Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Merkel, gli Stati Uniti e una questione di fiducia

Giovanni Bernardini - 31.05.2017

Chissà se, tra un decennio o due, il discorso tenuto da Angela Merkel di fronte a 2.500 militanti dell’Unione Cristiano Sociale a Monaco di Baviera verrà insignito dell’aggettivo “storico”, per essere ricordato come“il giorno in cui la Cancelliera ha esortato definitivamente gli europei a prendere il loro destino nelle loro mani”. Chissà se sotto alla consueta patina della retorica si nasconde già un messaggio destinato a testimoniare una svolta della politica tedesca e a incoraggiarne un’altra simile presso gli alleati. O al contrario, chissà se quegli accenti oggi rilanciati dai giornali di mezzo mondo verrannoridimensionati a una manifestazione contingente di insoddisfazione; o ancora a un artificio volto a toccare le corde giuste di un elettorato, quello bavarese, che ama poco i toni generalmente più misurati della Cancelliera. Arrischiarsi nel vaticinio è da sempre uno dei più grandi pericoli in cui incorrono gli analisti politici di ogni sorta, salvo poi confidare nella scarsità di memoria storica che affligge i nostri tempi.

 

Chi conosce la storia del tutto peculiare del legame che intercorre tra la Germania (prima Occidentale, poi unita) e gli Stati Uniti a partire dal 1945, sa bene come i cicli di disaccordo e incomprensione si siano alternati alla riconciliazione e alla collaborazione, leggi tutto

“Il simpatizzante”: storie da un altro Vietnam

Giovanni Bernardini - 04.03.2017

Il Vietnam dellaguerra civile, dell’ultima resistenza imperiale francese e del disastrosointervento statunitense, della liberazione nazionale e dei sordidi giochi di Guerra Fredda, il Vietnam dell’“Agent Orange”, del sentiero di Ho Chi Minh tra giungle impenetrabili, dei boat people in fuga, vive ormai da decenni una vita autonoma in quanto luogodell’immaginario collettivo. In modo sempre più indipendente dalle reali dinamiche storiche, la vicenda vietnamita ha assunto i caratteri allegorici dello scontro tra Davide e Golia, o tra civiltà e barbarie, in una connessione sempre più labile con la realtà storica di uno degli scontri più anomali, lunghi e sanguinosi del XX secolo. L’evidenza che la principale fucina di tante raffigurazioni sia da sempre la bulimica e onnipotente Hollywood, con il suo inesauribile arsenale di dollari e fantasia, ha condotto al paradosso per cui il Vietnam del grande schermo coincide di volta in volta con la proiezione delle speranze, degli incubi, dell’eroismo e delle delusioni del “secolo americano”. Il risultato evidente è una colonizzazione (intenzionale o meno che sia) dell’immaginario collettivo a uso e consumo di un pubblico per sua natura globale. Il risultato paradossale è che, per la prima volta, a scrivere la storia di un conflitto sono stati e sono “gli sconfitti”: leggi tutto

La socialdemocrazia al capolinea?

Giovanni Bernardini - 03.12.2016

Ha fatto bene Michele Salvati, nel suo pezzo uscito domenica 27 novembre per “La Lettura”, a esporre la questione nei termini franchi e comprensibili di una metafora sportiva: se la politica odierna fosse un campo di allenamento, assisteremmo all’umiliante spettacolo del più classico “torello” tra due o più destre, con al centro quanto resta della sinistra a rincorrere inutilmente una palla che non riesce nemmeno a toccare. In questa poco invidiabile condizione si trova soprattutto la sfiancata socialdemocrazia europea, che insieme al fiato sta perdendo anche la lucidità. Fuori di metafora, Salvati mostra come sia oggi in corso un “perverso gioco di squadra” tra due destre che si confrontano – ma non disdegnano di cooperare – sin dagli albori del capitalismo moderno: una liberista e liberale, favorevole a una diffusione senza limiti del mercato come unico principio regolatore e ostile all’interferenza dello stato; e una populista, tradizionalista e comunitaria, pronta a convogliare lo scontento e le paure generate dagli eccessi della prima verso la chiusura autoreferenziale, verso l’ostilità nei confronti dell’“altro” e del “diverso”, verso la leggi tutto

