Ultimo Aggiornamento:
22 luglio 2017
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Argomenti

2018, l'Italia "balneare"

Luca Tentoni - 22.07.2017

Si parla molto, in queste settimane, della necessità del governo Gentiloni di muoversi fra numerosi scogli di natura politica, programmatica e numerica (soprattutto in Senato). Qualcuno è giunto a definire l'Esecutivo in carica una sorta di "governo balneare". Se fosse vero, sarebbe uno dei governi di transizione potenzialmente più duraturi della storia repubblicana. Quelli presieduti da Giovanni Leone nel 1963 e nel 1968 sono rimasti in carica per poco più di cinque mesi, per esempio, mentre i due guidati da Amintore Fanfani negli anni Ottanta durarono rispettivamente per otto (1982-'83) e tre mesi (1987). In quanto ai "governi amici", quello di Giovanni Goria restò in carica per otto mesi e mezzo fra il 1987 e il 1988, mentre quello di Giuseppe Pella (1953-'54) per cinque mesi. Ci furono poi altri Esecutivi di breve durata, come ad esempio quelli presieduti da Cossiga (due) e Forlani (uno) fra l'agosto del 1979 e il giugno 1981 (durata media: sette mesi circa); infine, fra il 2000 e il 2001 avemmo il secondo governo Amato, in carica per poco meno di 14 mesi. Paolo Gentiloni è a Palazzo Chigi dal 12 dicembre, dunque da poco più di sette mesi; se il suo mandato terminasse a febbraio, raggiungerebbe l'"Amato bis". In fondo, anche nel 2000-2001 si era alla fine di una legislatura leggi tutto

Le coalizioni impossibili?

Paolo Pombeni - 19.07.2017

Al di là delle cortine fumogene delle solite polemiche estive, la questione di fondo che con ogni probabilità si prospetterà dopo le prossime elezioni politiche, indipendentemente da quando avranno luogo, sarà quella delle coalizioni. Nella situazione che attualmente ci prospettano i sondaggi non c’è un singolo partito in grado di imporsi da solo come vincitore: nemmeno se si conservasse l’opzione dell’attuale premio di maggioranza che il moncone di legge elettorale sopravvissuto al vaglio della Consulta assegna al partito che raggiunge il 40% dei voti. A meno di prevedere clamorosi terremoti elettorati che sfuggono ai sismografi politici, attualmente secondo tutti i sondaggi al più il partito meglio piazzato raggiunge a stento il 30% dei consensi.

Si deve dunque ipotizzare che si passi a considerare la soluzione di coalizioni di governo, sia che ciò sia favorito da una, ci pare improbabile, nuova legge elettorale, sia che ciò sia quanto si renderà necessario dopo aver fatto la conta proporzionale dei consensi raccolti dalle varie liste. Al momento l’unica coalizione che ha qualche prospettiva di realizzarsi è quella di centrodestra. Non tanto per le capacità federative di Berlusconi, quanto per il fatto che è l’unico campo in cui la voglia di sconfiggere gli avversari e di ritornare al leggi tutto

L'Italia delle "capitali regionali"

Luca Tentoni - 15.07.2017

Fra pochi mesi, quando avremo i primi dati relativi alle elezioni politiche generali, vedremo che il dibattito si focalizzerà sulle linee di tendenza complessive, cioè sulle differenze di voti rispetto al 2013. Solo in un secondo momento si cercherà di comprendere se le tradizionali "roccaforti" delle famiglie politiche avranno resistito o meno; infine, si cercherà di individuare i flussi elettorali in alcune città significative, per provare a capire come si saranno realmente spostati i voti. Di solito, però, anche se tutti gli aspetti che abbiamo citato sono importanti, se ne trascura uno altrettanto rilevante: il voto nei capoluoghi di regione (19 più Trento e Bolzano) ma soprattutto nelle "metropoli", vale a dire nelle poche città italiane con più di cinquecentomila abitanti (Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo). Eppure, nelle metropoli vive l'11% della popolazione italiana e nel complesso dei capoluoghi di regione si arriva circa ad un quinto degli abitanti e degli elettori. Il comportamento elettorale nelle città differisce da sempre da quello della "periferia", creando un ulteriore cleavage rispetto a quello costituito dalle tradizionali differenze di voto fra le diverse aree del Paese. Mentre il "voto di classe" si è attenuato, la differenza fra "capitali regionali" e "periferia" non sembra così sfumata. Come scrive leggi tutto

L’enigma Pisapia

Paolo Pombeni - 15.07.2017

Era stato presentato come il federatore della sinistra che si trova al di fuori del PD, ma si era evitato di considerare che le federazioni sono operazioni difficili, perché ci vuole molto tempo perché si verifichino le necessarie “cessioni di sovranità”: la storia dell’Unione Europea forse potrebbe insegnare qualcosa. Sin qui risulta più che altro una speranza di quella quota di opinion leader e opinion maker che puntavano alla nascita del contrappeso ad un Renzi che non si riusciva a contenere in nessun modo, ma di cui si sapeva di non poter fare a meno.

