Ultimo Aggiornamento:
28 giugno 2017
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Argomenti

Il futuro del presente, ed altre possibilità.

Sulla base delle notizie raccolte e diffuse finora, l'attentato del 22 marzo contro il Parlamento britannico a Londra sembra rientrare nella categoria degli attacchi "ispirati" ma non "organizzati" da organizzazioni internazionali terroristiche, come lo Stato islamico. Saremmo dunque di fronte ad un evento simile a quanto avvenuto nella strage a Nizza il 14 luglio oppure a quella del mercatino di Natale a Berlino, il 19 dicembre 2016. Gli attacchi a Parigi del 13 novembre 2015 e quelli a Bruxelles del 22 marzo 2016, invece, erano caratterizzati da legami organizzativi più stretti con l'Organizzazione dello stato islamico (IS). La diversità dei collegamenti è proprio uno dei punti di forza dell'Organizzazione dello stato islamico che sfrutta modalità diverse di conflitto: dalla guerra convenzionale, alla guerriglia in terra di Iraq e di Siria, agli attentanti terroristici in Europa, Turchia, Tunisia ed Egitto, fino all'ispirazione di singoli individui a compiere atti terroristici con mezzi tanto semplici quanto letali, sempre in Europa o negli Stati Uniti d'America. Fino a questo punto, dunque, niente di nuovo. Purtroppo.

Molto, invece, si muove in Iraq e in Siria dove la principale organizzazione jihadista, l'Organizzazione dello stato islamico, sta subendo pesanti sconfitte militari sul campo. Nonostante la resistenza sempre più accanita delle truppe di al Baghdadi, le forze irachene leggi tutto

Stati Uniti e Messico: troppo uniti per essere divisi?

Gianluca Pastori * - 25.03.2017

Anche se scomparsa dalle prime pagine internazionali, la questione dei rapporti fra Stati Uniti e Messico continua a rappresentare una delle priorità dell’agenda Trump. Durante la campagna elettorale, tale questione si è imposta quasi a paradigma della postura del nuovo Presidente e uno dei primi atti successivi al suo insediamento è stato rilanciare in maniera eclatante il tema del muro di separazione fra i due Paesi. Il cahier de doleances dell’amministrazione è lungo e articolato e spazia dalla sfera economica a quella della sicurezza interna, trovando il suo punto di saldatura nella questione dell’immigrazione, in particolare quella irregolare, che Trump si è impegnato a ridimensionare ricorrendo – se necessario – a provvedimenti draconiani. Dal punto di vista messicano, le cose sono rese più complesse dalla coincidenza con una delicata fase della vita politica interna. Il prossimo anno, in Messico, si terranno, infatti, le elezioni presidenziali, elezioni a cui il Presidente uscente, il contestato Enrique Peña Nieto, non si potrà ricandidare. In questo contesto, vari osservatori hanno ipotizzato che la linea dura dell’amministrazione USA possa, in ultima analisi, rafforzare la posizione dell’opposizione di sinistra, anche alla luce delle difficoltà che stanno sperimentando le altre forze politiche, primo fra tutti il Partito rivoluzionario istituzionale, tradizionale forza di governo del Paese. leggi tutto

Il partito del governo

Paolo Pombeni - 22.03.2017

La grande campagna elettorale in vista delle elezioni del 2018 non conosce tregue, ma che riesca ad infiammare un pubblico che vada oltre le tifoserie dei vari candidati appare quantomeno dubbio. Ci sono naturalmente passaggi intermedi dove si amplieranno gli spazi di raccolta del consenso, ma è tutto da vedere. Non per caso c’è una attesa per vedere quanto mobiliteranno le primarie PD, che sono la prova che più potrebbe, almeno sulla carta, far intuire se e quanto l’opinione pubblica si faccia coinvolgere nello scontro in atto.

Ben più importanti saranno le amministrative, anche se non bisogna dimenticare che sono molto condizionate da fattori di contesto locale. Però verranno compulsate per capire che aria tiri soprattutto per i partiti anti-sistema, cioè i Cinque Stelle e i Leghisti, anche se non è sempre detto che i segnali che si potrebbero cogliere in quella occasione vengano confermati in elezioni che arriveranno più di nove mesi dopo. Soprattutto in un quadro generale in cui non è semplice prevedere cosa ci riserverà il futuro (pensiamo anche solo a questioni come la crisi economica, i flussi di migranti, la questione sicurezza) è molto rischioso esercitarsi in previsioni sulla tenuta o meno delle forze attualmente presenti in parlamento e di quelle che si vanno organizzando fuori. leggi tutto

Lo strano avvento di Rousseau nella politica di casa nostra

Raffaella Gherardi * - 22.03.2017

Ci sono alcuni grandi autori, nella storia del pensiero politico moderno, ai quali è toccato in sorte di divenire simbolo di stereotipi, oramai assai sedimentati nel tempo e giunti fino a noi. Così è, per esempio, per Machiavelli; basta interrogare gli studenti all'inizio di un corso universitario di scienze politiche, per avere la prova provata di come il suo nome sia sinonimo di banalizzazioni quali "il fine giustifica i mezzi" o della idea della subordinazione sempre e comunque della morale e della religione alla politica. Starà poi al docente cercare di dimostrare con grande fatica come e perché le banalizzazioni suddette siano del tutto svianti per una corretta interpretazione di un autore, Machiavelli appunto, che ancora oggi è, come già da mezzo millennio a questa parte,  il pensatore politico italiano più noto nel mondo.

