Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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La fine “della storia” e la fine di “una storia”

Michele Marchi - 24.02.2015

È sotto gli occhi di tutti che le crisi aperte in Ucraina, Grecia e Libia sono legate ed interconnesse. Si è riflettuto molto, in queste settimane, sui successi diplomatici della Germania di Angela Merkel, volata a Washington per convincere Obama a non avventurarsi nell’invio di armi in Ucraina, per poi correre a rappresentare la diplomazia europea al tavolo negoziale di Minsk e infine pronta a far pesare il prestigio acquisito a Minsk e a Washington nel braccio di ferro con Atene.

Allo stesso modo si sono sottolineate le tante divisioni che i tre focolai di crisi evidenziano all’interno del continente europeo. Il caso greco (euro) e quello libico (immigrazione e guerra civile) confermerebbero una sempre più profonda divaricazione tra un’Europa del nord ed un’Europa del sud. Virtuosa economicamente e sufficientemente lontana dalle tensioni provenienti dall’altra sponda del Mediterraneo quella del nord. Cronicamente arretrata ed esposta ai marosi delle crisi successive alle primavere arabe quella del sud. Sempre seguendo questo ragionamento la  crisi ucraina accentuerebbe un’altra frattura, quella sull’asse est/ovest, o per dirla con un’altra terminologia tra “nuova Europa” e “vecchia Europa”, con la prima timorosa dei tentativi egemonici di Putin (intrisi di zarismo e post-stalinismo) e la seconda ancora disposta a farsi cullare nell’illusione di una improbabile “fine della storia”.

Ma è proprio l’attenzione sulla dimensione “storica” che in questi giorni è forse mancata. leggi tutto

Parigi gennaio 2015: la linea sottile tra emergenza e quotidianità

Michele Marchi - 27.01.2015

I tragici eventi che hanno sconvolto la Francia ad inizio gennaio e le successive risposte dei principali protagonisti politici segnano un tornante nella lunga crisi che attanaglia il Paese perlomeno dall’inizio del XXI secolo? Se di reale tornante ed effettiva cesura sia lecito parlare, sarà solo il tempo a confermarlo o a smentirlo. L’impressione di una qualche forma di discontinuità è però più che evidente.

La prima riguarda il presidente della Repubblica. François Hollande, a metà del deludente mandato che lo ha condotto ad essere l’inquilino dell’Eliseo meno gradito della Quinta Repubblica, sembra avere a disposizione una “seconda chance”. Nelle tragiche giornate del 7-9 gennaio, poi in quella “mitica” dell’11 e nel corso delle varie commemorazioni per le vittime, Hollande ha sfoggiato un “percorso netto”. Ha di volta in volta trovato il giusto tono e la necessaria determinazione. Di fronte all’evento “straordinario” ha insomma contraddetto i suoi critici: ha mostrato cioè di poter essere all’altezza del ruolo. Il Paese in questa complicata congiuntura ha avuto, per la prima volta dal maggio 2012, l’impressione di poter contare su un presidente. È vero che il +21% del suo livello di popolarità dovrà superare la prova del tempo, ma oltre l’80% dei cittadini ha approvato ogni singolo intervento di Hollande nella gestione della crisi. È un dato emblematico per un Paese che ha visto il suo presidente svolgere al meglio le due principali funzioni che Costituzione formale e materiale gli attribuiscono: decidere e rassembler. leggi tutto

Assalto a Parigi: dopo l’unità, qualche amara considerazione

Michele Marchi - 13.01.2015

Dopo i giorni dell’ansia e della crudeltà, sono apparse splendide le immagini giunte da Parigi e da tutta la Francia. Le piazze e le strade sono state travolte da un’ondata di partecipazione e da un comune grido: libertà. Affascinante anche l’immagine dei leader europei, ma non solo, che procedono fianco a fianco e che ricordano le imponenti manifestazioni francesi dell’estate ’44. Scemata l’emotività, è tempo ora delle considerazioni politiche e l’entusiasmo lascia spazio a non poche perplessità ed interrogativi.

I tragici eventi che hanno travolto Parigi tra il 7 e il 9 gennaio riportano in primo piano una serie di criticità e di questioni irrisolte e trascurate. Alcune di queste possono essere considerate di natura globale e, in particolare, riguardano l’area del Vecchio Continente. Altre sono più legate alla specificità della lunga e oramai cronica crisi francese.

