Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

Rentrée 2015: ultima chiamata per Hollande, ma non solo … .

Michele Marchi - 06.08.2015

In queste settimane si è molto parlato del ruolo svolto dallo storico asse franco-tedesco nell’ennesimo (ma forse non ultimo) salvataggio greco. Chi scrive è persuaso, come indicato su queste colonne http://www.mentepolitica.it/articolo/parigi-berlino-e-la-crisi-greca/562, che l’equilibrio della coppia sia oramai rotto e che la leadership, non solo economica ma anche politica, sia ascrivibile a Berlino. Per una serie di ragioni, in larga parte storiche ma anche legate ai nuovi equilibri all’interno dell’Ue a 28, un processo di integrazione a guida tedesca può, sul medio-lungo termine, non essere una notizia così positiva per l’intero Vecchio Continente e nello specifico per l’Italia. Lo “stato di salute” di Parigi diventa così un elemento non trascurabile quando si cercano di valutare le prospettive di ripresa dell’area euro. Per dirla in maniera ancora più esplicita, al di là delle preferenze politiche e dei giudizi personali, il carattere deludente dei tre anni di presidenza Hollande e l’ipotesi di un ritorno alla guida del Paese di Nicolas Sarkozy, dovrebbero preoccupare non poco tutti coloro che hanno veramente a cuore i destini del processo di integrazione europea. Mentre Hollande affonda e Sarkozy arranca, a sorridere resta sempre e comunque Marine Le Pen. Ecco perché la rentrée di Hollande, dopo la pausa estiva, rappresenta uno snodo importante.

Non si tratta di avventurarsi in previsioni relative all’ipotesi che Hollande opti per una clamorosa non ricandidatura nel 2017 (si tratterebbe di una prima assoluta in quasi sessant’anni di V Repubblica). Né tanto meno di insistere sul livello di gradimento bloccato al 20%, peggior risultato dopo tre anni all’Eliseo per qualsiasi presidente quinto repubblicano. leggi tutto

Cambiare davvero verso? L’Italia tra diplomazia e politica di difesa

Michele Marchi - 30.07.2015

Dove vuole andare l’Italia? Vuole davvero costruire, su solide basi di riforme interne (istituzionali ed economico-sociali) e su una rinnovata credibilità in politica internazionale, qualcosa che assomigli al rilancio del sistema Paese, inserito nel contesto delle storiche partecipazioni alle varie organizzazioni sovranazionali? Al netto della retorica, pare di no.

In questo secondo decennio del XXI secolo le illusioni da “fine della storia” del post-bipolarismo non solo paiono chimere, ma si stanno tramutando in incubi che rischiano di turbare il sonno di molte generazioni. E il nostro Paese si trova al centro di un pericoloso crocevia “nord-sud” nel quale sfida dell’Isis, immigrazione e crisi libica si aggiungono alle tensioni interne all’Ue tra un nord “virtuoso” e un sud “lassista” e tra Ue e Russia sul confine orientale. Insomma l’Italia è passata in un ventennio dalla “rendita di posizione” che la sua collocazione geopolitica le ha garantito nel corso della Guerra fredda, all’impellente necessità di ricostruirsi un ruolo, tramutando le sfide in opportunità e sfruttando una tradizione di politica estera che, proprio nelle odierne principali aree di crisi, in passato è riuscita ad imporsi ben al di là delle nostre potenzialità.

Come spiegare l’assenza italiana nei vari negoziati che hanno condotto ai fragili, ma ad oggi unici, accordi tra Russia ed Ucraina del febbraio scorso? Un’Italia storicamente in prima linea nel dialogare prima con l’Urss (con il contributo anche della ostpolitik vaticana) e poi soprattutto con la nuova Russia, basti pensare alla storica firma dell’accordo tra Nato e Russia a Pratica di Mare nel 2002. leggi tutto

Parigi, Berlino e la crisi greca

Michele Marchi - 18.07.2015

Leggendo i principali commenti alla chiusura del negoziato che ha dato il via libera al terzo piano di aiuti economici alla Grecia, su due punti i principali opinionisti sembravano convenire. Da un lato si è sottolineato l’attivismo del presidente francese Hollande e si è addirittura parlato di una sua vittoria. Dall’altro lato molti osservatori hanno posto l’accento sull’importanza di un operato congiunto di Berlino e Parigi e di conseguenza insistito, ancora una volta, sulla centralità dell’asse franco-tedesco nell’evoluzione del processo di integrazione europea.