Dall’Ungheria alla Colombia, i rischi della logica referendaria

Giovanni Bernardini - 12.10.2016

Due storie profondamente diverse, che arrivano da luoghi separati da poco meno di diecimila chilometri. Eppure, a ben guardare, due storie che presentano similitudini interessanti e preoccupanti da non sottovalutare per il bene di tutti, a qualunque latitudine.

L’inizio di ottobre è stato segnato dal più capzioso dei referendum, organizzato dal Primo Ministro ungherese Orban per consentire al suo popolo di esprimersi – ovviamente per rigettarlo – sul sistema delle quote stabilito in sede UE per la ricollocazione dei rifugiati nel continente. L’intera operazione si è risolta in un imprevisto e fragoroso fiasco: una partecipazione al voto ben al di sotto del 50% ha portato all’annullamento del risultato, seppure il 98% dei voti abbia espresso il consenso alle intenzioni del governo. Col consueto piglio autoritario, Orban si è affrettato a ridimensionare il significato dell’astensione, a dichiararsi vincitore, ad avvisare Bruxelles che dovrà comunque tenere in conto l’espressione della volontà del popolo ungherese, e ad annunciare che introdurrà comunque una riforma costituzionale per riaffermare l’esclusiva competenza statale sulle quote di accoglienza. Una riforma che un alto rappresentante del suo partito ha giustificato con la necessità di difendere anche i milioni di ungheresi che hanno disertato le urne perché, evidentemente, non hanno compreso la gravità della posta in gioco. leggi tutto

Il confine del Brennero e il futuro dell’Europa

Giovanni Bernardini - 09.04.2016

I confini sono come le cicatrici: non ne esistono due uguali. Proprio come una cicatrice, ogni confine reca con sé un passato irripetibile di urti, lacerazioni, di guarigioni laboriose, di ricadute. Come a una cicatrice, a ogni confine corrisponde un decorso emozionale che può facilitare o più spesso complicare la guarigione. Farebbero bene a tenerlo presente coloro che oggi sono chiamati a gestire la vera o presunta “crisi” migratoria verso l’Europa. Al contrario, molti tra di loro giocano irresponsabilmente con stime e cifre, e sollecitano in questo modo i più bassi istinti dell’opinione pubblica del cui consenso poi vanno in cerca, fomentando così una spirale discendente che rischia di travolgere ogni sensibilità civile prima ancora del progetto europeo. Su questa strada sembrerebbe purtroppo incamminato il governo austriaco, almeno a giudicare dalle improvvide dichiarazioni del ministro Mikl Leitner sui presunti “trecentomila migranti” pronti a solcare il Mediterraneo, ad attraversare l’Italia e a devastare immancabilmente il piccolo paese alpino al loro passaggio. Tale costruzione è palesemente destituita di fondamento nei numeri, come dimostrano tutte le stime sui flussi attuali e futuri; eppure è sufficiente per minacciare l’Italia di non poter contare indefinitamente sull’apertura del confine del Brennero. La sua chiusura (temporanea? indefinita?), secondo Vienna, leggi tutto

I “paesaggi contaminati” di Martin Pollack e il salvataggio dall’oblio

Giovanni Bernardini - 19.03.2016

“Un laboratorio su un immenso cimitero”: questa era l’Europa all’indomani del primo conflitto mondiale secondo Thomas Masaryk, primo Presidente della neonata Repubblica Cecoslovacca. È difficile immaginare un ossimoro che concili più efficacemente le attese di un dopoguerra di pace e di sviluppo sociale, e il monito dell’immensa carneficina appena conclusa. “L’esperimento” fu tutt’altro che un successo e le speranze di un pacifico progresso lasciarono presto il posto a incubi reali di moderna barbarie, in primis il nazionalsocialismo, e a nuovi massacri che avrebbero insanguinato a lungo l’intera Europa.

