Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Argomenti

Il disarmo nucleare globale è a portata di mano, ma dipende tutto dall’Olanda

Dario Fazzi * - 05.08.2017

Lo scorso sette luglio i paesi membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno firmato un trattato che li impegna ad astenersi dallo sviluppo, dalla sperimentazione, dalla produzione, dall’acquisto, dal possesso e dall’accumulo di armi nucleari. Si tratta del primo vero e proprio accordo legalmente vincolante volto a mettere al bando in maniera permanente le armi nucleari, inclusi gli arsenali atomici già presenti sulla scena internazionale. L’ambizioso trattato è il risultato più rilevante di oltre un decennio di campagne promosse da vari gruppi transazionali e non governativi quali il Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa,l’ICAN, la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari, PAX, un’organizzazione a carattere ecumenico erede di quel Comitato Interconfessionale per la Pace che fu tra i gruppi più attivi nelle proteste contro gli Euromissili dei primi anni Ottanta, ma anche da leader religiosi, politici, scienziati e accademici provenienti da ogni parte del mondo.

 

L’ambizione e la portata del trattato lo rendono un esempio pressoché unico nella lunga storia dei negoziati nucleari. Uno dei principali obiettivi dell’accordo, infatti, è quello di superare leggi tutto

L’accordo libico

Giovanni Parigi * - 02.08.2017

L’accordo raggiunto a La Celle Saint Claud tra Fayez alSarraj, premier del Governo di Unità Nazionale con sede a Tripoli, e Khalifa al Haftar, comandante dell’Esercito Nazionale Libico con base a Tobruk, rappresenta sicuramente un passo avanti verso la stabilizzazione libica. Senonchè, il percorso di pace deve ancora attraversare un lungo percorso minato da numerose incognite e questioni irrisolte, che rischiano di comprometterne l’esito.Insomma, Parigi canta vittoria ma la crisi libica è tutt’altro che risolta.

 

Di certo, la Francia ha sfruttato la sua spregiudicatezza politica, che la ha vista sostenere ufficialmente al Sarraj, ma nella pratica appoggiare al Haftar. Ha sfruttato inoltre la nomina a rappresentante ONU per la crisi libica di Ghassan Salamè, un politico libanese legato a filo doppio e stretto a Parigi; infine, Macron ha approfittato dei recenti mutamenti della situazione politica internazionale e di quella militare libica.

 

Infatti, l’accordo è maturato proprio quando cominciavano a circolare voci di una possibile apertura americana ad Haftar; in altri termini, è verosimile che Parigi abbia avuto luce verde da Washington, spazientita dal protratto insuccesso di al Sarraj e desiderosa di chiudere il dossier libico. Secondariamente, l’accordo è maturato immediatamente dopo una serie di vittorie militari di Haftar, che ha strappato Bengasi agli islamisti, leggi tutto

Commemorare i Borbone. L’invenzione della storia regionale in una Italia che smarrisce il filo della democrazia.

Carlo Spagnolo * - 29.07.2017

La mozione del consiglio regionale della Puglia per l’istituzione di una "Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia" è soltanto l’ultima tappa della complessiva riscrittura delle memorie pubbliche a cui stiamo assistendo in tutta Europa dal 1991.  Pierre Nora, in Come si manipola la memoria (2016) nota che in Francia, nel secolo dal 1880 al 1980  erano state istituite appena sei commemorazioni; dal 1990 al 2005 altre sei, con una accelerazione impressionante degli interventi politici e legislativi sul passato nel sec. XXI. Due sono i pilastri di questa revisione, il riconoscimento delle vittime, emerso attorno alla centralità dell’Olocausto, e la condanna dei totalitarismi. Insieme alla scoperta delle rimozioni e degli oblii precedenti, e dei limiti delle narrazioni dei vincitori, emergono manipolazioni di breve respiro mentre il passato diventa oggetto dei media e non più dominio degli storici di professione. Alla storia si chiede giustizia invece che spiegazione, il passato si trasforma in una prateria di ingiustizie, con un effetto di sradicamento del rapporto tra nuove memorie ed esperienze nazionali.

 

È comprensibile che la fine della guerra fredda, con l’allargamento dell’Unione Europea a 28 paesi e la creazione di un nuovo fronte di perdenti della globalizzazione, abbia riaperto il dibattito sulle memorie storiche degli stati nazionali, in Spagna, leggi tutto

«Dove non passano le merci, passeranno gli eserciti». Alcune considerazioni sul Comprehensive Trade and Economic Agreement (CETA)

Massimo Bucarelli * - 22.07.2017

Il 25 luglio il Senato italiano sarà chiamato ad approvare il trattato commerciale tra Unione Europea e Canada il cui obiettivo è la liberalizzazione dei commerci grazie all’abbattimento quasi completo dei dazi doganali, in tutti e tre i settori produttivi (agricolo, manifatturiero e terziario).

