Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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Argomenti

I risvolti elettorali della "fine del dibattito pubblico"

Luca Tentoni - 23.09.2017

L'uso non sempre ragionevole e accorto dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, il mutamento del linguaggio politico e il clima di campagna elettorale permanente rischiano di produrre effetti sullo stato delle democrazie? Se lo chiede Mark Thompson, nel suo "La fine del dibattito pubblico" (Feltrinelli, 2017). L'autore, che è stato direttore generale della Bbc (ora è al "New York Times") si pone un problema che riguarda le democrazie in generale, ma che in Italia appare particolarmente grave. Le nostre elezioni politiche si avvicinano, ma viviamo ormai da anni (se non dall'inizio della cosiddetta "Seconda Repubblica") in un clima di campagna elettorale senza soluzione di continuità. La mobilitazione generale finisce per ridurre al minimo gli spazi del confronto civile e persino della convivenza fra i sostenitori dei soggetti politici in competizione: "quando l'ideologia è al picco" - ricorda Thompson - "e per tanti partiti e per gli attivisti di tutti i partiti questo significa sempre, incontrare l'avversario a metà strada equivale a un tradimento". Citando il saggio "The Spirit of Compromise" di Amy Gutmann e Dennis Thompson (Princeton University Press, 2012), lo studioso stigmatizza il fatto che le campagne elettorali sono diventate interminabili, invece di essere limitate a periodi precisi prima delle elezioni. In primo luogo, dunque, leggi tutto

Urlare forte per farsi sentire dai sordi?

Paolo Pombeni - 20.09.2017

L’abitudine ad urlare forte sembra prendere sempre più piede nella politica politicante (cioè quasi tutta la politica). Lo si faccia alzando i decibel o buttandosi in metafore improbabili o dispensando scomuniche a dritta e a manca non cambia molto. Quello che ci si deve chiedere è invece semplice: perché lo fanno?

Non è difficile rispondere. Ci sono due fondamentali ragioni. La prima è dare la carica o fare coraggio alle rispettive truppe. E’ una vecchia tecnica sperimentata da tempo immemorabile da tutti gli eserciti del mondo: si va all’assalto urlando. Serve ad aumentare l’impressione che siamo tanti, e senza paura mentre il nemico fuggirà impressionato dalle nostre urla. Ovviamente funziona poco.

La seconda ragione è l’illusione che così sarà più facile costringere anche i duri d’orecchio ad ascoltare il grido. Si suppone che una parte, magari cospicua della cosiddetta audience, sia o distratta o piuttosto debole di udito, per cui gli alti decibel scuoterebbero il suo torpore. Anche qui ci sono controindicazioni, perché l’intensità del rumore disturba tutti coloro che ci sentono almeno decentemente e li spinge a tapparsi le orecchie, ma lasciamo perdere.

Qui si vuole fare un ragionamento politico. La prima spiegazione ci porta a chiederci quanto i leader dei vari raggruppamenti leggi tutto

Sistemi elettorali, i risvolti politici del “disallineamento”

Luca Tentoni - 16.09.2017

Non è detto che avere due sistemi elettorali diversi sia un problema per tutti. Per alcuni potrebbe essere addirittura una risorsa. La possibilità di apparentamenti per il Senato e non per la Camera permette di creare coalizioni regionali per Palazzo Madama e, nel contempo, di sviluppare una competizione serrata fra alleati/avversari per Montecitorio. Da una parte amici, dall'altra concorrenti; da un lato (Senato) il “piano A” - la coalizione fra simili – e dall'altro il “piano B” - dove ognuno corre per conto proprio e, all'apertura delle urne, può allearsi con chi vuole. Durante la Seconda Repubblica, invece, le cose sono andate diversamente: di solito, le coalizioni (per scelta politica, non per obbligo giuridico, s'intende) erano omogenee in entrambi i rami del Parlamento. Persino nel 1994, quando Berlusconi creò la doppia coalizione Forza Italia-Lega al Nord (con AN fuori) e Forza Italia-AN nel Centrosud, non ci furono differenze fra Camera e Senato. Stavolta, invece, per esempio, un elettore del Lazio potrebbe trovarsi sulla scheda per la Camera FI, Lega e FdI in concorrenza fra loro, mentre su quella per il Senato potrebbe vederli coalizzati. Da un punto di vista politico, ogni leader sarebbe autorizzato a dare la propria interpretazione dell'impegno preso con gli elettori. leggi tutto

Politica politicante e governo della ripresa

Paolo Pombeni - 13.09.2017

I dati economici sembrano incoraggianti, anche se parlare di uscita definitiva dalla crisi è prematuro. Tuttavia indubbiamente ci sono risultati positivi che non erano attesi e prospettive di consolidamento di una ripresa che, pur nei suoi limiti, sembra ormai avviata. Se non ci saranno sorprese, sempre possibili in un contesto internazionale tutt’altro che pacifico, ci si avvia ad una fase che ha contorni diversi da quelli immaginati fino a qualche mese fa dalla nostra politica politicante.