Massacri talmente diffusi che Martin Pollack, scrittore e giornalista austriaco e soprattutto profondo conoscitore dell’Europa centro-orientale, paragona quest’ultima a un’enorme fossa comune nella quale regimi contrapposti, passaggi di eserciti o deliberate operazioni di sterminio su base razziale o ideologica hanno precipitato avversari e nemici lungo tutto il Ventesimo secolo. Spesso i posteri hanno dedicato a quelle vittime un doveroso riconoscimento sotto forma di steli, monumenti, lapidi individuali e collettive. In molti altri casi, tuttavia, questo non è avvenuto per una precisa volontà politica, per il desiderio di rimuovere un passato ancora fresco dalla memoria collettiva, o di procedere sbrigativamente alla ricostruzione materiale e morale, o semplicemente perché la negazione del ricordo era l’ultimo, estremo affronto alle vittime. leggi tutto

La Cirinnà e qualche considerazione storica

Giovanni Bernardini - 16.02.2016

Per chi prova a fare della storia il proprio mestiere, la comparazione tra eventi e processi distanti nel tempo è una deformazione professionale incurabile, al pari di chi lavora di martello tutto il giorno e finisce per vedere chiodi ovunque. Non si tratta però di un esercizio inutile, purché non si ricerchino le abusate “ripetizioni della storia” ma ci si dedichi a riscontrare mutamenti e permanenze di fronte a sfide e problemi complessi. Difficile dunque assistere alla controversia che dentro e fuori le istituzioni sta suscitando il decreto Cirinnà sulle unioni civili senza che sorgano spontanei dei paragoni con altre battaglie per i diritti civili nella storia della Repubblica.

 

Tra le più vecchie, quella assimilabile per estensione del coinvolgimento e per radicalità delle posizioni ebbe luogo nel 1974 in occasione del referendum abrogativo della legge Baslini Fortuna, che aveva introdotto il divorzio nell’ordinamento italiano. La vicenda fu il risultato di un compromesso: in parlamento la Democrazia Cristiana non ostacolò l’approvazione della legge, che pure rifiutava, per non produrre fratture nella coalizione di governo; essa però si riservava la possibilità di adire all’istituto referendario e lasciare così l’ultima parola al corpo elettorale. Appaiono già evidenti una differenza e una similitudine tra le due situazioni. In quel caso si trattò anche di una resa dei conti tra schieramenti abbastanza definiti e riconoscibili: leggi tutto

Le parole e la politica, a una settimana dagli attentati di Parigi

Giovanni Bernardini - 21.11.2015

Una settimana ci separa dagli eventi parigini. Una settimana febbrile, che ha segnato tutto fuorché l’improbabile ritorno alla normalità evocato da più parti. Una settimana in cui le conseguenze della notte di sangue hanno monopolizzato l’informazione sotto forma di raid e di arresti, di ritorsioni belliche più rabbiose che mirate, di provvedimenti d’emergenza invocati e discussi. Di falsi allarmi, che più di ogni altra cosa danno la misura delle ripercussioni sulla vita quotidiana dei cittadini europei, dall’annullamento di incontri di calcio fino alla miriade di segnalazioni di pacchi, automobili, individui “sospetti” che sarebbero passati inosservati solo pochi giorni fa. Un panorama sfavorevole a valutazioni che non cedano alla pur comprensibile emozione, e il profluvio di commenti espressi da ogni parte sembra innanzitutto denunciare la mancanza del lessico adeguato a rappresentare la novità di quanto accaduto, e delle categorie mentali necessarie a organizzare un pensiero propositivo per il futuro. Difficile considerare altrimenti l’approssimazione acritica con cui concetti come “guerra” e “terrorismo” vengono reiterati nel discorso politico, portandosi dietro connotazioni evidentemente appartenenti al passato che non rispecchiano più la nostra quotidianità. Ma l’anacronismo in frangenti simili è un peccato di pigrizia e un lusso che non ci si può concedere, come dimostrano tre lustri di opinabili iniziative belliche che hanno seguito l’11 settembre statunitense e che in parte sono alla radice dei problemi attuali. leggi tutto