Rispetto alle prime, si può proporre uno schema secondo una duplice dimensione: geopolitica e morale. Sul primo punto bisogna ricordare che la presenza alla manifestazione dei principali leader europei, unita a quella di tutti i vertici delle istituzioni comunitarie (presidenti di Consiglio e Commissione, Alto rappresentante e presidente del Parlamento) non può far dimenticare le clamorose e colpevoli divisioni ed inefficienze reiterate in questi anni di fronte ai focolai di crisi che più alimentano l’integralismo terroristico di matrice islamica. Nonostante l’unità di facciata, leggi tutto

Renzi e l’Europa, tra quotidiano e sistemico

Michele Marchi - 30.12.2014
Riflettere sul semestre di presidenza italiano dell’Unione europea che si concluderà ufficialmente con il discorso di Matteo Renzi il prossimo 13 gennaio 2015 può essere un buon angolo visuale sia per fare il punto sull’operato del nostro Primo ministro a poco meno di un anno dal suo ingresso a Palazzo Chigi, sia, più in generale, per fermarsi ad osservare a che punto si trova l’ “infinita” transizione italiana. L’Italia di Renzi, nel corso del semestre di presidenza dell’Ue, ha cercato di mantenersi in equilibrio tra soluzioni congiunturali e più complicate e decisive svolte strutturali. Renzi, il paladino della velocità e della svolta rapida, si trova quotidianamente a fare i conti con esigenze di brevissimo periodo che finiscono, il più delle volte, per cozzare con dinamiche di medio e lungo periodo. Ed il semestre di presidenza, da questo punto di vista, è stato uno specchio fedele di tale difficile equilibrismo.
Nel suo discorso al Parlamento di Strasburgo del 2 luglio scorso Renzi aveva contrapposto un’Europa stanca, annoiata e rassegnata (attraversata da una pericolosa ondata populista certificata dal voto di fine maggio) all’immagine di un mondo che corre veloce e finisce per lasciare indietro proprio il Vecchio Continente. Si era poi soffermato a ricordare che il Patto di stabilità presenta anche, sin dalle origini, una parte dedicata alla crescita, troppo a lungo trascurata. E infine non si era sottratto dalla sfida che nello specifico riguarda l’Italia e cioè la possibilità che, da osservato speciale (insieme a Parigi) delle istituzioni europee, il nostro Paese si trasformi in pungolo rispetto alla cosiddetta linea dell’austerità. Particolarmente apprezzato era stato, a questo proposito, il suo richiamo ad un’Italia che deve cambiare prima di poter chiedere alla stessa Ue un cambiamento.
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A volte ritornano

Michele Marchi - 02.12.2014

Nicolas Sarkozy si è ripreso l’UMP, a dieci anni dalla prima conquista del partito post-gollista creato dalla coppia Chirac-Juppé nel 2002. Il 28 novembre 2004 Sarkozy aveva ottenuto l’85% dei voti dei militanti e avviato la sua rincorsa all’Eliseo, coronata con la vittoria del maggio 2007. Il 29 novembre 2014 il 63% dei militanti gli ha riconsegnato le chiavi del partito della destra repubblicana francese.

Un decennio è passato e si vede! Si potrebbe affermare così, con una battuta. Infatti, le differenze sono davvero notevoli. Cominciamo da quelle più banali, ma non per questo meno importanti. L’attuale Nicolas Sarkozy è l’ex presidente per cinque anni alla guida del Paese e non in grado nel 2012 di ottenere la riconferma per un secondo mandato. La parentesi maggio 2012-settembre 2014 è stata caratterizzata da una serie di faide interne e di guai giudiziari che hanno condotto l’UMP sull’orlo dell’implosione. Si può senza retorica affermare che il trauma del 2012 non è mai stato superato dal partito ed ora è chiamato a risolvere la situazione colui che, di quel trauma, per molti versi è una, se non la principale, causa.

Non si devono poi sottovalutare le differenze di sostanza tra novembre 2004 e novembre 2014. Intanto lo score. Un plebiscito per Sarkozy nel 2004, con l’85% dei voti (anche se in termini effettivi, solo 60 mila voti contro gli oltre 100 mila odierni) e al secondo posto un misero 8% per Dupont-Aignan e un 5% di testimonianza per Christine Boutin. leggi tutto

