Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Molto rumore per nulla? Il secondo turno delle regionali francesi

Michele Marchi - 15.12.2015

Dunque è stato tutto uno scherzo? Il solito FN che spaventa mezza Europa, poi arriva il barrage républicain e il pericolo rientra?

In realtà le cose sono andate piuttosto diversamente. E in attesa di poter riflettere sui flussi elettorali e sui dati precisi e relativi ad ogni singola regione, è possibile avanzare qualche riflessione di circostanza.

Prima di tutto bisogna riflettere sul dato della partecipazione. Tra primo e secondo turno si è passati dal 49 al 58,5%, quasi dieci punti percentuali che in termini di voti significano circa quattro milioni di elettori in più che si sono mobilitati. È stato l’effetto della “chiamata alle armi” in funzione anti-frontista? La lettura in questa direzione può essere corretta, ma il dato può anche essere interpretato in altro modo: ancora una volta una parte consistente di elettori dei partiti di governo (PS e LR) hanno voluto mandare un segnale di insoddisfazione alle rispettive classi dirigenti astenendosi massicciamente al primo turno, un po’ meno al secondo. Al contrario il voto FN sembra oramai essersi strutturato come voto di adesione, che non tende a diminuire quando aumenta la partecipazione. Insomma gli elettori da mobilitare sembrano essere oramai una percentuale sempre maggiore di quelli tradizionalmente ascrivibili ai partiti di governo. leggi tutto

Ancora e sempre FN? Il primo turno delle regionali francesi

Michele Marchi - 08.12.2015

Per una volta i sondaggi sembrano aver interpretato correttamente la realtà. Anzi lo score del FN sembra aver superato le più rosee aspettative degli stessi dirigenti frontisti. Oltre il 28% a livello nazionale significa un ulteriore avanzamento rispetto al 24,9% delle europee e al 25,5% delle dipartimentali dello scorso marzo. L’affermazione del partito guidato dal 2011 da Marine Le Pen appare incontestabile: oggi il FN è il primo partito di Francia. Si può naturalmente obiettare che si è votato per elezioni regionali e che circa un francese su due si è astenuto (la partecipazione è comunque salita rispetto alle regionali del 2010 di circa tre punti percentuali e dai primi rilevamenti pare che, questa crescita, sia in larga parte avvenuta nelle aree di maggiore avanzamento frontista); ma è proprio la dimensione regionale del voto che, se osservata con attenzione, delinea un risultato ancora più sorprendente per il Front.

Le possibilità di vittoria finale di Marine Le Pen nella regione Nord-Pas-de-Calais-Picardie sono più che reali. Con oltre il 40%, stacca di quasi sedici punti il candidato LR (l’ex ministro del governo Fillon Xavier Bertrand) e anche in caso di ritiro della lista socialista, giunta terza con appena il 18%, dovrebbe riuscire nella storica impresa di conquistare la regione. La situazione è simile per la nipote di Marine, Marion Maréchal-Le Pen, nella regione mediterranea PACA. Anche in questo leggi tutto

6-13 dicembre 2015: il “laboratorio francese” e le sue molte incognite

Michele Marchi - 05.12.2015

Se diffondersi in previsioni prima di un test elettorale è un’arte alla quale sempre più si sottraggono anche sondaggisti e politologi, a maggior ragione non pronosticabile appare l’esito del voto regionale francese del 6-13 dicembre prossimi.

Ben prima dei tragici eventi del 13 novembre scorso, l’annunciata dirompente vittoria della destra repubblicana guidata da Les Républicains di Sarkozy, era stata almeno in parte messa in dubbio sia dalla continua risalita del FN nei sondaggi, sia dai segnali di parziale ripresa della gauche almeno in alcuni contesti regionali del centro e dell’ovest del Paese. La rinnovata carta regionale, con il passaggio da 22 a 13 macro-regioni, è un elemento di novità che costituisce, senza dubbio, un fattore di ulteriore complicazione nella lettura del voto. I drammatici fatti di metà novembre hanno definitivamente sconvolto il quadro. Hanno messo intanto, per una decina di giorni, in secondo piano la campagna elettorale e contemporaneamente fatto risalire il livello di fiducia nel Presidente della Repubblica, impegnato nella lotta al terrorismo ed emblema di un diffuso spirito di union sacrée. Allo stesso tempo hanno reso ancora più centrali parole d’ordine quali sicurezza, lotta all’islamismo radicale, identità nazionale e contrasto all’immigrazione, tipiche della narrazione frontista e di conseguenza hanno così posto i partiti di governo (PS, LR e centristi) in una situazione ancora più complicata. leggi tutto