Se il paese abbia introiettato questo cambio di orizzonte è però una questione aperta. La gente non cambia idea guardando le statistiche e leggendo le previsioni degli specialisti: quando certe percezioni si sono radicate nell’immaginario collettivo non è così facile smuoverle. Vale a maggior ragione per un cambio di passo nell’economia che non è ancora avvertibile nell’immediato dal vissuto della maggior parte della popolazione, perché per esempio il problema più grave, la disoccupazione giovanile (che peraltro tocca una fascia molto ampia di popolazione perché in qualche modo arriva a lambire il confine dei quarantenni), non è ancora stata ridotta in maniera tale da rendere il fatto percepibile a livello diffuso. Non parliamo poi delle disfunzioni degli apparati politici: dalla cronica emergenza dell’incapacità di governo “ordinario” dei territori, che è la leggi tutto

Scenari in movimento?

Paolo Pombeni - 06.09.2017

All’avvio della ripresa autunnale gli scenari entro cui si muove la politica italiana sembrano piuttosto diversi da quelli che avevano contraddistinto la precedente fase dell’anno in corso. E’ vero che le incognite internazionali sono di difficile lettura, perché dove ci porterà la crisi innescata dalla Corea del Nord non è al momento prevedibile, e non si tratta di una variabile di poco conto. Poi c’è la situazione all’interno della UE che si rimetterà in moto dopo il risultato delle elezioni tedesche il 24 settembre: non si tratta solo di registrare la probabile vittoria della Merkel, ma di vedere, e ci vorrà qualche tempo, con quale coalizione governerà il suo quarto mandato, perché da ciò dipendono gli andamenti della sua politica europea.

Tradizionalmente però le nostre forze politiche non incentrano i propri interessi su questi temi, ma si arrovellano sugli equilibri possibili per la gestione del governo di casa nostra. Normale, almeno in parte, in una fase ormai sempre più pre-elettorale con le classi dirigenti del paese che si interrogano su chi sarà il futuro reggitore delle politiche del prossimo esecutivo. E qui non è solo questione dei nomi dei possibili futuri premier, ma anche di quale potere essi potranno avere rispetto alle maggioranze leggi tutto

Alla ricerca di un “vincitore”

Luca Tentoni - 02.09.2017

Alle prossime elezioni regionali siciliane e alle "politiche" del 2018 assisteremo alla consueta disputa sull'interpretazione del voto. Ne avremo tre: quella degli esperti, tendenzialmente avalutativa e basata su molteplici criteri; quella della stampa, mirante a semplificare e a proclamare vincitori e sconfitti; quella dei partiti, che cercheranno a far propria l'interpretazione - fra tutte quelle proposte - per loro più lusinghiera, dunque vantaggiosa. Il problema della valutazione dei dati fa parte ormai del gioco politico: si può dire che è la fase supplementare della campagna elettorale, perchè - a livello di comunicazione - non basta (si può dire: talvolta non è neppure necessario) vincere ma bisogna trasmettere - inverare mediaticamente - l'immagine della propria affermazione. Ecco perchè occorre tenere distinta, nella lettura dei risultati da parte dell'opinione pubblica e della stampa, l'analisi scientifica operata dagli esperti da quella politica, veicolata dai partiti. Poichè talvolta i dati possono essere confrontati e analizzati prendendo come riferimento precedenti diversi (in ordine di tempo o di tipo della competizione) o campi particolari (territorio, condizione socio-culturale, PIL, classi di età) o privilegiando alcuni risultati (il numero dei seggi o dei voti in percentuale, per esempio) rispetto ad altri (i voti assoluti, l'incremento o il decremento in voti anzichè in percentuale) può capitare che si ingeneri leggi tutto

Settembre andiamo …

Paolo Pombeni - 02.09.2017

Le reminiscenze scolastiche sono dure a morire e dunque ogni settembre torna alla mente la poesia di D’Annunzio: “settembre, andiamo, è tempo di migrare …”. Il ricordo sottolinea quell’andamento del tempo mutuato sulla scuola per cui in effetti a settembre sembra che ricominci tutto dopo quella che dovrebbe essere la pausa estiva.

Così è anche per la politica, che in agosto in genere non va completamente in vacanza perché si esercita a prepararsi il terreno per la ripresa autunnale, ma che comunque è attesa alla prova di quello che, almeno sulla carta, potrebbe essere un nuovo inizio. Quest’anno se non sarà un nuovo inizio ci si attende quanto meno una certa svolta, perché le scadenze che ci si parano davanti non sono davvero né poche né modeste.

