Ultimo Aggiornamento:
22 luglio 2017
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Argomenti

«Dove non passano le merci, passeranno gli eserciti». Alcune considerazioni sul Comprehensive Trade and Economic Agreement (CETA)

Massimo Bucarelli * - 22.07.2017

Il 25 luglio il Senato italiano sarà chiamato ad approvare il trattato commerciale tra Unione Europea e Canada il cui obiettivo è la liberalizzazione dei commerci grazie all’abbattimento quasi completo dei dazi doganali, in tutti e tre i settori produttivi (agricolo, manifatturiero e terziario).

 

Attualmente, l’Italia, potenza manifatturiera prima che agricola, è l’ottavo fornitore mondiale del Canada con un volume di interscambio bilaterale di oltre 5 miliardi di euro nel 2015, grazie all’esportazione di beni capitali e prodotti industriali: macchinari, automobili, navi, aerei, piastrelle, calzature, farmaci, mobili, rubinetti, valvole, pompe e compressori.

Sono evidenti, quindi, le ottime possibilità di espansione dell’export e, conseguentemente, dell’occupazione, che verranno dall’abbattimento delle barriere tariffarie; basti pensare che attualmente i dazi canadesi in alcuni settori trainanti sono particolarmente elevati: 20% per l’abbigliamento, 13%, per i prodotti in pelle, 9,5% per i macchinari industriali e i mobili. Di fronte a una politica monetaria europea, che non sembra voler ricorrere alla svalutazione dell’euro per favorire le esportazioni, la riduzione delle tariffe rappresenta un modo per agevolare la competitività dei prodotti italiani e un importante strumento per rafforzare la penetrazione della manifattura italiana nel mercato canadese.

 

Anche nel terziario, l’Italia occupa una posizione di rilievo nell’esportazione di servizi (assicurazioni, telecomunicazioni, ingegneristica), per un interscambio dal valore leggi tutto

Libero scambio Europa – Giappone: un patto con tante luci e qualche ombra

Gianpaolo Rossini - 12.07.2017

E’ in dirittura d’arrivo il patto di libero scambio tra Unione Europea e Giappone. Presentato al G20 di Amburgo dal presidente della Commissione Ue e dal premier del Giappone Abe. Dovrà in seguito essere approvato da Consiglio, Parlamento europeo nonché ratificato dai parlamenti nazionali che intendono esprimersi secondo quanto stabilito in maggio dalla corte di giustizia della Ue. Con questo accordo Giappone ed Europa si avvicinano mettendo ordine in un commercio non sempre facile ma in espansione e che vede il Giappone in perenne surplus. L’accordo non è una reazione alla cancellazione dei negoziati per l’area di libero scambio nel Pacifico da parte di Trump. I negoziati iniziarono infatti nel 2013 ed è prevista anche una possibile alleanza strategica (Strategic Partnership Agreement) su questioni come l’ambiente, la sicurezza e la collaborazione in caso di disastri.  L’accordo commerciale tra Ue e Giappone prevede un abbattimento progressivo dei dazi doganali, un’apertura, anche questa graduata su diversi anni, a molti beni che oggi semplicemente non entrano in Giappone, un riconoscimento simultaneo di gran parte delle denominazioni d’origine per prodotti del settore agroalimentare - di grande interesse per l’Italia - l’apertura reciproca degli appalti pubblici alle imprese delle due aree e forme di convergenza tecnica normativa in numerosi settori. leggi tutto

Chi ha paura del protezionismo?

Gianpaolo Rossini - 08.07.2017

Le politiche commerciali riguardano norme, imposte (dazi) e agevolazioni su esportazioni ed importazioni di beni e servizi di un paese. Il Trattato di Roma cancella le politiche commerciali nazionali e attribuisce la materia alla Commissione UE. Nel 1957 l’Italia ha un interscambio - Import + export - sul Pil pari al 30% (nel 2016 è quasi il 50%).  C’è più specializzazione: un settore che esporta molto importa poco e viceversa, mentre oggi  ogni comparto esporta ed importa molto. Negli anni ‘50 scarsi sono i servizi scambiati, limitati al turismo. Le imprese fanno in casa gran parte dei beni intermedi invece di comprarli o produrli ai quattro angoli del pianeta come avviene oggi. Poche multinazionali sono presenti in limitati settori manifatturieri. Oggi sono tante, medie e grandi, in tutti i settori, servizi compresi. Per questo nel 1957 non trova opposizione il trasferimento delle politiche commerciali dalle capitali europee a Bruxelles, con un dazio unico sulle importazioni extra Ue e zero dazi intra Ue. Ne risulta un’unione doganale con libertà di movimento delle persone (perfezionata con Schengen nel 1995) e delle attività finanziarie (massima nell’aera euro) in un mondo di tassi di cambio fissi e trascurabili flussi finanziari internazionali privati.

