Ultimo Aggiornamento:
28 giugno 2017
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Argomenti

La politica dei picconatori

Paolo Pombeni - 08.04.2017

Se qualcuno prestasse interesse solo al cicaleccio della classe politica sembrerebbe che il principale problema che ha l’Italia sia Renzi, che si deve decidere se beatificare come unico orizzonte disponibile o bruciare sul rogo (virtuale si spera) come perfido potenziale dittatore che inquina la vita del paese. Chi sta tra la gente non si meraviglia che quasi la metà degli elettori continui ad allontanarsi da questo modo di far politica le cui motivazioni sono più che oscure.

Un debito pubblico che è al 132% sembra non impensierire, così come poca eco suscitano le nuove oscillazioni dello spread che ogni tanto sembra avvicinarsi ai 200 punti (e si dice possa anche arrivare a superarli). Qualche attenzione in più è riservata ai dati della disoccupazione specie giovanile, ma solo per qualche lamentatio di maniera, perché grandi sollevazioni per questa ragione non se ne vedono. Se subiremo o meno un procedimento di infrazione da parte della UE sembra dipendere più che altro dalla determinazione o meno dei nostri ministri di battere pugni sui tavoli (tanto non ci saranno grandi conseguenze, ci viene suggerito).

Il dibattito pubblico è in gran parte dominato dalle zuffe interne ai partiti e da quelle che vanno conducendo fra di loro. Se su queste ultime ci si raccapezza un po’ meglio, leggi tutto

Da NO TRIV a NO TAP: l’insostenibile retorica del “territorio”

Massimo Bucarelli * - 08.04.2017

A un anno di distanza del referendum sul rinnovo delle concessioni estrattive per i giacimenti di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa italiana, il cosiddetto referendum NO TRIV, emerge di nuovo nel dibattito pubblico nazionale la contrapposizione tra governo centrale ed enti locali, tra interesse collettivo ed istanze delle comunità territoriali. Esattamente come un anno fa, la regione Puglia e il territorio salentino sono in prima linea nel contrastare le decisioniprese a livello nazionale. Il nuovo motivo di scontro è il completamento del gasdotto trans-adriatico (Trans Adriatic Pipeline – TAP), che porterà il metano dell’Azerbaigian sulle coste pugliesi, per essere distribuito nel restod’Italia e in tutta Europa, aprendo il cosiddetto corridoio meridionale del gas, in aggiunta e in alternativa a quello settentrionale, attualmente in funzione, che garantisce l’importazione delle forniture metanifere provenienti dalla Russia.

Vari e diversi sono i motivi della protesta, ma tutti sostanzialmente incentrati sulla difesa del territorio da un’operazione considerata invasiva della realtà locale, dannosa per l’ambiente e priva di sostanziali vantaggi per le popolazioni interessate. In particolare, leggi tutto

Tafazzi fra i quadri del PD?

Paolo Pombeni - 05.04.2017

L’osservatore che non tifa per nessuno dei contendenti rimane sconvolto a vedere le reazioni di molti quadri del PD per l’esito delle votazioni congressuali nei circoli del partito, tanto da chiedersi se non sia il mitico Tafazzi, quel personaggio che predilige farsi male da solo, il modello a cui essi si ispirano.

I risultati dei circoli possono ovviamente piacere o meno, ma è doveroso chiedersi cosa sia successo anziché perdere tempo a strologare su complotti, forzature e quant’altro. Dovrebbe essere elementare che a non molti mesi dalle elezioni nazionali (ed a breve ad una tornata di amministrative) si facesse una riflessione sul danno che si procura al proprio partito descrivendolo come un’accolita più o meno di venduti e/o sprovveduti, da cui i migliori se ne sono andati e in cui vigono le più spregiudicate tecniche di manipolazione.

Francamente non si vede su cosa possano basarsi queste analisi. Non che nei partiti manchino anche giochi spregiudicati, difficoltà di permanenza per le anime belle e via dicendo, ma è una realtà antica che è esistita da tempo, da cui hanno tratto beneficio anche coloro che se ne sono andati sbattendo la porta (a tutt’oggi senza avere dato giustificazioni più convincenti dell’antipatia per Renzi). Dunque non leggi tutto

L’Europa e i rischi della Brexit

Michele Iscra * - 05.04.2017

Non sarà una semplice querelle diplomatica l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e non perché durante la sua permanenza Londra abbia dato un grande apporto allo sviluppo di una autentica integrazione europea. Al contrario ha sempre più o meno remato contro: le battaglie della Thatcher contro Delors sono memorabili, ma neppure Blair può essere considerato un vero europeista, basterebbe ricordare la sua politica verso l’Iraq, così debitrice del rapporto privilegiato con Washington.