Ma se siamo purtroppo abituati da lunga data a veder tirato per la giacchetta il nome illustre di Machiavelli (quale sinonimo di bieco primato della politica) anche da questa o quella parte politica, aspirante a darsi una patina di "moralizzazione" della politica stessa, più strana è l'irruzione in casa nostra del riferimento a Rousseau, recentemente assunto dal partito-movimento dei 5 Stelle, a vero e proprio portabandiera. Non passa giorno in cui

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La corsa all'Eliseo: un voto di rottura

Riccardo Brizzi - 22.03.2017

Il confronto televisivo di lunedì scorso tra i cinque principali candidati alle presidenziali francesi ha confermato come il tema dominante della campagna elettorale sia la rottura con il passato. Non è d’altronde una novità assoluta nella storia delle presidenziali. Sotto la V Repubblica il mito del cambiamento costituisce la norma. Non si accede all’Eliseo se non si è disposti a sollevare il vessillo della «rottura».  Il generale de Gaulle lo ha fatto in modo clamoroso, a partire dal 1958.  E da allora ogni ambizione di guidare il paese si è fondata, in qualche misura, sulla volontà di rottura con il passato: Giscard d’Estaing ha messo in soffitta il gollismo, Mitterrand ha posto fine all’associazione tra la V Repubblica e la destra, Chirac ha chiuso la lunga parentesi socialista, il volontarismo di Sarkozy garantiva di interrompere il lungo declino dell’era Chirac, mentre Hollande è arrivato all’Eliseo promettendo di restituire «normalità» a una funzione presidenziale logorata dai cinque anni al passo di carica di Sarkozy.

Nella campagna presidenziale del 2017 tuttavia la carica di «rottura» appare più potente e generalizzata che in passato. Essa non è diretta soltanto contro il presidente uscente – che per la prima volta nella storia della V Repubblica  non si è ricandidato alla propria successione, leggi tutto

La "prima coorte" elettorale della Repubblica

Luca Tentoni - 18.03.2017

C'è un segmento di elettorato che ha attraversato quasi mezzo secolo della storia repubblicana: quello di chi è nato nel decennio 1946-1955. La prima “coorte” ha caratteristiche particolari, diverse dalle generazioni precedenti e in buona parte anche dalle successive. Questi italiani si sono "socializzati" e sono entrati in contatto con la politica negli anni '60. Alcuni hanno vissuto attivamente il Sessantotto. Questa coorte ha fatto il suo ingresso nel "mercato elettorale" fra il 1968 (i soli nati nel 1946-1947: la maggiore età si conseguiva allora a 21 anni, abbassata a 18 anni nel '75) e il 1975 (regionali) - 1976 (politiche). Da subito, i "primi nati della Repubblica" si sono caratterizzati per un orientamento più laico e più di sinistra. Già nel 1972, un sondaggio (effettuato due anni prima del referendum) indicava che la percentuale dei "no" all'abolizione del divorzio (introdotto in Italia nel 1970) era intorno al 60% fra i nati nel decennio 1946-'55 (nostra rielaborazione dei dati di "Italia al voto. Le elezioni politiche della Repubblica", a cura di Luca Ricolfi, UTET 2012), mentre nell'intero campione era ancora al 44% (nel 1974, il 19 maggio, sarebbe finita 59,3 a 40,7 per il "no"). Nel passaggio fra le regionali del 1975 e le politiche del 1976 parte consistente di questa coorte andò a rafforzare l'elettorato del Pci. In quella occasione, la distanza leggi tutto

La nuova geografia politica olandese e la svolta conservatrice

Dario Fazzi * - 18.03.2017

Diversi osservatori, in Europa e altrove, hanno accolto i risultati delle elezioni olandesi dello scorso 15 marzo con un sospiro di sollievo. L’impatto dell’ondata populista e xenofoba cavalcata nei Paesi Bassi da Gert Wilders e dal suo Partito per la Libertà (PVV) è stato profondo, ma non così destabilizzante come molti ipotizzavano e alcuni persino auspicavano.

 

I liberali del premier uscente Mark Rutte hanno infatti conquistato la maggioranza relativa dei seggi, 33 su 150, affermandosi come primo partito del paese, probabile guida del nuovo governo e principale argine contro la deriva ultranazionalista prefigurata da un’eventuale vittoria di Wilders. Gli elettori olandesi hanno preferito la continuità alla rottura, ma le visioni conservatrici di cui Rutte si è fatto artefice e promotore nel corso degli ultimi quattro anni e mezzo non hanno trionfato in maniera netta e assoluta. La vittoria del VVD è infatti macchiata da una perdita di consensi rispetto al 2012 di oltre cinque punti percentuali e ben otto seggi in Parlamento, il che comporterà la necessità di ricercare un’alleanza più ampia rispetto a quella uscente per formare un governo stabile e di legislatura.