Secondo chi scrive il successo di Hollande e il primato dell’asse franco-tedesco possono anche costituire due letture plausibili, a patto che ci si chiarisca sul significato di queste affermazioni.

Partendo da Hollande si deve innanzitutto ricordare quanto proprio l’Eliseo si sia speso per il salvataggio della Grecia, addirittura inviando funzionari di fiducia del presidente ad affiancare i colleghi greci nella stesura del piano da proporre a Bruxelles. Non si deve però dimenticare che Hollande si è mosso in questo modo prima di tutto per ragioni di politica interna. Evitare la Grexit era per lui una conditio sine qua non per il complicato tentativo di non perdere l’ala sinistra del suo partito e in generale tentare di mantenere il controllo della gauche in vista del 2017 e allo stesso modo per contrastare il populismo antieuropeo di Marine Le Pen. In secondo luogo l’inquilino dell’Eliseo si è tramutato nel più strenuo paladino del salvataggio di Atene con un occhio alla possibile evoluzione dell’Ue in caso di Grexit e Brexit. leggi tutto

Europa 2015: “tragedia greca” e “peccato originale”

Michele Marchi - 25.06.2015

Quella che si sta consumando in questi giorni è l’ennesima puntata dell’oramai troppo lunga vicenda che dall’autunno 2009 ad oggi viene indicata con l’espressione di “crisi greca”. Al netto delle questioni tecniche e senza sbilanciarsi in previsioni - anche se l’impressione è che si vada verso l’ennesimo “mezzo compromesso” con relativo rinvio e ci si debbano attendere nuove puntate della “fiction infinita” – si può forse introdurre qualche riflessione generale, nel tentativo di individuare la fonte originaria dell'attuale impasse.

Punto primo. Le convulse riunioni di questi giorni hanno mostrato che la cosiddetta “Grexit” potrebbe essere gestita da un punto di vista tecnico (cioè economico-finanziario) grazie, in particolare, all’operato della BCE di Mario Draghi. La stessa ipotesi è però impensabile da un punto di vista “storico-politico” (significherebbe rinnegare il ruolo svolto dalla costruzione europea in termini di soft power democratico tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta dello scorso secolo) e da quello geopolitico (basti pensare agli incontri Tsipras-Putin e al concretizzarsi di un nuovo passo falso lungo l’importante fianco sud-orientale dell’Ue dopo il fallimentare negoziato per l’adesione di Ankara all’Ue).

Punto secondo. Accanto all’emergenziale problema greco si sta sviluppando sottotraccia, ma in maniera sempre più evidente, quello del futuro dell’eurozona. Un altro modo per guardare al caos ellenico è infatti quello di fermarsi a riflettere su cosa vorrà essere l’eurozona da grande. leggi tutto

Les Républicains e le nuove sfide di Sarkozy

Michele Marchi - 06.06.2015

Con il lungo intervento al congresso del 30 maggio scorso, Nicolas Sarkozy ha ufficialmente chiuso l’esperienza dell’UMP e avviato quella de Les Républicains. Pressato da ragioni interne al partito (scandali economico-finanziari e crisi di leadership) e dai sempre più pericolosi competitors già in campo (Alain Juppé e Marine Le Pen), Sarkozy ha optato per la strategia di attacco, che in realtà assomiglia ad una ripartenza. Proprio chiudendo il congresso rifondativo è infatti, per certi aspetti, ripartito dalle origini dell’UMP.

Da un lato è tornato al progetto del 2002, quando la coppia Chirac e Juppé aveva accettato la scommessa del bipartitismo e aveva cercato di unificare in uno stesso soggetto partitico tutte le culture politiche della destra e del centro transalpino. Progetto che poi lo stesso Sarkozy, a partire dal 2004, ma soprattutto nella campagna poi fallita del 2012, ha in parte trascurato, occupandosi più di rincorrere il FN che di consolidare l’immagine del partito unico del centro-destra. Oggi Sarkozy dichiara di voler federare le tradizioni gollista, liberale, radicale e democristiana. Nei prossimi mesi bisognerà valutare se allo slogan seguirà un concreto operato in questa direzione.

