Ultimo Aggiornamento:
22 luglio 2017
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Argomenti

Stendhal, Maccio Capatonda e il fascino del selfie: un parallelo

Omar Bellicini * - 10.05.2017

Sulle colline di Waterloo, affumicate da una bruma innaturale, un ragazzo si affretta, urla, interroga. È alto, bello e viene da Milano. Ha risalito la spina dorsale dell'Europa, dalla Lombardia al Belgio, solo per trovarsi in quel luogo. Doveva essere lì. Non voleva mancare un appuntamento importante. Ora è nel posto a lungo desiderato; e benché non s'imbatta nelle atmosfere piacevolmente pregustate nelle stanze d'infanzia, ingombre di libri e di sogni, può dirsi felice. Il giovane si chiama Fabrizio Del Dongo, e l'anno in questione è il fatidico 1815: quello della battaglia. Siamo al terzo capitolo de “La Certosa di Parma”, uno dei massimi capolavori stendhaliani. Probabilmente, quello che più ha segnato l'immaginario. Ma chi è Fabrizio, e cos'ha a che spartire con le vite interconnesse e condivise dei nostri contemporanei?

 

Nulla, se ci concentriamo sullo stile d'un adolescente che conosce le selle e non i sellini, e che di certo preferisce allungare i favoriti, in luogo delle creste. Ma, al di là di questi trascurabili dettagli esteriori, molto più a fondo delle mode e dei vezzi, Fabrizio potrebbe essere senza sforzo un “millenial”, o il padre di un millenial, o il nonno: fino a risalire ai tempi che gli sono propri, e persino a quelli precedenti. leggi tutto

La Cirinnà e qualche considerazione storica

Giovanni Bernardini - 16.02.2016

Per chi prova a fare della storia il proprio mestiere, la comparazione tra eventi e processi distanti nel tempo è una deformazione professionale incurabile, al pari di chi lavora di martello tutto il giorno e finisce per vedere chiodi ovunque. Non si tratta però di un esercizio inutile, purché non si ricerchino le abusate “ripetizioni della storia” ma ci si dedichi a riscontrare mutamenti e permanenze di fronte a sfide e problemi complessi. Difficile dunque assistere alla controversia che dentro e fuori le istituzioni sta suscitando il decreto Cirinnà sulle unioni civili senza che sorgano spontanei dei paragoni con altre battaglie per i diritti civili nella storia della Repubblica.

 

Tra le più vecchie, quella assimilabile per estensione del coinvolgimento e per radicalità delle posizioni ebbe luogo nel 1974 in occasione del referendum abrogativo della legge Baslini Fortuna, che aveva introdotto il divorzio nell’ordinamento italiano. La vicenda fu il risultato di un compromesso: in parlamento la Democrazia Cristiana non ostacolò l’approvazione della legge, che pure rifiutava, per non produrre fratture nella coalizione di governo; essa però si riservava la possibilità di adire all’istituto referendario e lasciare così l’ultima parola al corpo elettorale. Appaiono già evidenti una differenza e una similitudine tra le due situazioni. In quel caso si trattò anche di una resa dei conti tra schieramenti abbastanza definiti e riconoscibili: leggi tutto

Le crisi dell’Europa, l’assenza della storia e degli storici

Massimo Piermattei * - 04.02.2016

Nel dibattito pubblico europeo e in quello interno ai ventotto Stati membri è ormai da più di un anno che si discute, con (incauta) superficialità di mettere fine all’Euro, di estromettere la Grecia dall’Eurogruppo, di uno scenario che vede l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Un dibattito che sui migranti e sul trattato di Schengen continua a scrivere nuove tragiche pagine. Il tutto in un contesto che, dall’Ucraina al Medio Oriente, appare sempre più teso e pone all’Ue sfide non ulteriormente rinviabili (ancor più dopo gli attentati di Parigi e nell’ottica delle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti).

Gran parte delle responsabilità delle molteplici crisi che attraversano l’Europa (e dell’imbarbarimento del dibattito sul processo d’integrazione) ricade sulle spalle delle classi dirigenti nazionali, preoccupate “più dalle urne che dai libri di storia” - per riprendere lo slogan di un azzeccato manifesto lanciato da Amnesty International. Tuttavia, se la fine dell’integrazione europea, o l’ipotesi di un suo drastico ridimensionamento, sono diventati ormai un tema su cui confrontarsi, un’opzione possibile tra le tante sul tavolo, attribuire le responsabilità esclusivamente agli Stati membri e alle storiche contraddizioni irrisolte della costruzione europea sarebbe riduttivo, per quanto corretto. Così come sarebbe riduttivo limitarsi a denunciare la scarsa competenza con la quale i mass media si occupano dell’Ue e delle sue crisi. leggi tutto