 

Attualmente, l’Italia, potenza manifatturiera prima che agricola, è l’ottavo fornitore mondiale del Canada con un volume di interscambio bilaterale di oltre 5 miliardi di euro nel 2015, grazie all’esportazione di beni capitali e prodotti industriali: macchinari, automobili, navi, aerei, piastrelle, calzature, farmaci, mobili, rubinetti, valvole, pompe e compressori.

Sono evidenti, quindi, le ottime possibilità di espansione dell’export e, conseguentemente, dell’occupazione, che verranno dall’abbattimento delle barriere tariffarie; basti pensare che attualmente i dazi canadesi in alcuni settori trainanti sono particolarmente elevati: 20% per l’abbigliamento, 13%, per i prodotti in pelle, 9,5% per i macchinari industriali e i mobili. Di fronte a una politica monetaria europea, che non sembra voler ricorrere alla svalutazione dell’euro per favorire le esportazioni, la riduzione delle tariffe rappresenta un modo per agevolare la competitività dei prodotti italiani e un importante strumento per rafforzare la penetrazione della manifattura italiana nel mercato canadese.

 

Anche nel terziario, l’Italia occupa una posizione di rilievo nell’esportazione di servizi (assicurazioni, telecomunicazioni, ingegneristica), per un interscambio dal valore leggi tutto

Libero scambio Europa – Giappone: un patto con tante luci e qualche ombra

Gianpaolo Rossini - 12.07.2017

E’ in dirittura d’arrivo il patto di libero scambio tra Unione Europea e Giappone. Presentato al G20 di Amburgo dal presidente della Commissione Ue e dal premier del Giappone Abe. Dovrà in seguito essere approvato da Consiglio, Parlamento europeo nonché ratificato dai parlamenti nazionali che intendono esprimersi secondo quanto stabilito in maggio dalla corte di giustizia della Ue. Con questo accordo Giappone ed Europa si avvicinano mettendo ordine in un commercio non sempre facile ma in espansione e che vede il Giappone in perenne surplus. L’accordo non è una reazione alla cancellazione dei negoziati per l’area di libero scambio nel Pacifico da parte di Trump. I negoziati iniziarono infatti nel 2013 ed è prevista anche una possibile alleanza strategica (Strategic Partnership Agreement) su questioni come l’ambiente, la sicurezza e la collaborazione in caso di disastri.  L’accordo commerciale tra Ue e Giappone prevede un abbattimento progressivo dei dazi doganali, un’apertura, anche questa graduata su diversi anni, a molti beni che oggi semplicemente non entrano in Giappone, un riconoscimento simultaneo di gran parte delle denominazioni d’origine per prodotti del settore agroalimentare - di grande interesse per l’Italia - l’apertura reciproca degli appalti pubblici alle imprese delle due aree e forme di convergenza tecnica normativa in numerosi settori. leggi tutto

Chi ha paura del protezionismo?

Gianpaolo Rossini - 08.07.2017

Le politiche commerciali riguardano norme, imposte (dazi) e agevolazioni su esportazioni ed importazioni di beni e servizi di un paese. Il Trattato di Roma cancella le politiche commerciali nazionali e attribuisce la materia alla Commissione UE. Nel 1957 l’Italia ha un interscambio - Import + export - sul Pil pari al 30% (nel 2016 è quasi il 50%).  C’è più specializzazione: un settore che esporta molto importa poco e viceversa, mentre oggi  ogni comparto esporta ed importa molto. Negli anni ‘50 scarsi sono i servizi scambiati, limitati al turismo. Le imprese fanno in casa gran parte dei beni intermedi invece di comprarli o produrli ai quattro angoli del pianeta come avviene oggi. Poche multinazionali sono presenti in limitati settori manifatturieri. Oggi sono tante, medie e grandi, in tutti i settori, servizi compresi. Per questo nel 1957 non trova opposizione il trasferimento delle politiche commerciali dalle capitali europee a Bruxelles, con un dazio unico sulle importazioni extra Ue e zero dazi intra Ue. Ne risulta un’unione doganale con libertà di movimento delle persone (perfezionata con Schengen nel 1995) e delle attività finanziarie (massima nell’aera euro) in un mondo di tassi di cambio fissi e trascurabili flussi finanziari internazionali privati.

Molto è cambiato in sessant’anni. Soprattutto la profondità della integrazione internazionale ridimensiona strumenti di leggi tutto

"Generazione Erasmus": l'Europa dei giovani?