Il 13 novembre e le incognite sul “ritorno” della politica

Michele Marchi - 24.11.2015

Come accaduto dopo l’attacco dell’11 gennaio, François Hollande si sta mostrando in grado di gestire le emergenze. In condizioni ancora peggiori rispetto ad inizio anno il presidente ha, ancora una volta, trovato le parole giuste e l’approccio in grado di unire fermezza e compassione. Ha saputo sino ad oggi incarnare il ruolo di guida e di chef de guerre, ma allo stesso tempo ha mostrato compostezza ed empatia. Insomma, di fronte all’emergenza, ha archiviato l’idea, di inizio mandato, della “presidenza normale” (ben presto tramutatasi in “presidenza trasparente”) per trovare una posture indispensabile in un momento di drammaticità paragonabile soltanto a quelli vissuti da de Gaulle nei momenti più delicati della guerra d’Algeria.

Hollande, sin dalle prime ore, ha utilizzato la giusta tattica: fermezza (stato di urgenza, convocazione del Congresso e revisione della legge sullo stato d’assedio del 1955) e distacco dalle possibili polemiche a livello interno, lasciate da gestire al Primo ministro Valls. Ha poi proseguito con un richiamo, formale più che sostanziale, alle istituzioni internazionali (Onu ed Unione europea), garantendosi autonomia nel colpire l’Isis in Siraq, con l’obiettivo in realtà di coordinarsi principalmente con Usa e Russia. Sarà il tempo a dire se saprà trasformare questa tattica in una coerente strategia di medio termine e non poco conteranno anche i risultati a livello investigativo (in Francia e in Belgio) e militare (rispetto al Califfato). Quello che in questa fase ci interessa rilevare è che il presidente è tornato ad occupare completamente la scena a livello di politica interna e ciò implica che, se riuscisse a stabilizzare tale condizione, si garantirebbe la candidatura alla sua successione nel 2017. leggi tutto

Un salto di qualità

Michele Marchi - 17.11.2015

E’ difficile scrivere a meno di tre giorni da uno dei più terribili attacchi subiti da un Paese europeo dall’avvio della folle guerra lanciata dal fondamentalismo di matrice islamica nel triste giorno di fine estate del 2001.

È complicato provare a fare un minimo di chiarezza quando le indagini sono appena avviate, quando i servizi di vari Paesi parlano di altre minacce imminenti e quando non tutti i responsabili dell’immane carneficina di Parigi sono stati arrestati.

Eppure alcune considerazioni, seppur provvisorie, cominciano ad emergere e sembrano tutte legate a quel “salto di qualità” scelto come titolo.

Un “salto di qualità” lo hanno compiuto gli attentatori del 13 novembre. La modalità dell’attacco simultane, in luoghi differenti della città era stato, solo in parte, sperimentato a Londra nel 2005, ma non con questa intensità e questa capacità operativa dei gruppi di fuoco. I molteplici assalti di Parigi ricordano l’esempio extra-europeo degli attentati di Mumbai nel 2008, quando una decina di differenti gruppi di fuoco impegnò le forze di sicurezza indiane per 60 ore, provocando quasi duecento morti e circa 300 feriti. È più che legittimo, allora come oggi, parlare di guerra, prima di tutto perché di un’operazione di guerriglia in centro abitato si è trattato. Si può aggiungere poi un secondo, ancora più drammatico, “salto di qualità”: l’utilizzo di kamikaze. Da questo punto di vista le strade di Parigi si sono trasformate, si spera solo per una notte, in quelle che di solito ci appaiono così distanti, così altro da noi: Baghdad, Kabul o Tel Aviv. leggi tutto

Cinque questioni attorno al voto regionale francese del 6-13 dicembre 2015

Michele Marchi - 12.11.2015

Ad un mese circa dal primo turno del voto regionale francese è giunto il momento di sottolineare la grande importanza di questo appuntamento elettorale. Almeno per cinque ragioni si può parlare di un passaggio cruciale.