Molto è cambiato in sessant’anni. Soprattutto la profondità della integrazione internazionale ridimensiona strumenti di leggi tutto

Trump come Nixon? Russiagate, Watergate e i tanti dubbi dell’impeachment

Gianluca Pastori * - 21.06.2017

Nelle ultime settimane, le vicende legate al c.d. ‘Russiagate’ (la presunta interferenza di Mosca nelle ultime elezioni presidenziali statunitensi in favore di Donald Trump) hanno vissuto più di una accelerazione. In particolare dopo il licenziamento dell’ex Direttore dell’FBI, James Comey, il Presidente Trump appare sotto attacco, anche attraverso una serie di indiscrezioni di stampa che, in modo più o meno velato, ventilano la possibilità di una sua messa in stato d’accusa. Questa possibilità acquista un appeal particolare in questi giorni. Il 17 giugno 1972, infatti, l’arresto di cinque uomini sorpresi nel tentativo di penetrare nei locali del comitato nazionale democratico presso l’Hotel Watergate di Washington apriva la porta allo scandalo che poco più di due anni dopo (8 agosto 1974) avrebbe portato alle dimissioni di Richard Nixon. Nelle ultime settimane, i paragoni fra Trump e Nixon, si sono sprecati, con la stessa espressione ‘Russiagate’ a richiamare un parallelo che – negli Stati Uniti e fuori – resta sempre evocativo. E’, tuttavia, ancora da capire se le due situazioni siano effettivamente paragonabili. Si tratta inoltre di capire il significato effettivo di un atto come la messa in stato d’accusa del Presidente, che, al di là delle sue implicazioni giuridiche, ha una natura essenzialmente politica. Il margine di leggi tutto

Ritorno al futuro: Trump in Medio Oriente

Il viaggio del Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, in Arabia Saudita e in Israele ha avuto rilevanza nei limiti in cui segna il tentativo di riportare Washington al centro della politica medio orientale: al centro di una regione che sta attraversando le difficoltà legate alla lotta tra quelle forze che desiderano rendere la regione più autonoma dagli interventi politici esteri e guidarla tanto in nome dei diversi nazionalismi quando della cosiddetta “civiltà islamica”, e quelle forze ritengono essenziale il sostegno estero (leggi statunitense od europeo) sia per controbilanciare le supposte mire egemoniche altrui sia garantire le capacità di governo sulla propria popolazione.

 

Fin qui nulla di nuovo, nel senso che fin dalla costruzione del Medio Oriente post-Prima e Seconda Guerra Mondiale i gruppi dirigenti dei Paesi arabi si sono divisi e scontrati sul legame tra indipendenza, sovranità, integrazione regionale e relazioni con le ex-potenze coloniali o le superpotenze della Guerra Fredda. Il passaggio dal dominio franco-britannico a quello statunitense negli anni Cinquanta si intrecciava con l’indipendenza postcoloniale del nazionalismo arabo, a guida egiziana: la posta in gioco era l’allineamento della “giovane” repubblica di Siria alle monarchie hashemite di Iraq e Giordania oppure alla leadership egiziana di Nasser. leggi tutto

Elezioni iraniane: scenari e protagonisti in campo

Francesca Del Vecchio * - 17.05.2017

Negli ultimi mesi le elezioni presidenziali iraniane - previste per il prossimo 19 maggio - hanno destato l’attenzione della stampa internazionale più per la possibile ricandidatura di Mahmoud Ahmadinejad che non per un effettivo interesse per la politica di Tehran. Scongiurato il pericolo di un ritorno sulle scene dell’ex sindaco della capitale, bocciato dal Consiglio dei Guardiani dopo essersi iscritto nelle liste di candidatura, è sceso di nuovo un parziale silenzio e un cinico disinteresse per le sorti del Paese.

 

Facciamo un passo indietro: la Repubblica Islamica dell’Iran si recherà alle urne per scegliere il suo Presidente, l’ottavo dalla Rivoluzione del ‘78, durante la fase preliminare della campagna elettorale diversi erano i possibili candidati: si era parlato, appunto, di Ahmadinejad - conosciuto per il suo regime quasi dittatoriale tenuto nei due mandati (dal 2005 al 2013) -, e di Marziyeh Vahid Dastjerdi, già primo Ministro (della salute) donna nel 2009 con Ahmadinejad (da lui stesso licenziata perché aveva osato contestare i prezzi troppo alti dei medicinali). Dei due, solo il primo si è iscritto alle liste dei candidati ma il Consiglio dei Guardiani - che ha anche il compito di vagliare le candidature, ha posto leggi tutto

Elezioni legislative 2017 in Algeria: tra apatia e disincanto

Caterina Roggero * - 03.05.2017

Il prossimo 4 maggio in Algeria 23 milioni di cittadini – su un totale di 40 milioni circa di abitanti – si recheranno alle urne per rinnovare l’Assemblea popolare nazionale (APN), eleggendone i 462 nuovi deputati. Da quando a inizio aprile la campagna per le legislative è stata inaugurata, nonostante il dispiegamento di mezzi da parte di partiti, organi di governo e persino leader religiosi per motivare la cittadinanza al voto, l’apatia e il disincanto nei confronti del quinquennale appuntamento elettorale regnano sovrani. Gli analisti sul campo raccontano che in questi giorni, per le strade di Algeri, il dibattito sia particolarmente acceso non tanto sullo scrutinio nazionale ormai alle porte, quanto sul ballottaggio delle presidenziali francesi. Per inciso, le preferenze di autorità e semplici cittadini convergono su Emmanuel Macron: l’unico tra i candidati a essersi recato in Algeria durante la campagna e soprattutto il solo ad aver “osato” giudicare pubblicamente i 132 anni di colonizzazione francese nel paese maghrebino come un “crimine contro l’umanità” (gli algerini, si sa, sono ancora in attesa delle scuse ufficiali di Parigi per la lunga parentesi della loro storia recente vissuta sotto il dominio della potenza europea).