Raffaella Gherardi * - 08.07.2017

L'anno in corso segna il trentesimo compleanno del programma Erasmus (felice acronimo, data la coincidenza col nome del grande intellettuale e umanista olandese, dell'importante programma della UE, European Region Action Scheme of Mobility of University Students), compleanno che molte  università anche da noi ricordano vantando, giustamente, i dati in costante crescita della mobilità studentesca fra le università europee. Il programma in questione in materia di istruzione e cooperazione fra le diverse sedi universitarie, ai fini di promuovere la mobilità fra docenti e studenti d'Europa, era stato accompagnato, per parte almeno del suo cammino (circa dalla metà degli anni novanta del secolo scorso alla metà del primo decennio del nuovo secolo)  dal programma di azione comunitaria in materia di istruzione Socrates. Assumendo anche in questo caso il nome di uno dei massimi filosofi d'Occidente a faro-guida di una istruzione e di una formazione che sempre più si prospettava dover necessariamente andare oltre le barriere dei confini nazionali, Socrates metteva bene in rilievo  l'ambizione  di voler sviluppare un'Europa della conoscenza. La finalità di fondo è  di rispondere meglio alle grandi sfide del nuovo secolo promuovendo l'istruzione ad ogni livello e l'accesso ad essa  da parte di leggi tutto

Migranti e Europa: la fiera delle ipocrisie

Paolo Pombeni - 05.07.2017

Che la questione delle ondate dei migranti che investono l’Europa fosse una bomba ad orologeria è stato detto e scritto più volte: ciò che stupisce è la fiera di ipocrisie che si è scatenata per far finta di essere tutti buoni e lasciare invece marcire la questione.

Partiamo dal rinvio al codice del mare di Amburgo che impone il salvataggio dei naufraghi e il loro sbarco nel porto più vicino. Tutti fingono che le masse umane che attraversano con mezzi precari il canale di Sicilia o i mari greci siano paragonabili ai “naufraghi” che sono vittime di disgrazie più o meno accidentali. Ovviamente quel tipo di naufraghi, per così dire classico, sono persone che hanno un loro radicamento e che, una volta salvati come è doveroso, torneranno a quello. L’obbligo di farli sbarcare nel porto più vicino è una regola per evitare che le navi che operano i salvataggi per non avere intralci nei loro programmi se li portino dietro fino ai loro approdi definitivi, rallentando e complicando il ritorno dei naufraghi alla loro vita normale.

Evidentemente non è questo il caso delle masse di migranti disperati, che una volta sbarcati non hanno alcuna intenzione di tornare alla loro vita precedente. Gli stati europei, sempre più leggi tutto

Un ritratto di Helmut Kohl

Gabriele D'Ottavio - 05.07.2017

Il «più giovane e il più alto» dei cancellieri della Repubblica di Bonn. Così venne salutata dalla stampa tedesco-occidentalel’investitura a capo del governo di Helmut Kohl, cinquantaduenne leader cristiano-democratico, nell’ottobre 1982. Helmut Kohl era natoa Ludwigshafen, in Renania-Palatinato, il 3 aprile 1930.Apparteneva a una nuova generazione di politici tedeschi che non poteva più essere colpevolizzata per ciò era accaduto durante il regime nazista; lo ricordò con orgoglio lo stesso Kohl una volta salito al potere. Non ancora quarantenne, venne eletto ministro-presidente del suo Land, mentre nel giugno 1973 subentrò a Rainer Barzel come presidente della Cdu. Sfruttòil periodo all’opposizione per riorganizzareil partito, optando per una politica centrista e adoperandosi per ricomporre le fratture interne che si erano consumate nel dibattito sulla Ostpolitik. Considerato l’esponente di un gruppo più liberale e moderno, nel giugno 1975 Kohl venne designato candidato alla Cancelleria, in vista delle elezioni federali dell’anno successivo. «Volevo diventare cancelliere»,scrive Kohl nelle sue memorie. Tuttavia, per realizzare il suo obiettivo Kohl dovette aspettare ancora sei anni, quando nel 1982 riuscì a subentrare al cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt in seguito a un voto di sfiducia costruttiva promosso congiuntamente dai cristiano-democratici e dai liberali.

Non vi è dubbio che l’elevazione postuma di Kohl a statista di leggi tutto

Il voto radicale

Nicola Melloni * - 01.07.2017

I risultati delle recenti elezioni inglesi meritano qualche riflessione. Come sottolineato da quasi tutti i commentatori, il grande vincitore (politico e morale, anche se non elettorale) della tornata è stato Jeremy Corbyn. Dopo quasi due decenni di arretramento il Labour ha fatto un significativo balzo in avanti, passando dal 30 al 40%, ritornando ai livelli pre-guerra in Iraq, un risultato superato negli ultimi trent’anni solo dal primo Blair nel 1997.

Eppure, durante i 2 anni della sua segreteria e fino a poco più di un mese fa, Corbyn era dato per spacciato, il distacco dai Conservatori rischiava di essere di oltre 20 punti, il suo stesso partito era in costante rivolta contro il segretario. Come si spiega dunque il successo del Labour?

C’è chi sostiene sia stato l’effetto degli attentati di Manchester e Londra. E chi attribuisce le colpe a Theresa May, la cui campagna elettorale è stata timida, impacciata, inadatta. Per quanto questi elementi abbiano un fondo di verità, non raccolgono in pieno la novità rappresentata da queste elezioni: non sono stati i Conservatori a perdere le elezioni – in fondo questi ultimi hanno aumentato i propri voti – quanto piuttosto il Labour a vincerle.

I motivi di questo successo van ricercati proprio in quello che i commentatori leggi tutto