Dall’altro lato sembra essere tornato il Sarkozy “offensivo” nei confronti della gauche della prima campagna presidenziale, quella conclusasi con la vittoria del 2007. Egli ha esplicitamente legato la scelta del nuovo nome, Les Républicains, proprio alla necessità di sopperire alle gravi mancanze della sinistra, al suo aver smesso da tempo di difendere e incarnare lo spirito repubblicano. Anche in questo caso è difficile non riscontrare un misto di continuità e di novità, rispetto all’epoca della rupture. leggi tutto

Nicolas Sarkozy e “Les Républicains”: tra provocazione e strategia

Michele Marchi - 14.05.2015

Nel corso della campagna elettorale per le presidenziali del 2007 Sarkozy aveva, in numerosi dei suoi interventi, “saccheggiato” il Pantheon della sinistra. Si ricordano i suoi riferimenti a Jean Jaurès e a Georges Clemenceau, così come quelli all’eredità della Resistenza e a figure altamente evocative come Georges Mandel e Jean Moulin. Sta accadendo qualcosa di simile con la sua decisione di ribattezzare l’Union pour un mouvement populaire, nel più diretto e semplice, ma anche piuttosto “provocatorio”, “Les Républicains”?

Quando ci si accosta alla figura di Sarkozy si rischia troppo spesso di semplificare un personaggio politico al contrario sfaccettato e complesso più di quanto il suo stile diretto e provocatorio possa far sembrare. Per analizzare la scelta dell’ex presidente della Repubblica bisogna prima di tutto ricordare che il suo ritorno sulla scena politica non è avvenuto né nei tempi, né secondo le modalità che egli aveva immaginato. I suoi guai giudiziari da un lato e quelli interni all’UMP dall’altro, con lo scontro Copé-Fillon e le inchieste legate all’affaire Bygmalion, hanno imposto un calendario più accelerato. Soprattutto hanno obbligato Sarkozy a ripartire dal partito, imponendogli così una lunga “traversata del deserto” come leader dell’opposizione e di conseguenza eliminando l’ipotesi del rientro nell’agone a pochi mesi dal voto del 2017, come risorsa di ultima istanza per un Paese bloccato e sfinito da cinque anni di inconsistente presidenza Hollande. Da non trascurare infine i timori per la crescita esponenziale del “nuovo FN” di Marine Le Pen e quelli altrettanto reali, per lo spazio politico progressivamente occupato a destra da Alain Juppé. leggi tutto

La politica estera di Renzi ovvero il “rottamatore pragmatico”

Michele Marchi - 23.04.2015

In politica estera non si inventa nulla. E nemmeno un funambolo come il nostro Presidente del Consiglio può contravvenire a questa regola ferrea. Senza dubbio i nuovi media influenzano i vecchi riti che dominano la politica internazionale. E’ allo stesso modo evidente che la fine della contrapposizione tra i due blocchi, l’accelerazione impressa allo sviluppo storico dalla globalizzazione dei mercati e le nuove minacce legate alle guerre asimmetriche e al terrorismo hanno reso il quadro internazionale più caotico ed anarchico. Nonostante tutto ciò, con le dovute compensazioni e i necessari adattamenti, la politica estera della “media potenza” Italia continua a muoversi lungo le sue direttrici classiche. Matteo Renzi, dopo un anno abbondante a Palazzo Chigi, ha mostrato di avere il quadro chiaro e di essere in grado di adattarsi in maniera pragmatica a questi “fondamentali”. Insomma più che a “rottamare”, si è impegnato a sfruttare vecchie rendite di posizione e a riadattare direttrici fondanti, il tutto con quella dose di volontarismo comunicativo così caratteristica del suo marchio di fabbrica.

Innanzitutto Renzi si è applicato nel rinverdire i fasti dell’europeismo italiano e lo ha fatto, se è consentito un paragone ardito, alla “maniera di De Gasperi”. Nel senso che, forte del travolgente successo alle elezioni europee del maggio scorso, si è rivolto direttamente alla fonte della nuova leadership europea. E’ andato diretto a Berlino, senza passare da Parigi. O meglio, ha fatto salire sul “bus della crescita” Hollande, dopo aver puntualizzato che il vero leader dei “progressisti” europei sta di casa a Roma.  leggi tutto