Sarebbe però semplicistico pensare che l’uscita del Regno Unito dalla UE in fondo non faccia che togliere di mezzo un partner poco convinto e poco disciplinato. Piuttosto si tratta di un passaggio che metterà a nudo una serie di debolezze la cui gestione appare piuttosto problematica.

La prima questione riguarda la riuscita o meno dell’operazione così come è vista dagli strateghi britannici di questa avventura. Detto in termini molto semplificati, a Londra si pensa che sostanzialmente l’interconnessione delle economie al giorno d’oggi sia tale per cui difficilmente si potrà escludere la Gran Bretagna dal rimanere nei vantaggi di un mercato sostanzialmente aperto senza sopportarne i costi in termini di sottomissione ad una autorità di regolamentazione sovranazionale. Chi ha lanciato l’immagine del Regno Unito leggi tutto

Il peso delle parole e il vuoto della politica: a proposito di Europa

Raffaella Gherardi * - 05.04.2017

I concetti sono la più potente arma della battaglia politica: così afferma Reinhart Koselleck, uno dei più illustri esponenti della storia dei concetti (Begriffsgeschichte). E in effetti  la politica dell'era moderna e  la riflessione teorica sulla stessa trovano un precipitato assai importante in parole-chiave che risultano in grado di delineare nuovi orizzonti, carichi di aspettative future.  Anche concetti classici  in occidente quali, per esempio, quelli di  libertà e democrazia, alla luce del progresso tecnico e scientifico dell'età moderna, assumono una valenza progettuale prima sconosciuta, nella misura in cui appaiono in grado di indirizzare la società e la politica verso un futuro pieno di speranza, certamente migliore rispetto al passato e aperto al coraggio del nuovo. L'Uomo moderno insomma non teme il domani, che anzi si appresta a progettare raccogliendone ogni possibile sfida, anche dal punto di vista delle parole stesse della politica che debbono risultare addirittura in grado di orientare il mutamento e la storia.

Alla luce di quanto appena affermato e senza scomodare i tanti odierni cantori della fine della modernità, noi, donne e uomini d'occidente, aventi alle spalle la duratura eredità del moderno, nelle sue tappe più gloriose (dalle grandi rivoluzioni americana e francese in poi), non possiamo leggi tutto

La diaspora liberaldemocratica

Luca Tentoni - 01.04.2017

Il giorno successivo alle celebrazioni del sessantesimo anniversario della Comunità europea, il 26 marzo scorso, si ricordava - molto in sordina, peraltro - la scomparsa di Ugo La Malfa (avvenuta nel 1979). Il leader repubblicano era uno dei più convinti europeisti, però la sua eredità politica - e in generale quella dei liberal-democratici, degli azionisti e dei liberali italiani - sembra essersi smarrita nella Seconda Repubblica, diluita in grandi contenitori partitici di diversa ispirazione ideale. Al Parlamento europeo, le grandi famiglie socialista e popolare sono composte da molti rappresentanti italiani, ma l'ALDE (il gruppo liberaldemocratico erede dell'ELDR) no. Repubblicani e liberali, ai quali potremmo aggiungere, con tutte le riserve possibili, i Radicali (i tre partiti diedero vita ad una lista comune alle europee del 1989, che però ottenne solo il 4,4%) hanno sempre rappresentato un'"Italia di minoranza". I percorsi politici di Pri e Pli, che sono stati comuni negli anni Cinquanta, si sono però distinti e allontanati nettamente con l'approssimarsi della stagione del centrosinistra; negli anni Settanta, inoltre, il ruolo del Pri nell'incontro fra Dc e Pci fu ben lontano dall'atteggiamento che i liberali assunsero nei riguardi di quella operazione politica. Con la fine del decennio e l'avvio della stagione del pentapartito, tuttavia, repubblicani e liberali si riavvicinarono, giungendo persino leggi tutto

Terremoto in casa socialista

Michele Marchi - 01.04.2017

La campagna elettorale per il voto presidenziale francese è stata dominata, nell’ultima settimana, da due questioni fondamentali.

Da un lato i recenti sondaggi, sulla cui esattezza è sempre meglio essere cauti, fotografano la candidatura socialista di Benoit Hamon come in caduta libera. Praticamente tutti gli istituti lo collocano attorno al 10%, addirittura superato di 4-5 punti dal candidato di estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon.

Dall’altro è giunta l’attesa dichiarazione dell’ex Primo ministro Manuel Valls: il 23 aprile Valls voterà per Emmanuel Macron. Considerata la campagna elettorale che sta conducendo il vincitore delle primarie socialiste, tutta orientata a sinistra e con l’obiettivo di portare ad un complessivo riaggiornamento del PS e non certo nella direzione di una moderna socialdemocrazia europea, non c’era da attendersi altro da Valls. Che i rumors siano diventati realtà fa però una certa differenza.

