificanti: eviterà accuratamente di fare ciò che ha promesso in campagna elettorale, fagocitato dalle logiche normalizzanti della burocrazia di toga e di palazzo. È questa l’idea più in voga fra i liberal americani sconfitti e gli attoniti socialdemocratici europei. Da politico, al termine della tradizionale caccia al voto, si appiattirà sulla ragion di Stato. È un’interpretazione che si regge sulla forza dell’abitudine, e a nulla sono valsi i primi ordini esecutivi emanati, che vanno dallo stop al finanziamento dei gruppi abortisti fino al via libera alla costruzione della “grande muraglia” al confine col Messico. Solo provocazioni. Solo stratagemmi di un uomo d’affari che sa leggi tutto

Il discorso inaugurale di Donald Trump

Tiziano Bonazzi * - 25.01.2017

Nel suo discorso inaugurale Donald Trump è stato profondamente “trumpiano" nei toni e nei contenuti; ma per capirlo occorre andare oltre le nostre reazioni di italiani con una cultura politica italiana e provare a capire come gli americani, o almeno i suoi elettori, lo hanno ascoltato e vissuto.  Vari commentatori d’oltreatlantico hanno scritto che molte delle sue affermazioni potrebbero essere di Bernie Sanders, una vicinanza già notata all’epoca delle primarie; ma non basta. Sanders non sta per iscriversi alla nascente Sinistra Italiana e Trump non è un conservatore tradizionale. Entrambi, prima di tutto, sono degli americani.

Trump nel suo discorso non ha indicato un programma, ha costruito un manifesto, nella tradizione della retorica statunitense. Una retorica popolare che non è nata coi Padri Fondatori - meravigliosi illuministi aristocratici -; ma nei revival religiosi dell’Ottocento, nei discorsi infiammati dei grandi predicatori protestanti davanti a folle bisognose di sicurezza sia per le asperità delle loro vite che per il terrore dell’Inferno. Una retorica che invitava i singoli a cercare Gesù e a farlo direttamente, da soli, con le loro forze. Un fedele e Gesù, senza nessun tramite se non la Bibbia, e l’iniziativa era del singolo fedele. C’era una forza travolgente in quei sermoni, così come nella visione di origine radicale inglese, leggi tutto

Donald Trump: quali sfide dopo l’insediamento?

Gianluca Pastori * - 25.01.2017

Dopo il risultato in larga misura inatteso dello scorso novembre, l’insediamento del 20 gennaio ha fatto ufficialmente di Donald Trump il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti. Le settimane che hanno preceduto l’‘inauguration day’ sono state segnata da numerose incertezze riguardo a quella che, negli anni a venire, potranno essere le scelte del nuovo Presidente; incertezze che sono state alimentate dalle audizioni sostenute di fronte al Senato dai membri della nuova amministrazione. In tale sede, contraddizioni sono emerse su diversi punti, sia fra la posizione dei diversi candidati, sia fra queste e quelle espresse da Trump in campagna elettorale e dopo l’elezione. Anche le attese per il discorso d’insediamento sono andate, in larga misura, deluse. I poco meno di diciotto minuti del discorso hanno sostanzialmente ricalcato le linee della campagna elettorale, confermando così, da una parte, i timori dei suoi oppositori, dall’altra i dubbi espressi da diversi osservatori. I primi giorni di quella che sembra destinata ad essere una delle presidenze più contestate nella storia recente degli Stati Uniti lasciano quindi aperta la porta a tutte le interpretazioni. E’ difficile, però, immaginare che il tycoon newyorkese riesca a trovare la sua vera ‘bussola politica’ in un appello generico come quello a ‘fare l’America nuovamente grande’. leggi tutto

Papa Francesco e i problemi di oggi. Nuovi approcci?