Diplomazia: un ministro “politico” per una nuova ripartenza

Michele Marchi - 22.11.2014

L’arrivo del quinto ministro in tre anni esatti alla guida della Farnesina è l’occasione per tornare a riflettere sulla politica estera italiana. Ripartendo da un precedente contributo (http://www.mentepolitica.it/articolo/per-una-a-oeterzaa-repubblica-anche-alla-farnesina/140), non si può dimenticare che la proiezione di politica estera del nostro Paese ha subito una profonda evoluzione nel corso dell’ultimo ventennio, essenzialmente per due ragioni. Da un lato ha, infatti, subito gli effetti sistemici del tornante 1989-1992, per intenderci quello che dal crollo del Muro di Berlino conduce al Trattato di Maastricht, passando per la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Dall’altro tali fattori esogeni hanno pesantemente condizionato il quadro politico interno. I vari tentativi (spesso fallimentari, ma comunque reali) di andare nella direzione di una democrazia dell’alternanza ad assetto bipolare e con un rafforzamento del ruolo e della legittimità del Presidente del Consiglio hanno avuto riflessi non trascurabili anche sulle scelte e le modalità di implementazione delle linee di politica estera.

Nel post ’89 l’Italia è stata per certi versi “forzata” alla politica estera, dopo oltre un quarantennio nel corso del quale aveva condotto la sua lenta e costante riabilitazione dopo i disastri della politica estera fascista e aveva cercato di ricostruirsi un’immagine di “media potenza” regionale, collocandosi nel gruppo fondatore del processo d’integrazione europea e sfruttando al massimo l’ombrello protettivo della Nato. Per molti versi il tornante 1989-1992 ha visto “scadere” la rendita di posizione geopolitica del nostro Paese e da quel momento non è stato più sufficiente soltanto seguire, in particolare l’alleato americano, o solo rincorrere, i principali partner europei. leggi tutto

Mal comune ….. mezzo gaudio?

Michele Marchi - 15.11.2014

La metà del mandato ha spesso colto gli inquilini dell’Eliseo in difficoltà. Ma a due anni è mezzo dalla sua elezione, François Hollande si trova nel bel mezzo di un vero e proprio incubo politico.

De Gaulle, eletto a suffragio universale diretto nel 1965, ha vissuto il trauma di metà mandato nel maggio ’68. La riscossa del voto anticipato è durata meno di un anno e poi sono giunte le dimissioni dopo la bocciatura del referendum sulla riforma del Senato. Per Pompidou eletto nel 1969, la metà del settennato ha coinciso più o meno con il non esaltante (per partecipazione) referendum sull’ingresso di Londra nella Cee. Il suo successore Giscard ha iniziato un po’ prima della metà, dall’aprile 1977, ad incontrare problematiche, soprattutto economiche, di complicata risoluzione. Ma sono forse Mitterrand e Chirac, nei loro due rispettivi primi mandati, ad avere vissuto in maniera peggiore il passaggio di boa. Per Mitterrand l’autunno 1984 giunge dopo la traumatica svolta del rigore dell’anno precedente, ma soprattutto dopo la doppia debacle di giugno: manifestazioni oceaniche contro la legge Savary (insegnamento laico e repubblicano) e disastrose elezioni europee. Nemmeno il cambio a Matignon, con l’arrivo del giovane Fabius, impedì la prima coabitazione dopo la sconfitta alle legislative del 1986. Addirittura Chirac ha “festeggiato” la metà del suo mandato, nel 1998, nel bel mezzo di una coabitazione da lui stesso provocata con l’inutile scioglimento dell’anno precedente. Dunque si potrebbe concludere che l’attuale situazione di Hollande non sia poi così “speciale”. Attenzione però. Prima di tutto nei casi citati l’orizzonte potenziale dei presidenti in carica era di altri tre anni e mezzo e il tempo trascorso in carica era stato della stessa durata. Oggi a stupire è quindi, innanzitutto, quanto rapidamente sia crollato il livello di fiducia nei confronti dell’attuale presidente e allo stesso tempo quanto esiguo sia oramai quello a disposizione prima dell’avvio della nuova campagna elettorale. leggi tutto

Valls il riformista: niente di nuovo sotto il sole?

Michele Marchi - 01.11.2014

La recente intervista al rinnovato “L’Obs” (“Le Nouvel Observateur”) del Primo ministro francese Manuel Valls è il “piatto forte” del dibattito politico francese. Valls è entrato con una certa decisione nella querelle che si è aperta dopo il rimpasto di governo di fine agosto e nel tentativo conseguente di strutturarsi di una vera e propria “opposizione interna” al PS, guidata dagli ex-ministri Filipetti, Hamon e Montebourg. A questi, peraltro, si è aggiunta dopo mesi di silenzio Martine Aubry, con una tagliente intervista il 19 ottobre scorso. Il tutto deve poi inserirsi nel quadro degli Stati Generali del PS, voluti dal segretario Cambadèlis, la cui conclusione è prevista per inizio dicembre.

