Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Argomenti

Sono solo sparate di Trump?

Gianpaolo Rossini - 08.02.2017

Trump non perde tempo e dà corso al suo programma più velocemente di qualsiasi altro presidente americano di epoca recente. In economia chiude il negoziato per il trattato di libero scambio nel Pacifico. Attacca Cina, Giappone e Germania accusandole di manipolare i cambi e minaccia dazi doganali. Su un altro fronte nomina alla corte suprema un giovane giudice schierato sul fronte antiabortista che daràuna impronta duratura all’alta corte Usa dato che la nomina è a vita. Sta sbagliando su questi due fronti Trump? O dà corso ad una reazione ormai inevitabile a situazioni deteriorate sfuggite di mano?

Iniziamo dall’economia. Nel corso della storiatensioni e guerre feroci scoppiano per squilibri nei conti con l’estero. Non di rado i paesi cercano di risolvere i  loro guai finanziari con l’estero facendo guerra a chi ha concesso loro credito. La guerra dell’oppio del 1839 è dichiarata dall’impero britannicoalla Cina nei confronti della quale ha un debito insostenibile. La Cina esporta manufatti di qualità e risparmia troppo. L’Inghilterra di Lord Palmerston non regge la concorrenza dell’impero celeste ed è meno formica. Cosa possono vendere gli inglesi alla Cina per colmare il divario? Visto che il made in UK non piace non resta che l’oppio prodotto nei possedimenti reali di Tailandia e Afganistan. leggi tutto

Il Marocco torna a far parte dell’Unione Africana

Miriam Rossi - 08.02.2017

Decisione storica al 28esimo vertice dei capi di stato e di governo dell’Unione Africana (UA) che si è tenuto dal 22 al 31 gennaio ad Addis Abeba, in Etiopia. Il Marocco torna ufficialmente a far parte dell’UA dopo ben 33 anni di separazione: era infatti il 1984 quando re Hassan II, padre dell’attuale sovrano del regno alawita, decise di abbandonare il seggio dell’allora Organizzazione dell’Unità Africana in segno di protesta per l’ammissione della Repubblica Democratica Araba Sahrawi (RASD). Secondo Rabat, tale ammissione era in conflitto con il principio di “non interferenza” e di “rispetto dei confini” degli Stati membri, posti a fondamento dell’Organizzazione. Come noto, il riconoscimento di quello che per il Marocco è uno pseudo-Stato appariva inaccettabile politicamente e aveva indotto alla “decisione dolorosa” di lasciare l’Organizzazione: una decisione che voleva esercitare evidenti pressioni internazionali per una scelta di campo nell’annosa questione ma che fu promossa mediaticamente come un atto coscienzioso per “evitare la divisione dell’Africa”. Non sfugge però che solo 20 Paesi dei 54 membri dell’UA riconoscono ancora oggi la RASD, con ambasciate saharawi in Nigeria, Algeria, Sudafrica, Etiopia, leggi tutto

La Repubblica bloccata

Luca Tentoni - 04.02.2017

Dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha abolito il ballottaggio per la Camera, "ritagliando" l'Italicum, l'Italia si avvia - in mancanza di novità - a tornare alla proporzionale. La Seconda Repubblica, nata con una legge elettorale ricalcata in buona misura su quella del Senato (essendo una versione rimodellata di quanto scaturito dal referendum del 1993), arrivata al giro di boa con il "Porcellum" del 2005 (in parte dichiarato incostituzionale), ha visto "nascere" una terza legge da una sentenza della Consulta (1/2014: il Consultellum) e poi una quarta (l'Italicum) anch'essa non uscita indenne dal vaglio della Corte costituzionale. In altre parole, il Parlamento non è riuscito a concepire qualcosa di nettamente diverso rispetto ad un'indicazione "esogena" (il referendum del 1993, le sentenze della Consulta) e nemmeno ad approvare leggi che fossero in grado di superare senza problemi il vaglio di costituzionalità: si tratta di vicende diverse negli anni, ma che forse ritraggono sufficientemente bene una lunga stagione nel corso della quale la progettualità politica ha spesso lasciato il posto all'approssimazione, alla quantità e all’immagine (delle riforme e delle promesse mancate) piuttosto che alla qualità. Dunque, se non avremo sorprese, il sistema dei partiti dovrà ristrutturarsi su basi molto diverse da quelle che si prevedeva dovessero caratterizzare la "Terza Repubblica", leggi tutto