Una questione fra storia e diritto: le misure coercitive di prevenzione

Fulvio Cammarano ° - 08.09.2015

Alcuni non lo sanno e molti non ci fanno caso, ma il sistema giudiziario italiano prevede la possibilità di prendere “misure coercitive”. Si tratta di provvedimenti che il Pubblico ministero chiede e il giudice può o meno concedere di fronte a determinati tipi di reato ritenuti potenzialmente reiterabili. In sostanza, attorno al soggetto che subisce questa misura, in attesa della sentenza, è possibile creare un recinto virtuale - in sostituzione di quello reale della cella dove potrebbe essere rinchiuso in via preventiva - in modo che torni a delinquere. Il Daspo, ad esempio, impedisce all’ultrà colpevole e scalmanato di frequentare lo stadio e dintorni, luoghi privilegiati per l’esercizio del tifo violento. Un’altra misura è il divieto imposto allo stalker di avvicinarsi  entro una certa distanza dall’oggetto delle sue ossessioni. C’è in queste coercizioni una logica  che intende salvaguardare persone ed  ambiti ben individuabili e circoscritti. Più complicata appare invece la fattispecie del divieto di dimora perché in questo caso la persona colpita dal provvedimento viene espulsa dall’intero suo mondo - quello della città in cui lavora e ha relazioni sociali - e non solo da una piccola porzione di esso. Tale misura, ancora presente nel nostro codice di procedura penale (art. 283, comma 1: “con il provvedimento che dispone il divieto di dimora, il giudice prescrive all'imputato di non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi senza l'autorizzazione del giudice”), rappresenta il residuo storico di un’interpretazione paternalistica della cultura liberale: leggi tutto

L’Europa e la fine della storia

Andrea Frangioni * - 19.05.2015

E’ la relativa assuefazione dell’opinione pubblica il dato che più tormenta di fronte all’ultimo grande naufragio nel Canale di Sicilia (sembra confermato lo spaventoso bilancio di oltre 700 morti). E’ incredibile che non sia stato proclamato il lutto nazionale (come fu invece fatto per l’altro grande naufragio dell’ottobre 2013, con oltre 300 morti); è incredibile che non si siano svolte veglie di preghiera in tutte le Chiese e in tutti gli altri luoghi di culto delle nostre città; è incredibile che, salvo qualche accenno, il tema non sia stato al centro delle celebrazioni del 25 aprile, tanto più che le migrazioni in corso sono dovute anche alla peste che tormenta i nostri giorni, il fascismo jihadista.

Tutto questo sembra confermare che, almeno in Europa, viviamo davvero nella fine della storia. In Europa la storia è finita perché, usciti dall’età delle ideologie, viviamo in un eterno presente, incapaci di dare un significato alle nostre esistenze che vada al di là delle contingenze materiali. Siamo divenuti incapaci di collegare le nostre vite alle generazioni che ci hanno proceduto e di concepire le nostre responsabilità nei confronti delle generazioni future. E questo nonostante i molti esempi “privati” di dedizione al prossimo (il volontariato) di cui siamo ancora capaci.

Una delle più chiare manifestazioni di questa fine della storia è la crisi del progetto europeo, di cui ha già scritto su questo giornale Paolo Pombeni. leggi tutto

Patetici maestri. Come non raccontare la storia della Grande Guerra

Novello Monelli * - 16.12.2014

Il vittimismo patetico


C’è uno spettro che si aggira per l’Italia, ed è il melodramma postumo.

Ciò che sta dimostrando questa prima stagione del centenario della Grande Guerra è la preoccupante tendenza di giornalisti, registi e divulgatori di varia natura a ragionare del passato seguendo più le regole del romanzo rosa che quelle del metodo storico, con il rischio di scivolare in un generico lamento sulla tragedia inspiegabile, voluta da una demoniaca congrega capi di stato maniaci e generali spietati. Così, il conflitto che ha generato il mondo in cui viviamo viene presentato secondo stereotipi manichei  degni di un film di serie C (tutti buoni e tutti vittime tranne pochi cattivoni), con tanti saluti al rigore filologico e alla distanza critica che dovrebbero informare la narrazione del passato. Che nessuno (salvo i cattivoni di cui sopra) volesse la guerra e credesse nella sua necessità è, naturalmente, un grottesco anacronismo. Che una buona parte dei combattenti, soprattutto tra i veterani che avevano vissuto l’orrore della prima linea, abbia poi passato la vita a rimpiangere quella scelta, è un altro. Il fatto è che a buona parte dei cosiddetti divulgatori è estranea la capacità di guardare all’evento guerra in modo complesso. Ad esempio, prendendo in considerazione lo sguardo dei contemporanei, quella generazione 1914 (o 1915) che sulla guerra, sulle sue ragioni e sui suoi significati, così come sulla possibilità del sacrificio di sé in nome del dovere della cittadinanza, ragionava in termini decisamente lontani da noi. leggi tutto