  1. Prima di tutto ci si trova di fronte all’ultimo scrutinio prima del voto presidenziale della primavera 2017. Dopo le europee e le municipali del 2014 e le dipartimentali del 2015, il quinquennato di Hollande non vedrà più elezioni prima della sfida del 2017. È dunque evidente che l’esito delle regionali avrà importanti ricadute sulla lunga campagna elettorale che, per certi versi, attende solo questo ultimo passaggio elettorale per decollare.
  2. La seconda questione cruciale riguarda proprio François Hollande e in seconda battuta il PS. Nell’estate 2012 il PS controllava tutte le principali cariche del Paese, dall’Eliseo appena conquistato all’Assemblea nazionale e al Senato, così come tutte le regioni (eccetto l’Alsazia) e la maggioranza dei comuni e dei consigli dipartimentali. Ogni elezione successiva al voto presidenziale del 2012 è stata una debacle per il potere socialista. I vari passaggi elettorali si sono caratterizzati in larga parte come voto sanzione proprio nei confronti dell’inquilino dell’Eliseo. Il suo livello di popolarità è in costante calo e una delle più recenti rilevazioni (Baromètre Le Figaro) parla del 15% dei cittadini che hanno totale fiducia del presidente, contro l’82% che nutre sfiducia nei suoi confronti.
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Sciences Po, specchio della Francia?

Michele Marchi - 20.10.2015

Il FN conquista Sciences Po? Espresso in questo modo il concetto è mal posto e può essere derubricato a livello di boutade mediatica. Se si decide di affrontare la questione con attenzione e fuori dal gioco degli slogan, allora si fa interessante.

Prima di tutto i fatti, di per sé non eclatanti. FN Sciences Po ha rapidamente raccolto le 120 adesioni necessarie per diventare una delle numerose associazioni (politiche, culturali, sportive) accreditate in uno dei più famosi e prestigiosi istituti di formazione universitaria e post-universitaria a livello mondiale, almeno per quello che concerne le scienze umane, la politologia e la storia politica. Dunque come ha prontamente dichiarato il suo direttore, Frédéric Mion, siamo di fronte alla conferma della vocazione aperta e pluralista di questa grande istituzione, erede dell’Ecole Libre de Sciences Po, poi rifondata nel post ’45 dalla coppia De Gaulle-Debré, dando origine all’Institut d’études politiques e alla Fondation Nationale des Sciences Politiques.

È ugualmente vero che non si è di fronte ad una “prima assoluta”. Nei tardi anni Settanta, il Groupe d’Union Défense (molto attivo nelle facoltà parigine di diritto) aveva avuto al 27, rue Saint-Guillaume una sua rappresentanza e lo stesso si può dire del Cercle National, leggi tutto

Lo “spettro” delle primarie alla francese

Michele Marchi - 01.10.2015

Uno spettro si aggira per la Francia oramai da mesi avviata sulla via della lunga campagna presidenziale per il voto del 2017. Si tratta dello spauracchio delle primarie, fonte di imbarazzo e difficoltà politiche  per un PS a rischio implosione e per Les Républicains, la nuova creatura di Nicolas Sarkozy che sembra aver ereditato dal post-gollismo faide e trame interne.