Insomma i socialisti si dividono, litigano, meditano scissioni. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. La storia del socialismo francese è ricca di duelli, ideologici e personali. Senza rimontare alle differenze tra Guesde e Jaurès, si può ricordare lo scontro Blum-Mollet, all’indomani della Seconda guerra mondiale, passare a quelli tra Mitterrand e Rocard per giungere, naturalmente semplificando e sintetizzando, alla “rissa” tra Aubry e Segolène Royal nel 2008, dopo il congresso di Reims. In questo ennesimo scontro all’interno del PS alcune novità devono essere considerate.

Intanto bisogna partire dalle parole di Valls. Il Primo ministro in carica ha parlato di una sinistra “pragmatica, riformista e repubblicana”. Ha poi ribadito di non voler pronunciare il termine “socialista” e ha aggiunto di non escludere l’ipotesi di cambio del nome “parti socialiste”. leggi tutto

Alain Juppé, ovvero il momento di gloria dell’“usato sicuro”.

Michele Marchi - 21.10.2014

In Francia si è diffusa una vera e propria “Juppé-mania”. L’evento è doppiamente interessante. Se sulla competenza di Juppé non si è mai discusso, non hanno mai convinto il suo scarso carisma e la sua debole propensione ad essere in sintonia con il Paese, né è mai stata apprezzata la sua presenza negli angoli meno chiari, soprattutto da un punto di vista economico, della storia del movimento gollista. L’ondata di fiducia nei confronti del sindaco di Bordeaux è ancora più significativa se si pensa che non è stata scalfita nemmeno dal rientro in campo di Nicolas Sarkozy, impegnato oramai da un mese nella corsa per la presidenza dell’UMP. Come si spiega il consenso di Alain Juppé? Quali sono le reali possibilità di vederlo candidato all’Eliseo nel 2017? Per avanzare qualche ipotesi, è necessario ricordare chi è Juppé.

Da sempre uomo di fiducia di Jacques Chirac, Juppé viene eletto al Parlamento europeo nel 1984 sull’onda del trionfo della lista RPR-UDF guidata da Simone Veil. Ben presto lascia Strasburgo perché nel 1986 è ministro del Bilancio e portavoce del primo governo di coabitazione della Quinta Repubblica, non a caso guidato dallo stesso Chirac. Nel 1993 è poi nuovamente al governo, come ministro degli Esteri, nel secondo esecutivo di coabitazione, questa volta con Edouard Balladur a Matignon. L’elezione a presidente della Repubblica di Chirac nel 1995 lo conduce a sua volta a Matignon, dove resta due anni, sino alla scellerata scelta dello stesso presidente di sciogliere l’Assemblea nazionale. leggi tutto

Renzi e l’europeismo: bino e forse trino

Michele Marchi - 11.10.2014

Dopo l’introduzione del Trattato di Lisbona e quella conseguente del presidente fisso del Consiglio europeo, la presidenza di turno dell’Ue ha perso parte della sua rilevanza. A questo dato strutturale si deve aggiungere che l’attuale semestre di presidenza italiano sta risentendo della complessa congiuntura successiva alle elezioni europee del maggio scorso. In particolare la nascita della nuova Commissione ha tempi tecnici piuttosto lunghi, così come intense sono le audizioni parlamentari alle quali si devono sottoporre i Commissari incaricati. In definitiva il margine di manovra “politico” del presidente di turno in circostanze così eccezionali è ulteriormente ridotto. Eppure in alcune recenti occasioni Matteo Renzi ha fornito una descrizione piuttosto chiara e anche, a suo modo, coerente del tipo di europeismo che la “sua” Italia vuole, o almeno vorrebbe, incarnare. Più che nel discorso di avvio del semestre, pronunciato di fronte al Parlamento europeo, quando Renzi si è limitato a un non originale richiamo all’anima europea da contrapporre alla fredda e grigia eurocrazia, l’europeismo di Renzi lo si è scorto nell’azione. L’ex sindaco di Firenze offre il meglio di sé quando riesce a dispiegare il suo volontarismo e il suo approccio pragmatico e a-ideologico. Nella “battaglia” per ottenere la poltrona di Alto Rappresentante per Mogherini e al recente vertice milanese sulla disoccupazione si è mostrato, in tutta la sua evidenza, il Renzi pensiero/azione a proposito del ruolo italiano nel processo di integrazione europea. La battaglia per ottenere la poltrona di Alto Rappresentante e quella conseguente per imporvi un candidato considerato non particolarmente “forte”, è stata prima di tutto una scommessa “personale” di Renzi. leggi tutto