Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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“Il simpatizzante”: storie da un altro Vietnam

Giovanni Bernardini - 04.03.2017
Il simpatizzante

Il Vietnam dellaguerra civile, dell’ultima resistenza imperiale francese e del disastrosointervento statunitense, della liberazione nazionale e dei sordidi giochi di Guerra Fredda, il Vietnam dell’“Agent Orange”, del sentiero di Ho Chi Minh tra giungle impenetrabili, dei boat people in fuga, vive ormai da decenni una vita autonoma in quanto luogodell’immaginario collettivo. In modo sempre più indipendente dalle reali dinamiche storiche, la vicenda vietnamita ha assunto i caratteri allegorici dello scontro tra Davide e Golia, o tra civiltà e barbarie, in una connessione sempre più labile con la realtà storica di uno degli scontri più anomali, lunghi e sanguinosi del XX secolo. L’evidenza che la principale fucina di tante raffigurazioni sia da sempre la bulimica e onnipotente Hollywood, con il suo inesauribile arsenale di dollari e fantasia, ha condotto al paradosso per cui il Vietnam del grande schermo coincide di volta in volta con la proiezione delle speranze, degli incubi, dell’eroismo e delle delusioni del “secolo americano”. Il risultato evidente è una colonizzazione (intenzionale o meno che sia) dell’immaginario collettivo a uso e consumo di un pubblico per sua natura globale. Il risultato paradossale è che, per la prima volta, a scrivere la storia di un conflitto sono stati e sono “gli sconfitti”: indipendentemente dalle loro intenzioni critiche o elogiative dell’intervento statunitense, registi e sceneggiatori hanno imposto i cliché e gli stereotipi senza i quali sembra ormai impossibile persino pensare il Vietnam e i soprattutto i suoi cittadini, ridotti al rango di comparse monodimensionali della vicendanei panni di guerriglieri, prostitute, lacchè, vittime.

È attorno a questa riflessione, alimentata a colpi di godibile sarcasmo, che si snoda la vicenda de “Il simpatizzante”, romanzo di Viet Thanh Nguyen insignito del Premio Pulitzer 2016 per la narrativa e tempestivamente proposto in Italia da Neri Pozza. “Il simpatizzante” è innanzitutto l’autobiografia di un individuo che ha fatto della propria duplicitàunaragione di vita: figlio illegittimo e mai riconosciuto di un prete francese e di una giovanissima vietnamita del nord (unica figura teneramente positiva del racconto) e per questo disprezzato dai concittadini del villaggio come “mezzosangue”; poi militante vietcong in incognito, cui è affidata da tempo la delicata di missione di infiltrarsi tra le maglie delle forze del sud fino a diventare il principale consigliere e confidente di un alto ufficiale dell’esercito. Il romanzo si apre sul finale del conflitto, la rovinosa caduta di Saigon nel 1975 e la fuga precipitosa dell’ultimo contingente statunitense, con al seguito i collaboratori degli stranieri e i membri del regime sud vietnamita che si erano “guadagnati” il diritto di non cadere in mani nemiche. A questo punto ha inizio una lunga e disorientante odissea per chi, come il protagonista, si trova catapultato nella realtà statunitense. Viet Thanh Nguyen ha gioco facile nel rovesciare prospettive e stereotipi prendendo in prestito gli occhi del proprio personaggio per svelare quanto esotico, schizofrenico e incomprensibile risulti il nuovo contesto per chi vi è calato improvvisamente contro la propria volontà. Fautori e oppositori locali dell’intervento militare, propugnatori della battaglia globale contro il comunismo o dell’autodeterminazione integrale del “Terzo Mondo”,dimostrano tuttiuna comune ignoranza delle reali condizioni del conflitto, e soprattutto l’incapacità di un approccio sincero e paritario nei confronti dei vietnamiti in carne e ossa che hanno di fronte, come risultato di schemi culturali preordinati e sedimentati che molto hanno a che fare con il “fardello dell’uomo bianco”. Fino al punto che, quando il protagonista viene coinvolto come consulente nella realizzazione di un “kolossal” sulla guerra del Vietnam, egli si trova costretto a spiegare insistentemente (e inutilmente) all’indispettito grande regista come persino il modo dei suoi connazionali di gridare di fronte al dolore sia fatalmente diverso da quello “occidentale” e dalle pretese caratterizzazionihollywoodiane.

Il romanzo dedica pagine illuminanti anche alla ricostruzione delle dinamiche innescate dall’esilio nella comunità vietnamita, tra disorientamento, invidie, risentimenti e necessità di una reinvenzione che tutti auspicano come temporanea, nella speranza sempre più flebile di un ritorno in patria dopo la “liberazione”. Nell’incapacità di adattarsi alla nuova condizione, vi è chi tenta improbabili rientri clandestini per fomentare l’insurrezione: sarà così, di nuovo da infiltrato, che il protagonista farà ritorno nel proprio paese sottoposto al nuovo regime per il quale egli ha lottato nell’ombra. L’arresto e la detenzione si incaricheranno di mostrargli una realtà ben diversa, rispetto alla quale egli è diventato di nuovo straniero e sospetto di “contagio occidentale”, quindi pericoloso e inservibile per quella rivoluzione per cui ha lavorato da lontano. Invero si tratta forse della parte meno originale del romanzo, tanto quanto lo è la dettagliata descrizione delle torture inflitte al protagonista, che pure ha suscitato una messe di reazioni entusiaste della critica (ma è veramente possibile scrivere qualcosa di originale e incisivo su questo tema da “1984” di Orwell in poi?). Piuttosto, il valore del libro che ne fa uno dei migliori romanzi storici degli ultimi anni risiede nella notevole capacità di Viet Thanh Nguyen di prestare alla sua creatura il terribile privilegio di farsi interprete di volta in volta tutte le parti del dramma.Fino alla sua conclusione che, inevitabilmente, non può che lasciare un retrogusto di sconfitta e liberazione al contempo.