Davvero paradossale appare ciò che sta accadendo all’interno del PS. Quando il segretario Cambadélis ha annunciato che quasi sicuramente militanti e simpatizzanti socialisti non sceglieranno il loro candidato per le future presidenziali attraverso l’istituto delle primarie, ad andare in pezzi è stato un ventennio di “democrazia diretta e partecipativa”, applicata con risultati apprezzabili per le candidature del 1995, 2007 e 2012. In realtà il vero salto di qualità si è avuto con le primarie del 2011, rispetto alle quali ha svolto un ruolo non trascurabile il “modello italiano” del 2005. Se infatti nel 1995 con il duello Jospin-Emmanuelli il PS testò il sistema con la partecipazione aperta ai soli iscritti, già nel 2006, seppur in un contesto ancora soltanto interno, le primarie condussero, con la vittoria di Segolène Royal, all’emergere di una leadership non così in linea con l’establishment tradizionale del partito, non fosse altro per questioni di genere. Dal canto suo François Hollande ha utilizzato la lunga campagna per le primarie poi vinte al ballottaggio contro Martine Aubry per costruirsi un profilo di candidato alla presidenza equilibrato e rispettabile, leggi tutto

FN e Francia cattolica: un fronte aperto

Michele Marchi - 10.09.2015

Pare che Marine Le Pen abbia attaccato, con l’obiettivo di distruggerlo, un altro muro. Questa volta si tratta di quello che si potrebbe definire l’“assioma di Rémond”. Il grande esperto di storia politica e storia religiosa, nonché abituale commentatore televisivo delle principali tornate elettorali francesi sino alla sua scomparsa nel 2007, ha sempre mostrato che le aree del Paese a maggiore densità di praticanti religiosi sono state quelle a minor penetrazione del voto FN. Insomma nella sempre più laica e secolarizzataFrancia (ma meglio sarebbe dire atea, dato che oltre il 60% si dichiara “senza religione”), la pratica cattolica ha agito da barriera di fronte all’avanzata del voto frontista. Il riferimento al passato è d’obbligo dato che la recente evoluzione potrebbe rendere obsolete le certezze espresse da Rémond e dai principali esperti di flussi elettorali transalpini.

In realtà il discorso è complesso ed è necessario fare un minimo di chiarezza non limitando l’analisi al solo dato elettorale. Si può comunque partire dall’elemento del voto per poi articolare meglio il quadro.

Le elezioni europee di maggio 2014 e quelle dipartimentali della scorsa primavera, hanno evidenziato l’apertura di non poche crepe nel cosiddetto cattolicesimo progressista francese. Alle europee due praticanti su dieci hanno scelto il FN. leggi tutto

La “versione di Prodi”

Michele Marchi - 01.09.2015

C’è da chiedersi se il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che dal palco del meeting riminese di CL ha parlato del fallimentare ultimo ventennio della politica italiana, abbia almeno sfogliato il recente libro intervista realizzato da Marco Damilano con l’ex premier ed ex presidente della Commissione europea Romano Prodi (R. Prodi, Missione incompiuta. Intervista su politica e democrazia, a cura di M. Damilano, Laterza, 2015).

Il padre fondatore dell’Ulivo ricostruisce il suo percorso intellettuale, culturale e politico, ma in realtà tratteggia una sua versione della storia d’Italia e della politica internazionale dagli anni Sessanta del Novecento ai nostri giorni. Ebbene la “versione di Prodi” è di notevole interesse proprio quando entra nel vivo di quell’ultimo ventennio citato da Matteo Renzi, epoca che lo ha visto tra gli indiscussi protagonisti.

Il primo passaggio di rilievo è quello riguardante il giudizio di Prodi su Mani pulite. L’ex premier non teme di andare controcorrente, o di avallare una lettura spesso avversata nell’area di centro-sinistra, quando parla della stagione delle inchieste milanesi di inizio anni Novanta come di un momento di grande opportunità per lottare contro il malaffare e la corruzione, ma allo stesso tempo come l’incubatore del virus di un “populismo senza freni”. Mani pulite e i metodi “giustizialisti” ad esso connessi si tramutano nei facilitatori per l’instaurarsi di un clima di sospetto e di attacco nei confronti non solo di quella parte di classe dirigente politica corrotta, ma più in generale del ruolo della politica in quanto tale. leggi tutto