Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Argomenti

Prove di forza in Siria

Il 4 aprile nei pressi della cittadina di Khan Shaykhun venne sferrato un attacco con armi chimiche che causò almeno 84 morti e molti altri feriti. La località si trova nella provincia di Idlib nel nord-ovest della Siria, dove si concentra il grosso delle forze ribelli. L'attacco avvenne nel contesto di una dura campagna di bombardamenti in tutta la zona, compresa la distruzione di un ospedale a Ma'arrat al Nu'man, a una ventina di chilometri di distanza che avrebbe potuto salvare alcuni dei feriti.

Dopo la ri-conquista di Aleppo da parte delle forze lealiste a Damasco nel dicembre 2016, la provincia è sotto costante pressione militare, con l'aviazione siriana e russa che bombarda le roccaforti ribelli con l'obiettivo di minarne la coesione e indurli a negoziare degli accordi: questi comportano il ritiro dei ribelli armati, dei loro familiari e il controllo delle forze di sicurezza del governo, o dei suoi alleati. Nei fatti, è un ritiro quasi incondizionato che permette di evitare la sanguinosa battaglia finale, porta a porta, di dividere il fronte dei ribelli e della popolazione, il tutto in cambio della sopravvivenza di questi ultimi. Il risultato è la concentrazione senza precedenti di popolazione e ribelli armati nella provincia rurale e settentrionale del Paese, leggi tutto

Il futuro del presente, ed altre possibilità.

Sulla base delle notizie raccolte e diffuse finora, l'attentato del 22 marzo contro il Parlamento britannico a Londra sembra rientrare nella categoria degli attacchi "ispirati" ma non "organizzati" da organizzazioni internazionali terroristiche, come lo Stato islamico. Saremmo dunque di fronte ad un evento simile a quanto avvenuto nella strage a Nizza il 14 luglio oppure a quella del mercatino di Natale a Berlino, il 19 dicembre 2016. Gli attacchi a Parigi del 13 novembre 2015 e quelli a Bruxelles del 22 marzo 2016, invece, erano caratterizzati da legami organizzativi più stretti con l'Organizzazione dello stato islamico (IS). La diversità dei collegamenti è proprio uno dei punti di forza dell'Organizzazione dello stato islamico che sfrutta modalità diverse di conflitto: dalla guerra convenzionale, alla guerriglia in terra di Iraq e di Siria, agli attentanti terroristici in Europa, Turchia, Tunisia ed Egitto, fino all'ispirazione di singoli individui a compiere atti terroristici con mezzi tanto semplici quanto letali, sempre in Europa o negli Stati Uniti d'America. Fino a questo punto, dunque, niente di nuovo. Purtroppo.

Molto, invece, si muove in Iraq e in Siria dove la principale organizzazione jihadista, l'Organizzazione dello stato islamico, sta subendo pesanti sconfitte militari sul campo. Nonostante la resistenza sempre più accanita delle truppe di al Baghdadi, le forze irachene leggi tutto

“Il simpatizzante”: storie da un altro Vietnam

Giovanni Bernardini - 04.03.2017

Il Vietnam dellaguerra civile, dell’ultima resistenza imperiale francese e del disastrosointervento statunitense, della liberazione nazionale e dei sordidi giochi di Guerra Fredda, il Vietnam dell’“Agent Orange”, del sentiero di Ho Chi Minh tra giungle impenetrabili, dei boat people in fuga, vive ormai da decenni una vita autonoma in quanto luogodell’immaginario collettivo. In modo sempre più indipendente dalle reali dinamiche storiche, la vicenda vietnamita ha assunto i caratteri allegorici dello scontro tra Davide e Golia, o tra civiltà e barbarie, in una connessione sempre più labile con la realtà storica di uno degli scontri più anomali, lunghi e sanguinosi del XX secolo. L’evidenza che la principale fucina di tante raffigurazioni sia da sempre la bulimica e onnipotente Hollywood, con il suo inesauribile arsenale di dollari e fantasia, ha condotto al paradosso per cui il Vietnam del grande schermo coincide di volta in volta con la proiezione delle speranze, degli incubi, dell’eroismo e delle delusioni del “secolo americano”. Il risultato evidente è una colonizzazione (intenzionale o meno che sia) dell’immaginario collettivo a uso e consumo di un pubblico per sua natura globale. Il risultato paradossale è che, per la prima volta, a scrivere la storia di un conflitto sono stati e sono “gli sconfitti”: leggi tutto

Da Rabat a Tunisi: Uno sguardo sul Maghreb

Leila El Houssi * - 22.02.2017

All’indomani delle Primavere arabe, il quadro regionale del Nord Africa, in particolare l’area del Maghreb, ha subito importanti trasformazioni.  In Tunisia, Algeria e Marocco si sono registrati cambiamenti rilevanti dal punto di vista sociale, politico ed economico.