Quale partito o quale alleanza di partiti vincerà in Algeria, invece, non interessa veramente granché: l’unico vero risultato leggi tutto

Prove di forza in Siria

Il 4 aprile nei pressi della cittadina di Khan Shaykhun venne sferrato un attacco con armi chimiche che causò almeno 84 morti e molti altri feriti. La località si trova nella provincia di Idlib nel nord-ovest della Siria, dove si concentra il grosso delle forze ribelli. L'attacco avvenne nel contesto di una dura campagna di bombardamenti in tutta la zona, compresa la distruzione di un ospedale a Ma'arrat al Nu'man, a una ventina di chilometri di distanza che avrebbe potuto salvare alcuni dei feriti.

Dopo la ri-conquista di Aleppo da parte delle forze lealiste a Damasco nel dicembre 2016, la provincia è sotto costante pressione militare, con l'aviazione siriana e russa che bombarda le roccaforti ribelli con l'obiettivo di minarne la coesione e indurli a negoziare degli accordi: questi comportano il ritiro dei ribelli armati, dei loro familiari e il controllo delle forze di sicurezza del governo, o dei suoi alleati. Nei fatti, è un ritiro quasi incondizionato che permette di evitare la sanguinosa battaglia finale, porta a porta, di dividere il fronte dei ribelli e della popolazione, il tutto in cambio della sopravvivenza di questi ultimi. Il risultato è la concentrazione senza precedenti di popolazione e ribelli armati nella provincia rurale e settentrionale del Paese, leggi tutto

Il futuro del presente, ed altre possibilità.

Sulla base delle notizie raccolte e diffuse finora, l'attentato del 22 marzo contro il Parlamento britannico a Londra sembra rientrare nella categoria degli attacchi "ispirati" ma non "organizzati" da organizzazioni internazionali terroristiche, come lo Stato islamico. Saremmo dunque di fronte ad un evento simile a quanto avvenuto nella strage a Nizza il 14 luglio oppure a quella del mercatino di Natale a Berlino, il 19 dicembre 2016. Gli attacchi a Parigi del 13 novembre 2015 e quelli a Bruxelles del 22 marzo 2016, invece, erano caratterizzati da legami organizzativi più stretti con l'Organizzazione dello stato islamico (IS). La diversità dei collegamenti è proprio uno dei punti di forza dell'Organizzazione dello stato islamico che sfrutta modalità diverse di conflitto: dalla guerra convenzionale, alla guerriglia in terra di Iraq e di Siria, agli attentanti terroristici in Europa, Turchia, Tunisia ed Egitto, fino all'ispirazione di singoli individui a compiere atti terroristici con mezzi tanto semplici quanto letali, sempre in Europa o negli Stati Uniti d'America. Fino a questo punto, dunque, niente di nuovo. Purtroppo.

Molto, invece, si muove in Iraq e in Siria dove la principale organizzazione jihadista, l'Organizzazione dello stato islamico, sta subendo pesanti sconfitte militari sul campo. Nonostante la resistenza sempre più accanita delle truppe di al Baghdadi, le forze irachene leggi tutto

“Il simpatizzante”: storie da un altro Vietnam

Giovanni Bernardini - 04.03.2017

Il Vietnam dellaguerra civile, dell’ultima resistenza imperiale francese e del disastrosointervento statunitense, della liberazione nazionale e dei sordidi giochi di Guerra Fredda, il Vietnam dell’“Agent Orange”, del sentiero di Ho Chi Minh tra giungle impenetrabili, dei boat people in fuga, vive ormai da decenni una vita autonoma in quanto luogodell’immaginario collettivo. In modo sempre più indipendente dalle reali dinamiche storiche, la vicenda vietnamita ha assunto i caratteri allegorici dello scontro tra Davide e Golia, o tra civiltà e barbarie, in una connessione sempre più labile con la realtà storica di uno degli scontri più anomali, lunghi e sanguinosi del XX secolo. L’evidenza che la principale fucina di tante raffigurazioni sia da sempre la bulimica e onnipotente Hollywood, con il suo inesauribile arsenale di dollari e fantasia, ha condotto al paradosso per cui il Vietnam del grande schermo coincide di volta in volta con la proiezione delle speranze, degli incubi, dell’eroismo e delle delusioni del “secolo americano”. Il risultato evidente è una colonizzazione (intenzionale o meno che sia) dell’immaginario collettivo a uso e consumo di un pubblico per sua natura globale. Il risultato paradossale è che, per la prima volta, a scrivere la storia di un conflitto sono stati e sono “gli sconfitti”: leggi tutto