L’operazione sta fallendo esattamente su questo punto, per opera congiunta delle due parti in campo e anche, ammettiamolo, per l’inadeguatezza che sino a questo momento rivela Pisapia. L’ex sindaco di Milano, elevato a simbolo di una delle rare operazioni vincenti di coalizione a sinistra, doveva essere il personaggio in grado di raccogliere attorno a sé i delusi da quello che consideravano il moderatismo renziano, ma senza che con ciò si cadesse nell’eterno vizio della sinistra, quello di costruirsi un demonio da combattere anche a costo di condannarsi alla minorità politica. Pisapia aveva dunque prospettato un suo ruolo che era al tempo stesso di federatore della leggi tutto

PD: troppo di lotta e poco di governo?

Paolo Pombeni - 12.07.2017

La leadership si nutre del teatrino mediatico, ma non è detto che sia la miglior cosa possibile. Renzi dovrebbe averlo capito dai tempi della campagna per il referendum costituzionale, ma sembra non sia così. Dopo un breve periodo di continenza, ecco il segretario del Pd tornato in campo con tutta l’aggressività di cui è capace per rilanciare l’immagine di un partito sempre più di lotta (elettorale) e sempre meno di governo. I maligni dicono che essere di governo oggi significherebbe rafforzare Gentiloni anche per il post elezioni e scommettono sull’ossessione di Renzi di tornare ad ogni costo a Palazzo Chigi. Se davvero fosse così significherebbe che non è un leader nel vero senso della parola: quelli sanno aspettare e costruire nell’attesa. C’è da sperare non sia così, perché di leader politici veri l’Italia ha gran bisogno.

Sia come sia, resta il fatto che Renzi aprendo un contenzioso con la UE ha messo in posizione difficile il governo che pure il suo partito supporta. I commentatori sottolineano che subito è stato corretto il tiro: il segretario del PD ha specificato che le sue proposte valgono per il prossimo governo pienamente legittimato dalle future elezioni; Padoan ha dato più o meno la stessa interpretazione all’intemerata renziana. leggi tutto

Il "non voto"

Luca Tentoni - 08.07.2017

C'è un raggruppamento (molto eterogeneo, senza leader e senza attivisti) che, al primo turno delle recenti elezioni comunali, ha guadagnato in un sol colpo, nei capoluoghi di provincia, un numero di voti uguale a quello della lista più votata. È l'arcipelago astensionista, che l'11 giugno ha conquistato 206,8 mila nuovi "consensi" (il Pd ne ha avuti 207 mila in tutto), passando da 1,057 milioni delle precedenti comunali a 1,264 milioni. I non votanti, insomma, sono più numerosi di tutti gli elettori che hanno scelto le liste di centrodestra (476,7 mila), di sinistra e centrosinistra (540 mila) e il M5S (142,8 mila). Se aggiungiamo i 65,4 mila elettori che sono andati ai seggi per restituire la scheda annullata o bianca, abbiamo - nei 25 capoluoghi - un totale di 1,33 milioni di unità, contro un milione e 524 mila voti espressi (compresi quelli ai soli sindaci, che sono 107,7 mila). È vero che negli ultimi anni, nelle città capoluogo di provincia, l'affluenza si è mantenuta più bassa (3-5%) che a livello nazionale, ma la tendenza è confermata da più riscontri: quel +7,5% di astenuti rispetto alle precedenti comunali è lo stesso aumento percentuale che si registra in tutti i centri oltre i 30mila abitanti. È una regolarità affermata anche a livello territoriale: +8% al Nord, +4,4% al Centro, +6,9% al Sud e nelle Isole. Già nel 2016, leggi tutto

Migranti e Europa: la fiera delle ipocrisie

Paolo Pombeni - 05.07.2017

Che la questione delle ondate dei migranti che investono l’Europa fosse una bomba ad orologeria è stato detto e scritto più volte: ciò che stupisce è la fiera di ipocrisie che si è scatenata per far finta di essere tutti buoni e lasciare invece marcire la questione.

Partiamo dal rinvio al codice del mare di Amburgo che impone il salvataggio dei naufraghi e il loro sbarco nel porto più vicino. Tutti fingono che le masse umane che attraversano con mezzi precari il canale di Sicilia o i mari greci siano paragonabili ai “naufraghi” che sono vittime di disgrazie più o meno accidentali. Ovviamente quel tipo di naufraghi, per così dire classico, sono persone che hanno un loro radicamento e che, una volta salvati come è doveroso, torneranno a quello. L’obbligo di farli sbarcare nel porto più vicino è una regola per evitare che le navi che operano i salvataggi per non avere intralci nei loro programmi se li portino dietro fino ai loro approdi definitivi, rallentando e complicando il ritorno dei naufraghi alla loro vita normale.