Nel febbraio 2011, in Marocco aveva preso forma un movimento popolareprevalentemente giovanile, “Movimento 20 febbraio”, il quale rivendicava riforme costituzionali che limitassero parzialmente il potere del Re, maggiore libertà di espressione e la liberazione dei prigionieri politici. Richieste che Muhammad VI ha in parte esaudito promuovendo una revisione della Costituzione approvata con il 98.5% dei consensi il 1 luglio 2011 in un referendum consultivo. Tra le novità introdotte nella Carta ricordiamo il riconoscimento legale dell’uguaglianza di genere, della lingua berbera Tamazigh come seconda lingua ufficiale dopo l’arabo e un’importante cambiamento relativo alla figura del Re non più definito “sacro” ma “inviolabile e degno di rispetto”. La prontezza della monarchia nelle riforme, per quanto invero limitate, ha consentito al Marocco di evitare una lacerazione tra i manifestanti e il potere come quella che si è registrata in altri contesti.

Oggi il Marocco sta vivendo un momento di stallo politico leggi tutto

Il Grande Iran di Giuseppe Acconcia

Francesca Del Vecchio * - 18.02.2017

Mentre il Medioriente è una polveriera, e gli Stati Uniti certo non svolgono il ruolo di paciere, c’è un Paese che, neanche troppo silenziosamente, raduna le idee per affrontare una nuova fase della sua storia. Stiamo parlando dell’Iran, che il prossimo 19 maggio sceglierà il suo ottavo presidente (il primo dopo la rivoluzione khomeinista venne eletto nel 1980 con la costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran). Dopo la morte dell’ex presidente Hashemi Rafsanjani, leader dei riformisti - di cui fa parte l’attuale presidente Hassan Rohani - e figura di spicco del post khomeinismo, le tensioni tra conservatori e riformisti si sono inasprite. Alle prossime elezioni, i primi faranno di tutto per impedire la rielezione del presidente uscente, artefice del compromesso sul nucleare. Anche l’uscita di scena di Mahmud Ahmadinejad dai giochi ha destabilizzato gli equilibri sul tavolo: ancora non ci sono certezze sul nome del futuro candidato conservatore.

Alla luce del ruolo che l’Iran ricopre, non solo in Medioriente ma anche nei rapporti internazionali, è fondamentale conoscere questo Paese. Giuseppe Acconcia, giornalista salernitano collaboratore di diverse testate italiane, ha realizzato l’impresa di raccontare l’Iran senza sensazionalismi; senza l’approccio orientalista tanto inviso a Said. Il libro, edito da Exòrma Edizioni, leggi tutto

Cosa cambia per l'Europa all'ONU dopo la Brexit

Lorenzo Ferrari * - 11.02.2017

L'idea di assegnare all'Unione europea un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell'ONU circola da qualche decennio. È una fantasia che è stata spesso animata dall'Italia – soprattutto per bloccare altri più concreti progetti di riforma dell'ONU – ma che ha naturalmente raccolto anche le speranze dei federalisti. L'Europa sarebbe così diventata a pieno titolo un soggetto politico sulla scena internazionale, in grado di farsi valere e di esprimersi con una sola voce sulle grandi questioni del momento.

La Comunità europea in quanto tale iniziò a essere un soggetto riconoscibile all'ONU durante gli anni Settanta, quando fu ammessa come osservatore permanente all'Assemblea Generale e quando i suoi stati membri cominciarono a coordinare le loro posizioni in quasi tutti gli organi delle Nazioni Unite. La sola eccezione era costituita dal Consiglio di Sicurezza, di cui facevano parte Regno Unito e Francia in maniera permanente e quasi sempre un terzo stato CE in maniera temporanea. Nonostante le richieste dei partner, i due membri permanenti si rifiutarono sempre di portare al Consiglio di Sicurezza posizioni “europee” concordate con gli altri stati membri.

La coordinazione europea sulle questioni leggi tutto

Sono solo sparate di Trump?

Gianpaolo Rossini - 08.02.2017

Trump non perde tempo e dà corso al suo programma più velocemente di qualsiasi altro presidente americano di epoca recente. In economia chiude il negoziato per il trattato di libero scambio nel Pacifico. Attacca Cina, Giappone e Germania accusandole di manipolare i cambi e minaccia dazi doganali. Su un altro fronte nomina alla corte suprema un giovane giudice schierato sul fronte antiabortista che daràuna impronta duratura all’alta corte Usa dato che la nomina è a vita. Sta sbagliando su questi due fronti Trump? O dà corso ad una reazione ormai inevitabile a situazioni deteriorate sfuggite di mano?