Una storia che serva alla politica (senza esserne serva)

Giovanni Bernardini - 13.12.2014

Ha colto nel segno il romanziere britannico L.P. Hartley quando ha definito il passato come “un paese straniero”, popolato da gente che si comporta in modo strano rispetto a noi. Un paese da cui attingiamo immagini, aneddoti e manufatti con lo stesso spirito ai quali spesso riserviamo lo stesso destino estetizzante e decontestualizzante dei Buddha sui comodini, o degli improbabili tatuaggi tribali da spiaggia. A quell’oceano di eventi accaduti nel tempo accediamo spesso sull’onda di stimoli e assonanze momentanee, destate più dall’istinto che dalla ponderazione. Così la semplice menzione della Crimea nella contesa tra Russia e Ucraina riporta alla mente nozioni di conflitti ottocenteschi, o di più recenti summit che nella vulgata hanno determinato le sorti dell’Europa (“di Yalta”, appunto). Similmente il referendum per l’indipendenza scozzese è stato associato all’immagine di una nuova epopea di “Braveheart”, con buona dose di grossolano ed esilarante anacronismo.

E poi c’è la storia, che è cosa diversa dal collezionismo occasionale di accadimenti passati. La storia che è interpretazione e conferimento di senso a quegli eventi, alla distanza che ci separa da essi, alla miriade di mutamenti infinitesimali e strutturali che hanno prodotto il presente. Pur semplificando, è lecito paragonare le interpretazioni storiche a delle mappe dei possibili percorsi verso quel “paese straniero”: mai uniche né univoche, diverse nei metodi di rilevamento e di raffigurazione, eppure comparabili in base alla loro rispondenza a regole chiare e rigore intellettuale. leggi tutto

La giusta distanza

Novello Monelli * - 31.07.2014

C’è del ridicolo in Italia.


Che il centenario della prima guerra mondiale avrebbe portato con sé la riesumazione (è il caso di dirlo) di antiche polemiche, era prevedibile. L’enorme successo internazionale di un libro tutt’altro che originale (ma innegabilmente accattivante) come I sonnambuli di Cristopher Clarke è la migliore dimostrazione di quanto la guerra del 1914 sia ancora d’ attualità. E’ bastato che l’autore riprendesse in mano la questione delle responsabilità del conflitto europeo, trasferendolo dai cattivi tedeschi alla controparte slava (serbi e russi) per suscitare un pandemonio. In Germania autorevoli specialisti come Gerd Krumeich si sono precitati a dissentire, sostenendo la validità di un giudizio sulle colpe del governo (e soprattutto dello Stato maggiore) del Reich che si riteneva assodato fin dai tempi della Fischer Kontroverse negli anni Sessanta. D’altra parte, molti lettori (e persino alcuni parlamentari) hanno espresso pubblicamente la loro soddisfazione per questa retroattiva assoluzione al tribunale della storia. Meno bene l’hanno presa i nuovi colpevoli: a Belgrado l’associazione tra Princip e i terroristi di Al Qaeda è piaciuta poco, e ancor meno l’immagine (estremamente convincente) di una leadership Serba leggi tutto

Il centenario disperso. Le commemorazioni della Grande Guerra e l’identità comune europea.

Marco Mondini - 15.07.2014

Le commemorazioni del 1914 stanno riproducendo una memoria frammentata – ovverosia ancora integralmente ed esclusivamente nazionale – del grande conflitto europeo? Il grido d’allarme è stato lanciato sulle pagine di Le Monde da Pierre Lemaitre, autore del fortunato romanzo Au-revoir là haut che l’anno scorso ha ottenuto il Prix Goncourt riesumando (è il caso di dirlo) la narrazione fantastica ma verosimile delle vicende rocambolesche di due sopravvissuti al fronte occidentale. Non c’è dubbio che i primi passi del rituale pubblico del centenario non assomiglino molto a quel grandioso lavacro purificatore degli egoismi nazionali che molti avevano, non senza un tocco di ingenuità, auspicato. «Le differenti memorie della Prima Guerra Mondiale mettono in luce l’inesistenza di una memoria collettiva europea» per citare la Mission du centenaire francese, uno dei pochi registi istituzionali del caravanserraglio memoriale ad essersi mosso per tempo (il centenario transalpino è stato aperto ufficialmente a novembre dell’anno scorso) con una strategia mediatica più o meno coerente e con palesi appetiti di egemonia culturale anche extra-nazionali. Lo stesso Presidente della Repubblica Napolitano, in una lettera aperta pubblicata sulle pagine di “Repubblica”, e poi ancora nel suo discorso di apertura delle cerimonie del centenario italiano, inaugurato simbolicamente a Redipuglia il 6 luglio leggi tutto