Evidentemente non è questo il caso delle masse di migranti disperati, che una volta sbarcati non hanno alcuna intenzione di tornare alla loro vita precedente. Gli stati europei, sempre più leggi tutto

I ballottaggi nei comuni capoluogo

Luca Tentoni - 28.06.2017

Il secondo turno delle elezioni comunali del 2017 ha accentuato talune tendenze già presenti nel primo. Per quanto riguarda i candidati sindaci nei ventuno capoluoghi (su 22 ballottaggi, infatti, uno è stato inutile - quello di Trapani - perchè si è svolto con un solo candidato che non ha raggiunto il quorum) già la "griglia di partenza" del primo turno offriva indicazioni interessanti: in quattordici città erano al comando esponenti di centrodestra e Lega, contro cinque del centrosinistra e due civici (Parma, Belluno). La zona bianca del Nord confermava il predominio della coalizione Salvini-Berlusconi (7 primi posti contro 2 del centrosinistra e uno delle civiche), mentre la zona rossa era più equilibrata (2 centrosinistra, 2 centrodestra, 1 civica); nel Mezzogiorno allargato, infine, ben cinque primi classificati su sei appartenevano al centrodestra, contro uno del centrosinistra. Il risultato finale è stato il seguente: 15 capoluoghi al centrodestra (più uno ottenuto già l'11 giugno), 4 al centrosinistra (più due del primo turno), 2 ai "civici". A prima vista, sembrerebbe esserci stato un solo cambio di posizione fra primo e secondo, in una città, invece è andata diversamente: mentre nel 2012-'14 solo in tre casi chi si era classificato al secondo posto aveva vinto il ballottaggio (Belluno, Parma, Padova), nel 2017 ciò è accaduto in ben otto casi (Alessandria, Monza, Pistoia, L'Aquila, leggi tutto

Il ritorno di Berlusconi?

Paolo Pombeni - 28.06.2017

Ammettiamolo, Berlusconi è un formidabile uomo di spettacolo: sa sempre come entrare in scena e come far concentrare su di sé i riflettori. Così quando ha fiutato che le elezioni amministrative avrebbero segnato un punto a favore del centrodestra si è affrettato a tornare in pista per non farsi sfuggire l’occasione di essere nuovamente al centro dell’attenzione.

Tutto però non è una semplice questione di spettacolarizzazione della presenza di un personaggio a cui il narcisismo non ha mai fatto difetto. C’è anche il fiuto politico di chi sa cogliere gli umori dell’opinione pubblica e le debolezze dei suoi avversari. Bisogna vedere se il fiuto è infallibile come lo fu in passate occasioni, ma escluderlo a priori sarebbe sbagliato.

Cosa ha intuito Berlusconi? A nostro avviso tre cose. La prima è che una certa quota del paese ha di nuovo paura di finire in mano al radicalismo (lui lo chiama “comunismo”, ma è solo perché il termine è più intuitivo per la gente). Può essere quello di Salvini, rispetto al quale può però presentarsi nelle vesti del domatore che lo terrà al guinzaglio. E’ molto più quello dei Cinque Stelle, che suscitano preoccupazioni perché non si capisce dove vogliano andare a parare, ma si capisce al tempo stesso

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Il primo turno delle elezioni amministrative (2° parte)

Luca Tentoni - 24.06.2017

A conclusione della nostra analisi del primo turno delle elezioni amministrative del 2017, occupiamoci del rendimento di liste e "famiglie politiche" (centrodestra, centrosinistra, centro, M5S, civiche-altri) iniziando dai 25 comuni capoluogo di provincia dove si è votato l'11 giugno. Un primo raffronto fra i dati delle comunali 2017 (capoluoghi) e quelli delle precedenti (2012-’14) evidenzia un rafforzamento del centrodestra "modello CDL 2008" (+4,7%) e un indebolimento del centrosinistra "Unione 2006" (-2,5%), mentre il M5S guadagna il 2,5%. Allargando il confronto a 64 comuni (includendo i 39 non capoluoghi con più di 30mila abitanti) alcuni divari fra le due elezioni diventano molto più contenuti: il centrodestra guadagna lo 0,8%, il centrosinistra cresce dello 0,5%, il M5S passa dal 7% al 10,1%. Si tratta, ovviamente, di elezioni svolte in ambiti temporali e condizioni politiche, sociali ed economiche molto differenti e distanti fra loro. Sul piano dell'offerta politica, il sistema è diventato tripolare nel 2013, cioè l'anno seguente alle amministrative che raffrontiamo con le attuali. Alcune tendenze, però, emergono nettamente: nel centrodestra, FdI e Noi con Salvini-Lega Nord (più la lista di Bitonci a Padova) raggiungono l'11,4% dei voti contro il 7,9% di Forza Italia e il 14,4% delle liste civiche eterogenee di centrodestra. Nel complesso dei 64 comuni oggetto nel nostro studio i due partiti "sovranisti" hanno insieme il 9,6% contro il 7,5% degli "azzurri" e il 13,2% delle altre liste. leggi tutto