I verdetti delle dipartimentali e l’avvio della lunga corsa all’Eliseo

Michele Marchi - 31.03.2015

Questa volta i risultati sono effettivi e la vittoria della destra repubblicana (praticamente ovunque alleata al centro) è significativa. L’UMP guiderà 67 dei 101 dipartimenti, dopo averne strappati 28 alla sinistra, perdendone soltanto 1. Il ritorno è alla metà degli anni Novanta, prima che si avviasse il trend positivo del cosiddetto “socialismo municipale”. Proprio la gauche nel suo complesso e il PS in particolare escono malconci anche da questo scrutinio dipartimentale. Con 34 dipartimenti ancora diretti non siamo ai minimi storici del 1992 (allora erano 23), ma in termini di voti (sotto i sei milioni per la sinistra complessivamente, meno di tre per il PS) siamo vicino ai minimi storici della Quinta Repubblica. Infine il FN, in crescita prepotente rispetto a tutti i precedenti scrutini locali (anche se con circa un milione di voti in meno rispetto al I turno), non è riuscito nell’impresa, simbolicamente rilevante, di conquistare la guida di almeno un dipartimento. Dunque da un tripartitismo evidente dopo il primo turno, si può parlare oggi di una sorta di oligopolio dominato in termini effettivi dalla destra repubblicana, con il FN sottorappresentato ma anche auto-esclusosi con la sua campagna “anti UMPS” e la sinistra frammentata e destinata ad un ruolo politico marginale.

Se i risultati sono incontestabili, si può discutere a sinistra come a destra su come si è arrivati a questo quadro. A sinistra le ragioni della sconfitta sono imputabili in parti uguali a Presidente, Primo ministro e partito socialista. Oltre il 40% dei francesi che si è recato alle urne ha dichiarato di volerlo fare per sanzionare il potere in carica a livello nazionale. leggi tutto

Dipartimentali francesi: alcuni spunti a metà del percorso

Michele Marchi - 26.03.2015

Presentando il voto dipartimentale su queste colonne si era concluso ribadendo il valore “nazionale” di questa importante consultazione “locale” (http://www.mentepolitica.it/articolo/le-elezioni-dipartimentali-francesi/422 ). Da questo punto di vista il primo turno di domenica 22 marzo non ha tradito le attese. Se la stampa europea, e quella italiana in particolare, si è lanciata in improbabili commenti, tutti tesi a sottolineare un supposto (quanto inesatto) arretramento del FN, il primo punto da sottolineare è che vincitori e vinti potranno essere proclamati solo e soltanto dopo il secondo turno di domenica 29 marzo.

Sempre nel già citato contributo si era sottolineato come l’appuntamento elettorale di fine marzo, il penultimo prima delle presidenziali del 2017, racchiudeva un’importanza particolare per le tre principali formazioni politiche del Paese e in più costituiva un banco di prova da non trascurare per l’evoluzione del sistema politico transalpino nel suo complesso. Vediamo schematicamente le interessanti indicazioni emerse dal primo turno.

 

Un Ps comunque, ancora una volta, perdente

 

Nonostante il Primo ministro Valls si sia affannato a spostare l’attenzione sul fatto che il Front National non sia risultato primo in termini di voti e tutti i principali dirigenti del partito abbiano evidenziato un arretramento inferiore rispetto a quello prospettato dai sondaggi, il PS ha ottenuto leggi tutto

Le elezioni dipartimentali francesi: ovvero l’importanza del “locale”

Michele Marchi - 21.03.2015

Elezioni importanti le dipartimentali francesi di domenica 22 e domenica 29 marzo. Il voto costituisce un banco di prova da una molteplicità di punti di vista.

Si può partire da quello forse più scontato. L’intero elettorato francese (esclusi i parigini e gli abitanti di Lione che hanno già rinnovato in occasione delle elezioni municipali) è chiamato ad esprimersi a poco meno di tre mesi dai drammatici fatti di inizio gennaio. Senza trascurare il carattere locale dello scrutinio, sarà importante valutare il livello di partecipazione, così come i risultati del FN, che i sondaggi accreditano al 30%.

In secondo luogo siamo alla penultima consultazione elettorale prima del voto presidenziale del 2017. L’ultima chiamata si avrà con le regionali di fine anno. Dunque il 2015 costituisce l’ultimo anno elettorale prima del voto della tarda primavera del 2017. Hollande e il suo fino ad oggi stentato quinquennato si trovano sotto la lente dell’elettorato francese. Il Ps onnipotente del 2012 (Eliseo, Assemblée nationale, Senato, tutte le regioni tranne l’Alsazia, la maggioranza di comuni e dipartimenti), dopo il Senato e molti comuni, si prepara a nuove sconfitte anche sul fronte dei dipartimenti. Oggi la gauche guida 56 dipartimenti su 95 (in 49 il PS è solo alla guida). Averne persi venti dopo il 29 marzo significherebbe aver limitato i danni. leggi tutto