Loris Zanatta * - 18.01.2017

Il discorso del Papa al corpo diplomatico era molto atteso e non ha deluso. La Santa Sede dirà, come deve dire, che non ci sono novità nelle parole di Francesco, che la dottrina è quella eterna, che il Vangelo è la guida. Eppure delle novità ci sono eccome e infatti tutti le hanno notate. Per chi, come me, è sempre stato molto critico del Pontefice, sono novità importanti e positive. Verrebbe da dire che Francesco fa sue talune obiezioni ricevute da tanti critici: non ci sarebbe niente di male, anzi gli farebbe onore. Ma non è il caso di cercare il pelo nell’uovo.

Quali sono le novità? E come si spiegano?  Della prima novità si erano in realtà già avute alcune anticipazioni. Ora è conclamata e riguarda l’immigrazione. Il Papa ribadisce con forza il valore evangelico dell’accoglienza, ci mancherebbe. Ma più di quanto mai avesse fatto prima, dimostra di avvertire gli immani problemi che ad essa si associano. Da ciò la sibillina frase: occorre garantire “il diritto di ogni essere umano di immigrare in altre comunità politiche”, senza però che queste “sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali”. La botte piena e la moglie ubriaca, insomma. leggi tutto

Barack Obama e il capitalismo statunitense: un bilancio dopo otto anni

Duccio Basosi * - 07.01.2017

Con una buona connessione ci vogliono solo pochi secondi a rintracciare il nome dell'attuale segretario al Tesoro degli Stati Uniti d'America. Naturalmente si può condurre una discreta esistenza anche senza disporre di questa informazione, ma il fatto che Jack Lew sia un perfetto sconosciuto è un'indicazione importante per fare il punto sul capitalismo statunitense alla fine della presidenza Obama.

 

Su scala planetaria il contesto è quello di un affaticamento del sistema, che viene da lontano. Nell'ultimo quarantennio, la crescita mondiale non è riuscita a replicare i ritmi del dopoguerra (sul lungo periodo, quei ritmi restano in realtà l'eccezione, anche se molti sono convinti che fossero la regola), ma è proprio nei centri tradizionali del capitalismo che tale affaticamento appare più pronunciato: c'è chi l'ha chiamata “stagnazione secolare”. Naturalmente, la stagnazione di lungo periodo potrebbe anche non essere un problema, se fosse un risultato consapevole, perseguito da società soddisfatte, eque e dedite alla cura dell'ambiente. Niente di tutto ciò: quella attuale è solo assenza di crescita quantitativa in società che sono interamente votate alla crescita quantitativa e che, senza crescita, si scoprono povere, depresse e aggressive. Da questo punto di vista, la centralità della finanza è solitamente vista come la principale responsabile dello stato di cose. leggi tutto

Gli Stati Uniti di Barack Obama: otto anni di

Gianluca Pastori * - 28.12.2016

Anche se è presto per tentare un giudizio storico credibile, l’approssimarsi della data di fine mandato rappresenta una buona occasione per azzardarne uno politico su quello che sono stati gli otto anni della presidenza Obama. Una presidenza che – nata sotto il segno di grandi speranze – sembra essersi via via ‘spenta’, almeno per quello che concerne la politica estera. La fretta (per vari aspetti eccessiva) dimostrata nel chiudere l’esperienza irachena; le molte (troppe?) ambiguità della vicenda libica; la riluttanza ad assumere un ruolo attivo nella crisi siriana; i risultati deludenti in Afghanistan nonostante il surge e una presenza confermata anche dopo il termine di Enduring Freedom; i rapporti con la Russia deteriorati più di quanto non lo fossero prima del suo arrivo alla Casa Bianca e l’avvio di un ‘reset’ mai davvero decollato … E ancora: le tensioni che attraversano una NATO sempre più divisa; un pivot to Asia la cui portata e il cui significato continuano a non essere chiari; trattati commerciali ambiziosi che – come il TTIP – non si sono mai concretizzati o che – come il TPP – rischiano di essere rimessi in discussione pochi anni dopo la loro stipula; il legame con gli alleati europei che – salve rare eccezioni – sembra improntato, più che altro, leggi tutto