Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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Tutto può succedere ovvero Eliseo 2017

Michele Marchi - 15.04.2017
Macron Président

Tutto può succedere, come cantava anni fa Vasco Rossi. Ma questa volta la frase deve essere attribuita alle prossime elezioni presidenziali francesi.

A poco più di una settimana dal primo turno, gli ultimi sondaggi fotografano un quartetto di candidati raccolti in un fazzoletto di voti. Le percentuali oscillano tra il 22% del primo (o Marine Le Pen o Macron) e il 19% del quarto (o Mélenchon o Fillon).

Senza dilungarsi troppo nel rammentare con quanta attenzione vadano presi i sondaggi, è forse meglio ricordare che nel caso di Le Pen e Fillon, siamo oltre l’80% di certezza nella scelta. Sul fronte Macron e Mélenchon non si va oltre il 60% di decisione (quindi per certi aspetti si tratta di scelte di voto ancora suscettibili di cambiamento).

Il quadro è incerto, la campagna elettorale fatica a decollare e i temi forti, quelli di reale e diffusa preoccupazione (disoccupazione, scuola e potere d’acquisto) finiscono per non essere nello specifico affrontati. L’ultima settimana è stata occupata da tre questioni principali.

La prima riguarda una serie di indagini sul voto giovanile, in particolare nella fascia 18-24, con risultati costantemente nella direzione del voto frontista. Sembra un lontanissimo ricordo la primavera 2002, con le piazze colme di giovanissimi tra il primo e il secondo turno per opporsi a Jean-Marie Le Pen al ballottaggio. E ugualmente sembra trascorsa una generazione da quel voto 2007 con oltre i due terzi dei giovani che decisero di scegliere la candidata socialista al primo turno. Oggi il voto frontista, secondo gli ultimi sondaggi, passerebbe il 30% nella fascia 18-24 e finirebbe per competere solo con quello alla France insoumise di Mélenchon. Dunque l’idea che due giovani su tre optino per la protesta anti-sistema e la critica radicale alla collocazione del Paese nel quadro delle istituzioni europee appare sempre più probabile.

La seconda importante questione riguarda l’ingresso in campagna elettorale del presidente uscente. Con un’intervista-confessione al patron di Le Point (il famoso e mediatico Franz-Olivier Giesbert) Hollande si è gettato nella melée. E lo ha fatto da un lato bacchettando Melénchon (e implicitamente Hamon) e i tribuni che propagandano false semplificazioni. Dall’altro sostenendo, più o meno esplicitamente, la candidatura di Macron. È vero che il riferimento diretto non è arrivato e non sarebbe stato per nulla gradito, dal momento che anche in una recente intervista il leader di En Marche! ha ribadito il suo profilo di outsider. Ma Hollande si è dilungato sull’importanza di nuovi soggetti finalizzati alla partecipazione politica e in generale l’entourage presidenziale ha lasciato filtrare che tra i due turni, se necessario, arriverà anche l’endorsement ufficiale.

Infine l’altra importante tematica riguarda la strana “quadriglia” (che poco ha a che fare con la ben più nota coniata dal compianto Maurice Duverger) che si delinea all’orizzonte del primo turno.

Se si esclude Fillon, candidato ufficiale di ciò che resta della tradizione gollista, Macron, Le Pen e Mélenchon rappresentano tre differenti declinazioni di critica al sistema tradizionale. Macron, con il suo giovanilismo e con il suo vantarsi di non aver mai avuto una tessera di partito, né di essere mai stato eletto nemmeno ad un’elezione locale (unito alla scelta di aver rinunciato al passaggio delle primarie), si presenta come in grado di scomporre e ricomporre il clivage destra e sinistra, sfruttando una lettura per certi aspetti originaria del semipresidenzialismo gaullien.

Le Pen e Mélenchon hanno come obiettivo comune quello di rimettere in discussione il ruolo del Paese nello spazio europeo. Seppur con caratteristiche differenti, i loro programmi (per molti versi irrealizzabili prima di tutto da un punto di vista economico-finanziario), tratteggiano un’opposizione netta al modello liberal-globalista, così caratteristico del processo di integrazione europeo da metà anni Ottanta ad oggi.

Fillon, in questo quadro, si presenta come il candidato più “tradizionale”, colui che tenta, sul modello Schröder a fine anni Novanta in Germania, di proporre riforme strutturali al Paese nel tentativo di fargli riacquisire quella centralità europea perduta proprio a vantaggio del vicino d’oltre Reno.

Ebbene nelle ultime settimane Macron e Le Pen, considerati gli interpreti certi del ballottaggio presidenziale, hanno cominciato ad arrancare. Il candidato di En Marche! sembra aver consumato tutto il credito acquisito nel corso degli ultimi sei mesi. Fillon vincitore delle primarie a destra, Hollande che rinuncia alla candidatura e Hamon che vince quelle socialiste sono stati veri e propri “regali” quasi inattesi. Nell’ultimo mese però Macron si è tramutato nel bersaglio di tutti gli attacchi, passando di volta in volta dall’essere candidato ultra-liberale, uomo della grande finanza o clone di Hollande.

Per certi versi specularmente Marine Le Pen ha sofferto la posizione di candidata già certa, da oltre un anno, di essere presente al ballottaggio. La sua è una sindrome che assomiglia a quella di Raymond Barre nel 1988, di Edouard Balladur nel 1995 e di Lionel Jospin nel 2002. La sua candidatura in particolare sembra essersi arenata quando la leader del FN ha creduto di poter contare su un massiccio travaso di voti da quella destra repubblicana “tradita” dagli affaires Fillon. Ebbene, se i sondaggi saranno confermati, questa corsa al voto frontista da parte dell’elettorato post-gollista non dovrebbe verificarsi.

Per Mélenchon la congiuntura sembra perfetta. Considerata la debolezza della candidatura socialista di Hamon, il leader della France insoumise può presentarsi come “vero federatore” della gauche. E può legittimamente unire quella tradizione radical-socialista e social-comunista che non si tramuterà mai in forza di governo, ma che nel Paese della fièvre hexagonale, può senza dubbio valere tra il 20 e il 25%.

Resta Fillon e il suo aver optato per tramutare la sua candidatura, dopo l’esplodere dei vari affaires giudiziari, in una candidatura di “resistenza”, insistendo su un punto apparentemente banale quanto evocativo: come è possibile che la famiglia politica erede del fondatore della V Repubblica non sia presente al ballottaggio presidenziale? In fondo solo nel 1974 e 1981 si è verificato qualcosa di simile, anche se Giscard, con i suoi nove anni come ministro prima alla corte del Generale e poi del suo delfino Pompidou, era un “liberale” davvero sui generis.

Come si può evincere da queste considerazioni tutto può ancora davvero succedere. Un dato è certo: le istituzioni della Quinta Repubblica e il suo complessivo sistema politico difficilmente usciranno indenni da questo 2017 elettorale.