Cominciamo da quella che potrebbe apparire la più lontana dai nostri problemi immediati. Il 24 settembre si voterà in Germania. I pronostici danno per certa la vittoria della Merkel e del suo partito, ma bisognerà vedere l’ampiezza del successo. A prescindere da questo, se non ci saranno sorprese sconvolgenti, la riproposta incoronazione della Cancelliera aprirà una nuova fase nella vicenda dell’Unione Europea. In probabile tandem con Macron verrà preso in mano lo spinoso dossier della necessaria riforma della UE: leggi tutto

La complessa ricomposizione del centrodestra

Luca Tentoni - 05.08.2017

Secondo tutti i sondaggi, i partiti di destra si apprestano a superare - dopo più di venti anni - il centrodestra di Berlusconi. La Lega (Salvini) e Fratelli d'Italia (Meloni) sono accreditati di una percentuale complessiva oscillante fra il 17 e il 20% dei consensi popolari, mentre Forza Italia non arriva mai, nelle diverse rilevazioni, oltre quota 14%. Questo cambiamento di rapporti di forza ci riporta alle prime due elezioni politiche della Seconda Repubblica: nel 1994, infatti, Lega (8,4%) e AN (13,5%) superarono, sia pur di poco (21,9 a 21) il partito di Berlusconi; nel 1996 (Lega 10,1%, AN 15,7% contro il 20,6% di FI, senza contare il 5,8% del CCD-CDU che riportò l'ago della bilancia in equilibrio) si arrivò ad un sostanziale pareggio reso simbolicamente inutile - oltre che dalla sconfitta elettorale contro l'Ulivo di Prodi - da altri due fattori (l'uscita del Carroccio di Bossi dall'alleanza di centrodestra e il progressivo avvicinamento al centro del partito di Fini). La caratterizzazione sempre più marcatamente di centrodestra di AN, inoltre (fino alla confluenza nel PDL) ha molto attenuato la natura di "destra" del partito di Fini, così come la stessa Lega di Bossi, dopo l'accentuazione secessionista e di protesta radicale del 1994-1996, si è ritrovata ad essere forza più di governo che di lotta per tutto il decennio iniziale del XXI secolo. leggi tutto

Aspettando la riforma della legge elettorale

Paolo Pombeni - 02.08.2017

Qualunque dibattito sul futuro del paese sembra essere legato all’incognita su quale sarà la nuova legge elettorale che il parlamento sarebbe tenuto a varare, come non cessa di chiedere il presidente Mattarella. Tutte le persone responsabili capiscono infatti che è difficile fare politica senza avere la possibilità di immaginarsi i futuri equilibri possibili: la politica, quella seria, richiede orizzonti temporali non brevi e poi c’è da capire non solo che legge di bilancio si farà, ma se il futuro governo post elettorale la rispetterà o meno. Aggiungiamoci, anche se non se ne parla molto, che in sede internazionale il non poter ragionare su come sarà l’Italia del 2018 è uno di motivi per cui non riusciamo a giocare la nostra partita.

I grandi giornali fanno qualche pressione perché si prenda almeno in considerazione come sbloccare la faccenda, ma al momento non è che trovino grande ascolto.

Per capire bisogna cercare di districarsi nel gioco di specchi che vari esponenti della classe politica stanno cercando di costruire. Il primo riguarda senza dubbio la richiesta di una riforma che preveda un premio alle coalizioni. Se si guarda con attenzione questa prospettiva si capisce facilmente che essa non favorirebbe la formazione di alcuna maggioranza. Non solo a stare leggi tutto

Riflessioni sul "mercato elettorale"

Luca Tentoni - 29.07.2017

Anche i più recenti sondaggi certificano l'esistenza di tre grandi "aree" politiche, ciascuna con una consistenza variabile fra poco più d'un quarto e poco meno d'un terzo dell'elettorato italiano (Pd e soggetti alla sua sinistra; FI, Lega, FdI; M5S). O meglio, del 75% (nel 2013, ma se si votasse oggi quella percentuale potrebbe essere inferiore alle scorse politiche, sia pure non di molto) che va alle urne. In sintesi, nel 2013 avemmo (sul territorio nazionale, escludendo dunque la circoscrizione estero) 47 milioni di elettori: 11,717 non votarono (a costoro andrebbero aggiunti coloro i quali - 1,269 milioni - decisero di lasciare bianca la scheda o di annullarla); 8,7 milioni scelsero il M5S, 9,9 il centrodestra (Pdl, Lega, FdI, Destra), 10 il centrosinistra (Pd, Sel, Svp), 3,6 il centro (Scelta civica, Udc, Fli). Con un'affluenza al 70-72%, poniamo, oggi avremmo più o meno questa situazione: 13 milioni di astenuti e 33 milioni di voti validi ripartiti all'incirca in porzioni di 9-10 milioni per ciascuno dei blocchi principali (che, nel caso di centrosinistra e centrodestra, sono poco più che virtuali, perchè caratterizzati da una notevole eterogeneità). In altre parole, sia pure attraverso un notevole "rimescolamento delle carte" (soprattutto, da un lato, per quanto riguarda i voti centristi e, dall'altro, all'interno dei due poli più "antichi") potremmo avere risultati leggi tutto