Renzi, il populismo e l’università italiana

Giovanni Bernardini - 15.10.2015

Cos’è questo populismo di cui i media si riempiono la bocca e contro il quale allertano l’opinione pubblica? Certamente populista è la deriva xenofoba caldeggiata da molte forze politiche europee indipendentemente dal loro grado di presentabilità. Lo è altrettanto la fuga da una seria analisi della realtà per trovare rifugio nel complottismo che impazza nel discorso pubblico. L’odio senza compromessi per il diverso, per nemici invisibili e inclassificabili (rivelati soltanto da leader che “vedono più lontano”) sono fantasmi che hanno già visitato le stagioni più nere di questo continente, e che si spera abbiano lasciato anticorpi sufficienti a prevenire ricadute. Tuttavia i casi appena citati sono manifestazioni episodiche di un fenomeno più ampio e sfuggente. Perché prima ancora di riempirsi di contenuti, il populismo è innanzitutto forma, metodo, approccio alla politica. Questo populismo ha come marchio la pretesa identificazione tra un leader e un intero popolo: il primo portavoce dei “reali” bisogni del secondo, contro “caste e potentati” e più ancora contro regole e procedure vissute come fastidiosi intralci. È la tentazione permanente delle spiegazioni e delle soluzioni facili, immediate, appetibili per i bassi istinti e redditizie in termini di consenso; è la mobilitazione di un epidermico risentimento anti-intellettuale contro chi, invece, avrebbe il compito di mettere in guardia sulla complessità del reale e contro illusorie scorciatoie. leggi tutto

Kos, i profughi e i confini dell’Europa

Giovanni Bernardini - 25.08.2015

“Una delle migliori destinazioni in Grecia, con siti archeologici, spiagge sabbiose e divertimento per tutti i gusti”. Per una volta la formula di prammatica dei depliant non colpisce lontano dal bersaglio: perché l’isola di Kos, nel Dodecaneso, si è affermata da tempo come l’ennesima, “normale” meraviglia estiva che la Grecia offre a prezzi tutto sommato abbordabili ai turisti europei e non solo. Quest’anno però l’isola è assurta agli onori della cronaca per un primato degli arrivi ben più difficile rispetto a quello consueto dei charter e dei traghetti da occidente, carichi di visitatori e dei loro risparmi per le vacanze. Perché un fazzoletto di mare, o un “braccio” a voler essere generosi, separa a nordest le coste di Kos da quelle della Turchia. Quest’ultima, dati alla mano, sta sopportando il maggior peso della disperata fuga per la sopravvivenza dal disastro siriano: ormai quasi due milioni d’individui, secondo le stime sicuramente al ribasso dell’UNHCR, che in percentuale considerevole guardano come approdo finale della loro odissea all’ingresso nell’Unione Europea. Di cui Kos, volente o nolente, si è scoperta porta d’ingresso e frontiera critica al pari di Lampedusa, Malta, Melilla, Orestiada. Rispetto ad altre destinazioni, però, l’isola greca ha mostrato nelle ultime settimane un’impreparazione comprensibile ma non meno preoccupante di fronte all’ingente flusso di rifugiati. In un paese la cui amministrazione pubblica ha già subito colpi gravi dalla crisi e dall’austerity, l’arrivo di circa 7.000 migranti leggi tutto