Ultimo Aggiornamento:
20 settembre 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

Argomenti

Dunkirk di Christopher Nolan. Il ritorno dell’epica di guerra (e l’involontario omaggio all’arroganza).

Marco Mondini - 09.09.2017

Una pellicola enigmatica.

You can’t blame Christopher Nolan for Brexit («non possiamo rimproverare Christopher Nolan per la Brexit») ha scritto il Guardian il 20 luglio scorso. Non c’è dubbio. Quando il referendum britannico sulla permanenza nell’Unione Europea si è tenuto, nel giugno 2016, l’ultimo film del regista anglo-americano, era già in fase avanzata di lavorazione: scritta la sceneggiatura, scelti gli attori e iniziate le riprese.Era da anni che Nolan meditava di raccontare al cinema l’operazione Dynamo, la leggendaria evacuazione delle truppe britanniche (e francesi), accerchiate dai tedeschi nella sacca di Dunquerque e miracolosamente riportate in Inghilterra negli ultimi giorni del maggio 1940, e comunque dal 2015 che si parlava della produzione del film.Eppure,lo spettatore europeo sfugge difficilmente alla sensazione che Dunkirk sia un inno trionfante all’orgoglio, al solipsismo e, per dirla tutta, all’arroganza britannica. Nolan, come la stragrande maggioranza degli intellettuali, degli artisti e in generale delle persone colte del Regno Unito, sarà anche personalmente contrariato dall’inopinata decisione dei suoi compatrioti, ma la sua pellicola possiede tutti gli ingredienti per assurgere al rango di emblema del neo isolazionismo dell’era Brexit.

 

Niente paura, siamo inglesi. leggi tutto

Silence, regia di Martin Scorsese (2016)

Sabina Pavone * - 04.03.2017

Il film Silence di Martin Scorsese sull’esperienza dei missionari gesuiti in Giappone al tempo della scristianizzazione del XVII secolo non è un’epopea. In questo senso si colloca su tutt’altro piano rispetto a Mission (1986),film nel quale Roland Joffé ricostruiva in maniera epica ed edulcorata l’ultimo scontro tra i gesuiti delle reducciones del Paraguay e le potenze coloniali.

Scorsese lavora su un piano diverso: pur essendo molto fedele alla trama del libro scritto nel 1966 da Shusaku Endo il film gioca su un rapporto strettissimo tra il silenzio del titolo, la parola e l’immagine, intrecciandoli in maniera tale da rimandare dall’uno all’altro piano con una logica stringente che si dipana man mano che scorrono le scene. Punti di riferimento sono i due dialoghi posti all’inizio e nel momento di svolta finale della pellicola. I protagonisti sono tutti gesuiti: nel primo Alessandro Valignano, noto visitatore della Compagnia per l’Asia e primo teorico dell’accomodamento gesuitico in Oriente, legge ai due giovani missionari protagonisti l’ultima lettera ricevuta da padre Ferreira, in cui il missionario riferisce tutto il suo sgomento di fronte al terribile martirio di missionari e giapponesi convertiti al cristianesimo al quale è stato costretto ad assistere. Dalle parole della lettera si intuisce chiaramente la disperazione leggi tutto

Le colpe dei padri.

Marco Mondini - 12.10.2016

L’uomo che ho ucciso

 

«Se muoiono i loro figli, noi brindiamo con la birra e la chiamiamo vittoria. Se muoiono i nostri figli, loro brindano con il vino e la chiamiamo sconfitta» proclama il dottor Holderlin in Broken Lullaby, film che Ernst Lubitsch realizza alla fine del 1931. In questo coraggioso adattamento cinematografico del dramma L’homme que j’ai tué di Maurice Rostand, si ritrova tutto il trauma del regista tedesco, artista colto e cosmopolita, di fronte alla recrudescenza del nazionalismo tedesco negli anni Trenta, rivelazione di una Germania incapace di smobilitare la propria cultura di guerra e di seppellire l’ascia del revanscismo. Di lì a poco, il nazismo di Adolf Hitler avrebbe conquistato il potere. Gli squallidi frequentatori di birreria che proclamano la necessità di una vendetta contro la Francia, contro cui il personaggio di Holderlin si scaglia, avrebbero a quel punto inneggiato ai quadrati delle camicie brune, o forse sarebbero divenuti alcuni di quegli «uomini comuni» su cui si basava la forza totalitaria del regime, contribuendo a precipitare la Germania nell’abisso di un’altra sconfitta.