Ebbene queste due evoluzioni possono avere ricadute di una certa rilevanza.

Partendo dalla presa di distanza di Valls dal candidato ufficiale del PS si deve prima di tutto notare che a questo punto il voto del 23 aprile si accompagnerà anche al rischio concreto di implosione del Partito socialista. Risulta difficile pensare a Hamon e Valls, per non parlare di tutti gli ex ministri socialisti che da tempo hanno espresso leggi tutto

Partiti di lotta e di governo?

Paolo Pombeni - 29.03.2017

Lo stereotipo del partito di lotta e di governo viene fatto risalire agli anni Settanta e alla leadership di Berlinguer che voleva avvicinare quantomeno il PCI all’area governativa senza che questo mettesse in crisi la sua immagine di formazione in lotta contro il “sistema”. In verità si tratta di quello che una volta si chiamava “doppiezza” comunista: ai tempi della fondazione del sistema repubblicano e dei governi di larga coalizione, quando Togliatti voleva l’accordo con la DC senza rinunciare al controllo delle proteste di piazza. Si potrebbe risalire ancora più indietro, per esempio alla partecipazione del partito comunista francese ai governi del Fronte Popolare nel 1936, perché sempre si presenta a sinistra il tema di come far convivere la spinta a qualche radicalismo rivoluzionario con la necessità di praticare qualche forma di gradualismo una volta che si entri nella famosa stanza dei bottoni.

Anche qui, per essere realisti, bisogna aggiungere che il tema non va circoscritto ai partiti di sinistra. A suo modo il problema ce l’aveva anche la DC, che dovette più di un volta far convivere le richieste del massimalismo clericale (che portava voti) con l’esigenza di mostrare responsabilità nella gestione dei problemi concreti del paese (ciò che la legittimava rispetto alle classi dirigenti del paese). leggi tutto

Si fa presto a dire Europa …

Michele Iscra * - 29.03.2017

E’ ingenuo lamentarsi del documento approvato a Roma dai 27 rappresentanti degli stati dell’Unione Europea, sia che lo si faccia per sottolinearne la natura di compromesso diplomatico sia che la ragione consista nel rinfacciargli la mancanza di coraggio prospettico. Da una riunione come quella tenutasi per commemorare i sessanta anni dai primi trattati istitutivi di quella che sarebbe lentamente diventata la UE e da un testo che era generato da una assemblea di capi di stato e di vertici brussellesi non ci si poteva aspettare di più.

Ovvio che non si potesse puntare a qualcosa di diverso da un testo su cui far convergere tutti, anche i più riottosi, perché non si sarebbe saputo come gestire la mancata firma di qualche stato membro soprattutto in una fase in cui cresce il numero di coloro che scommettono su una crisi prossima della costruzione europea. Dunque non è di questo esito che ci si deve dispiacere, perché lascia tutto più o meno come è. Che fosse assai poco “comunitario” e vincolante lo si è visto subito, per esempio col rifiuto dell’Austria di tenere fede agli impegni presi in materia di redistribuzione dei profughi.

La questione che dovrebbe preoccupare è la mancanza di qualsiasi colpo d’ala nella gestione di questa crisi. leggi tutto

La proporzionale e gli effetti sul sistema politico

Luca Tentoni - 25.03.2017

Ormai la legislatura è entrata nel suo ultimo anno di vita. A meno di grosse sorprese, si andrà a votare per il rinnovo di Camera e Senato con sistemi proporzionali non puri, ma quasi: le clausole di sbarramento per l'accesso alla ripartizione dei seggi e il lontanissimo premio di maggioranza per Montecitorio (per conseguire il quale servirebbe il 40% dei voti: una percentuale oggi inarrivabile per ogni partito o cartello elettorale) cambiano poco la sostanza della competizione. Si tratta di una novità assoluta nella storia della Seconda Repubblica. Sebbene una qualche forma di "gara" proporzionale si sia sempre mantenuta (nel 1994-2001 con la quota del 25% del Mattarellum e nel 2006-2013 con la ripartizione del 45% dei seggi - in ambito nazionale per la Camera e regionale per il Senato - fra i partiti e le coalizioni non vincitrici delle elezioni) l'offerta politica e del sistema di voto hanno prodotto una competizione fra due poli (nel 2013 tre e mezzo, con Scelta Civica più piccola di Centrosinistra, Centrodestra e M5S), vissuta a lungo "psicologicamente" dagli italiani come una scelta binaria. I partiti coalizzati, s'intende, hanno sempre mantenuto un approccio proporzionale o almeno "pro quota" nella definizione di candidature nei collegi uninominali, delle coalizioni e delle liste, però l'elettore medio leggi tutto