Caos e incertezza a tre mesi dal voto francese

Michele Marchi - 04.02.2017

Jean-Marie Colombani ha parlato della presidenziale “più folle della Quinta Repubblica”. Il sondaggista Jérôme Jaffré ha definito la campagna non ancora ufficialmente iniziata un vero e proprio “gioco al massacro”. Il noto commentatore politico di «Le Monde» Gérard Courtois ha descritto di recente la presidenziale 2017 come una sorta di “thriller politico”. Tutto vero, senza dubbio. Anche se la storia della V Repubblica è ricca di candidature non decollate, vittorie certe e poi sfumate in poche settimane. Che dire del flop di Chaban-Delmas al primo turno del 1974? Come non ricordare l’effimera candidatura di Rocard, avanzata e poi ritirata, una volta sceso in campo Mitterrand? E della meteora Raymond Barre nel 1988? E dello sgambetto di Chirac al quasi certo presidente Balladur nel 1995? Fino, naturalmente, alla clamorosa eliminazione dal primo turno di Jospin nel 2002.

Allo stesso modo c’è poco da scandalizzarsi di fronte all’affaire Penelope Fillon sollevato da «Le Canard enchainé». L’ultracentenario settimanale satirico ha mietuto non poche e autorevoli “vittime” (molte più a destra e al centro che a sinistra, occorre ricordarlo) nella storia della V. La famosa rivelazione di fine 1979 sugli imbarazzanti diamanti centrafricani donati dal dittatore Bokassa all’allora ministro Giscard (il cadeau era del 1973), leggi tutto

La memoria della Shoah nell’era dei selfie. Per un’etica dello sguardo

Maurizio Cau - 04.02.2017

Ora che un’altra “giornata della memoria” è alle spalle, ora che le luci sono tornate a spegnersi in attesa della prossima ricorrenza prevista dal calendario civile, ora che si ripongono nel cassetto le citazioni di Levi e le immagini dello sterminio (o della sua pluridecennale ricontestualizzazione cinematografica), ora che i palinsesti televisivi si sono svuotati del cerimonioso omaggio alle vittime della Shoah (un omaggio prevedibile e sempre uguale a se stesso), ora che tutto questo è passato, è forse possibile sviluppare un ragionamento sul senso e i limiti di quella ritualità retoricamente sovraccarica che, un giorno all’anno, inonda carta stampata, social network, TV.

Come ricordava un paio di anni fa in un denso libretto Elena Loewenthal, che non può essere certo tacciata di scarsa sensibilità sul tema o, peggio, di aspirazioni negazioniste, «il 27 gennaio di ogni anno si evoca il ricordo della Shoah. Si organizzano eventi, incontri, celebrazioni ufficiali. Ma che cosa sta diventando questo Giorno della Memoria? Una cerimonia stanca, un contenitore vuoto, un momento di finta riflessione che parte da premesse sbagliate per approdare a uno sterile rituale dove le vittime vengono esibite con un intento che sembra di commiserazione, di incongruo risarcimento» (Contro il giorno della memoria, ADD editore, 2014). leggi tutto

La padella e la brace

Paolo Pombeni - 01.02.2017

Gran dibattito se convenga andare presto ad elezioni, massimo entro giugno, o far lavorare di più governo e legislatura, minimo fino a settembre, magari fino alla scadenza della legislatura l’anno prossimo. E’ la classica scelta fra la padella e la brace, perché la questione centrale è come si possa gestire una fase molto difficile con una lotta continua fra partiti e capi e capetti dei partiti, lotta che non può non riflettersi sul governo e sulla credibilità del nostro sistema e che in ogni caso non sembra possa cessare.

La congiuntura difficile dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti: sistema bancario in crisi (adesso anche Unicredit, seconda banca, è in difficoltà), disoccupazione che non si riesce a contenere, ripresa che non decolla, richiesta della UE di una manovra di bilancio che rispetti le regole comunitarie. E tacciamo dell’emergenza terremoto. Non bastasse, si presentano alcune condizioni internazionali di cui sarebbe opportuno tenere conto. Non ci sono solo le incognite dell’avvio della presidenza Trump e delle turbolenze per l’avvio della Brexit, che già non sarebbero poca cosa. Le due tornate elettorali in Francia e in Germania sono altrettanto problematiche perché costringono i sistemi politici di due paesi chiave della UE a tenere conto

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La svolta politica di Theresa May

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 01.02.2017

A seguito delle dimissioni di David Cameron,la nomina,il 13 luglio 2016, di Theresa May,figlia di un cappellano anglicano del Sussex, a Primo Ministro, ha segnato l’avvio di un nuovo corso della politica del governo conservatore. Secondo le enunciazioni vaghe e retoriche - “to build a stronger economy and a fairer society by embracing genuine economic and social reform” - sinora pronunciate dalla May, la nuova politica viene presentata esplicitamente come divergente dalla piattaforma elettorale del partito con cui il suo leader, Cameron, si era presentato nell’elezione generale del maggio 2015, vincendola con il 36,8% dei voti e assicurandosi il 50,8% dei seggi ai Comuni.