Da questo testo, tra le più interessanti testimonianze del fallimento dello «spirito di Locarno» nell’Europa che stava scivolando verso la Seconda Guerra Mondiale, François Ozon ha tratto ora Frantz, leggi tutto

L’Asia orientale: tra cinema, politica e storia

Guido Samarani * - 31.08.2016

Il Far East Film Festival che si tiene annualmente ad Udine e che rappresenta una delle realtà più interessanti e dinamiche relative alle novità della cinematografia asiatica, ha presentato tra l’altro nel corso della sua edizione del 2016 due interessanti pellicole in cui si intrecciano politica, storia e cinema. Può dunque essere interessante spendere qualche parola su tali pellicole,prescindendo ovviamente dal loro valore prettamente artistico e culturale.

 

*Gli amanti ed il despota: squarci dalla Corea del Nord

Il primo film (in realtà un documentario) è opera dei britannici Ross Adam e Robert Cannan. Esso descrive, anche sulla base di interviste ai protagonisti e di rare immagini di repertorio, la incredibile ma vera vicenda di cui nel 1978 furono vittime il regista e produttore sudcoreano Shin Sang-Ok e l’attrice, nonché ex moglie di Shin, Choi Eun-Hee. Shin e Choi furono infatti rapiti, separatamente, su ordine di Kim Jong-Il (1941-2011), figlio di Kim Il-Sung, fondatore della Repubblica democratica popolare di Corea (Corea del Nord), e padre dell’attuale leader nordcoreano Kim Jong-Un. L’obiettivo che avrebbe spinto Kim Jong-Il al sequestro fu la forte volontà di rilanciare l’industria cinematografica norcoreana la quale – come viene affermato in una scena del film – era ancora ferma ai primi passi mentre quella sudcoreana leggi tutto

The Spotlight: il ruolo cruciale dell’inchiesta giornalistica

Francesca Del Vecchio * - 23.02.2016

Dal 18 febbraio 2016 è in programmazione nelle sale The Spotlight, di Tom McCarthy. Il film-  presentato fuori concorso alla 72ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia- racconta la storia dell’omonimo pool d’inchiesta del Boston Globe che, nel 2001, inizia un’indagine sugli abusi sessuali ai danni di minori. Abusi perpetrati da alcuni sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston e immediatamente insabbiati dall'autorità ecclesiastica, l’arcivescovo Bernard Francis Law. Nel corso del 2002 il quotidiano pubblica oltre 600 articoli, documentando un migliaio di casi di violenze, attestando le responsabilità di circa 70 sacerdoti, tra cui spicca il nome di Padre Geoghan. Nel 2003 al giornale viene assegnato il Premio Pulitzer nella categoria “pubblico servizio”. The Spotlight non ha nulla a che vedere con i film hollywoodiani tutti star e colpi di scena, né vuol scimmiottare il mèlo dai toni stucchevoli. Al contrario: ricostruisce in maniera capillare la genesi dell’inchiesta che ha fatto luce sul fenomeno della pedofilia, raccontando sia le pressioni da parte delle istituzioni laiche, che le intimidazioni ricevute da quelle religiose nella cittadina più cattolica d’America. I personaggi proposti sembrano essere fedeli agli originali, e- per questo- senza pretese di mitizzazione. Il risultato è un film apprezzabile. Il silenzio in cui è avvolta la sala alla fine della proiezione spinge a fare alcune considerazioni. Ovviamente il tema non è nuovo al pubblico, non dopo il racconto di alcune vicende disseppellite- in Italia -dalle Iene. leggi tutto