 

Al secondo posto si è piazzato Wilders, che fino a qualche settimana prima delle elezionii più autorevoli sondaggi accreditavano come principale partito del paese leggi tutto

Renzi e il problema del partito

Paolo Pombeni - 15.03.2017

Ci sono modi diversi di analizzare la situazione attuale in cui versa Matteo Renzi, ma di conseguenza in cui versano anche i suoi avversari. A noi sembra si stia sottovalutando la questione del partito, che non può essere ridotta al folklore degli scontri mediatici.

Nell’analisi della politologia tradizionale, quella che per intenderci faceva capo a Maurice Duverger, c’erano classificazioni canoniche: i partiti si distinguevano in partiti di massa e partiti di quadri, mentre la cerchia di chi faceva riferimento ad un partito era distinta in elettori (coloro che si limitavano a votarlo), simpatizzanti (coloro che dichiaravano pubblicamente la propria scelta elettorale) e militanti (coloro che iscrivendosi formalmente al partito partecipavano alla formazione della sua volontà politica).

Basta ripercorrere queste classificazioni per capire come sia mutata la “forma partito” con cui Renzi deve fare i conti. Innanzitutto il PD secondo un approccio tradizionale dovrebbe essere considerato un partito di massa, mentre ci pare abbastanza evidente che sia ormai un partito di quadri. I nostalgici della “ditta” non si arrendono ed evocano “il nostro popolo” che fa volontariato alle feste di partito, ma ci vuole fantasia per considerare questa pur apprezzabilissima componente come una “massa”, soprattutto con una massa a cui si indirizzano e leggi tutto

Eliseo 2017: verso un radicale cambiamento sistemico?

Michele Marchi - 15.03.2017

Jacques Attali ha di recente definito quella in corso la peggiore campagna elettorale della Quinta Repubblica. I segnali di fastidio, al limite dell’intolleranza, nei confronti della classe dirigente politica non mancano e numerosi sondaggi di opinione parlano di un probabile aumento dell’astensionismo. Peraltro i due candidati che, secondo i dati al momento disponibili, dovrebbero accedere al ballottaggio sono definibili, seppur con caratteristiche differenti, “anti-sistema”. Marine Le Pen lo è per definizione, Emmanuel Macron si è costruito questa immagine lanciando il suo movimento En Marche!, uscendo dal governo Valls e infine decidendo di non partecipare alle primarie del PS, partito al quale peraltro non è mai stato iscritto.

In un quadro ancora molto incerto, a cinque settimane circa dal primo turno del 23 aprile, ci si può soffermare a riflettere con un minimo di attenzione su quattro elementi di una certa importanza e che potrebbero determinare le sorti della presidenziale 2017.

Il primo è senza dubbio l’ascesa costante e quasi prepotente della candidatura Macron. Il giovane enarca è, almeno secondo i principali sondaggi, già con un piede all’Eliseo. Non solo certo di passare al ballottaggio, ma negli ultimi rilevamenti è dato di alcuni punti sopra Marine Le Pen già al primo turno. In tutte le simulazioni di ballottaggio, leggi tutto

La diversa velocità della Germania

Gabriele D'Ottavio - 15.03.2017

Nelle ultime settimane gli istituti demoscopici hanno rilevato repentini e consistenti mutamenti nelle intenzioni di voto degli elettori tedeschi. Il mese scorso si è assistito al cosiddetto «effetto Schulz», cioè alla straordinaria rimonta nei sondaggi della socialdemocrazia tedesca (SPD) sull’Unione dei cristiano-democratici (CDU/CSU) guidata da Angela Merkel.Più di recente invece, alcuni sondaggi darebbero il partito euro-critico e anti-immigrati Alternative für Deutschland non più,come solo la settimana scorsa, stabilmente sopra il 10% dei consensi, bensì al di sotto della soglia a due cifre. Non è escluso che tra il presunto recupero della SPD e l’apparente appannamento di AfD vi sia una qualche relazione. Tuttavia, l’attendibilità degli ultimi sondaggi e la plausibilità di eventuali nessi causali tra le diverse variazioni registrate sono ancora tutte da verificare.

Anche la sola parvenza di una maggiore fluidità del voto tedesco è però un dato di cui occorre tenere conto. Si tratta di un dato che si può tranquillamente aggiungere a quelli già sanciti dalle ultime tornate elettorali. Le ultime elezioni politiche nazionali nel 2013 e il più recente voto regionale nel 2016 hanno infatti evidenziato una crescente volatilità elettorale dei cittadini tedeschi, la repentina affermazione di forze politiche portatrici di sfide inedite e capaci di sottrarre consensi ai partiti tradizionali e una leggi tutto