Iniziamo dall’economia. Nel corso della storiatensioni e guerre feroci scoppiano per squilibri nei conti con l’estero. Non di rado i paesi cercano di risolvere i  loro guai finanziari con l’estero facendo guerra a chi ha concesso loro credito. La guerra dell’oppio del 1839 è dichiarata dall’impero britannicoalla Cina nei confronti della quale ha un debito insostenibile. La Cina esporta manufatti di qualità e risparmia troppo. L’Inghilterra di Lord Palmerston non regge la concorrenza dell’impero celeste ed è meno formica. Cosa possono vendere gli inglesi alla Cina per colmare il divario? Visto che il made in UK non piace non resta che l’oppio prodotto nei possedimenti reali di Tailandia e Afganistan. leggi tutto

Il Marocco torna a far parte dell’Unione Africana

Miriam Rossi - 08.02.2017

Decisione storica al 28esimo vertice dei capi di stato e di governo dell’Unione Africana (UA) che si è tenuto dal 22 al 31 gennaio ad Addis Abeba, in Etiopia. Il Marocco torna ufficialmente a far parte dell’UA dopo ben 33 anni di separazione: era infatti il 1984 quando re Hassan II, padre dell’attuale sovrano del regno alawita, decise di abbandonare il seggio dell’allora Organizzazione dell’Unità Africana in segno di protesta per l’ammissione della Repubblica Democratica Araba Sahrawi (RASD). Secondo Rabat, tale ammissione era in conflitto con il principio di “non interferenza” e di “rispetto dei confini” degli Stati membri, posti a fondamento dell’Organizzazione. Come noto, il riconoscimento di quello che per il Marocco è uno pseudo-Stato appariva inaccettabile politicamente e aveva indotto alla “decisione dolorosa” di lasciare l’Organizzazione: una decisione che voleva esercitare evidenti pressioni internazionali per una scelta di campo nell’annosa questione ma che fu promossa mediaticamente come un atto coscienzioso per “evitare la divisione dell’Africa”. Non sfugge però che solo 20 Paesi dei 54 membri dell’UA riconoscono ancora oggi la RASD, con ambasciate saharawi in Nigeria, Algeria, Sudafrica, Etiopia, leggi tutto

Un nuovo bipolarismo (imperfetto)

Luca Tentoni - 28.01.2017

L'ipotesi che, dopo le prossime elezioni politiche, la destra lepenista di Salvini e Meloni si allei col M5S per formare un governo appare improbabile. Alcune convergenze in materia di politica estera, immigrazione e soprattutto sull'euro spingono alcuni a ritenere che ci sia spazio per una collaborazione. Forse, però, la situazione è diversa. Mentre nel 2013 avevamo visto il bipolarismo della Seconda Repubblica lasciare il posto al tripolarismo (centrodestra, centrosinistra, M5S), oggi appare chiaro che la distinzione principale - almeno quella percepita da parte non irrilevante dell'elettorato - è pro o contro l'euro e l'Unione europea: una sorta di nuovo bipolarismo, molto imperfetto. La contrapposizione destra-sinistra perde forza se abbiamo da un lato un partito che "si chiama fuori" da questa distinzione (il M5S) e dall'altro due blocchi che dovrebbero essere compatti e contrapposti, ma che in realtà non lo sono (nell'ex centrosinistra lo strappo fra il Pd e le forze di sinistra radicale è ben lungi dall'essere ricucito; nel centrodestra le distanze fra Forza Italia e Lega-FdI, a maggior ragione dopo l'elezione di Tajani alla guida dell'Europarlamento e la vittoria di Trump negli USA, si accentuano anzichè ridursi). Oggi il partito di Berlusconi è più vicino al PPE, alla Merkel e persino al Pd di Renzi di quanto lo sia rispetto agli alleati lepenisti italiani. leggi tutto

First ladies e diplomazia. Un lungo passato dal futuro incerto

Dario Fazzi * - 28.01.2017

Nel marzo del 1972, nel corso di una intervista a Monrovia, in Liberia, Thelma “Pat” Nixon descrisse quello della first lady come il “il più duro lavoro non pagato al mondo”. La costituzione degli Stati Uniti infatti non prevede alcun incarico ufficiale néforme di emolumenti per le first ladies, la cui funzione si basa sostanzialmente su una tradizione le cui origini risalgono a Martha Washington e alla cultura alto-borghese anglosassone di fine settecento.

 

Eppure, per quanto informale, la posizione della first lady resta molto influente nel sistema socio-politico statunitense, ben al di là di quelle che una volta Betty Ford descrisse come “chiacchiere da letto.” Pare infatti che il presidente Andrew Johnson ritenesse l’opinione di sua moglie molto più valida e autorevole di quelle di numerosi consiglieri. Sarah Polk era indispensabile segretaria, consigliera politica e confidente del marito. Per molti, la vera deus ex machina dietro l’amministrazione Taft era Helen, moglie del presidente. L’impegno politico di Eleanor Roosevelt e il suo rivoluzionario impatto sull’immagine pubblica della first lady hanno caratterizzato questa figura sino ai tempi di Michelle Obama.

Quello che è interessante notare è che spesso le first ladies hanno avuto un ruolo di primo piano anche nella conduzione della politica estera statunitense. In particolare, leggi tutto