Nel discorso pronunciato il 5 ottobre 2016 alla conferenza del partito e in quello alla Lancaster House del 17 gennaio 2017 la May,procedendo oltre l’affermazione tanto tautologica quanto elusiva“Brexit is Brexit”, il ragionamento svolto dalla premier è, sostanzialmente, incentrato su di una interpretazione del voto referendario che trova scarso supporto, come del resto ogni tentativo di attribuire un unico motivo politico a similivotazioni, per loro natura inadatte a esprimere una direzione politica unitaria su questioni complesse e, piuttosto, tendenti a convogliare in un’espressione di volontà dicotomica aspirazioni o proteste fortemente differenziate. Il referendum, ha dichiarato nel discorso del 5 ottobre, “non è stato solo un voto per ritirarsi dalla EU” ma per “qualcosa di più ampio”, leggi tutto

L’islam europeo dei Balcani

Christian Costamagna * - 01.02.2017
La questione dei musulmani nei Balcani, ormai da tempo, è tornata alla ribalta delle cronache, anche in Italia. Si tratta di un tema complesso, che tende ad essere sbrigativamente semplificato dall'isteria allarmistica che accomuna, tout court, l'Islam con il terrorismo oppure, per contrasto, da una eccessiva minimizzazione, al limite della negazione, di un problema effettivamente esistente. Il libro La mezzaluna d'Europa - I musulmani nei Balcani dagli Ottomani fino all'Isis (ELS - La Scuola, Editrice Morcelliana, 2016, pp. 154) di Sergio Paini costituisce una risposta ragionata e meticolosamente informata, a come si è sviluppato l’Islam nei Balcani, dalle origini in epoca medievale sino ai giorni nostri.
Il libro di Paini non è un saggio scientifico rivolto alla comunità degli specialisti, bensì è di carattere divulgativo. Si rivolge dunque a quei lettori curiosi che vorrebbero comprendere megliol’evoluzione di un processo religioso, culturale e sociale. Il testo è suddiviso in capitoli che potrebbero essere definiti come schede ragionate che identificano, in maniera autonoma, vari temi sotto il profilo cronologico e per argomento. Dopo una parte di carattere introduttivo, nel quale l’autore ci spiega alcuni concetti chiave relativi all’Impero ottomano ed alla sua secolare presenza nella Turchia d’Europa, ci accompagna verso la scoperta dei popoli, coprendo circa mezzo millennio. In prima battuta Paini tratta il tema dei bosgnacchi
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Un nuovo bipolarismo (imperfetto)

Luca Tentoni - 28.01.2017

L'ipotesi che, dopo le prossime elezioni politiche, la destra lepenista di Salvini e Meloni si allei col M5S per formare un governo appare improbabile. Alcune convergenze in materia di politica estera, immigrazione e soprattutto sull'euro spingono alcuni a ritenere che ci sia spazio per una collaborazione. Forse, però, la situazione è diversa. Mentre nel 2013 avevamo visto il bipolarismo della Seconda Repubblica lasciare il posto al tripolarismo (centrodestra, centrosinistra, M5S), oggi appare chiaro che la distinzione principale - almeno quella percepita da parte non irrilevante dell'elettorato - è pro o contro l'euro e l'Unione europea: una sorta di nuovo bipolarismo, molto imperfetto. La contrapposizione destra-sinistra perde forza se abbiamo da un lato un partito che "si chiama fuori" da questa distinzione (il M5S) e dall'altro due blocchi che dovrebbero essere compatti e contrapposti, ma che in realtà non lo sono (nell'ex centrosinistra lo strappo fra il Pd e le forze di sinistra radicale è ben lungi dall'essere ricucito; nel centrodestra le distanze fra Forza Italia e Lega-FdI, a maggior ragione dopo l'elezione di Tajani alla guida dell'Europarlamento e la vittoria di Trump negli USA, si accentuano anzichè ridursi). Oggi il partito di Berlusconi è più vicino al PPE, alla Merkel e persino al Pd di Renzi di quanto lo sia rispetto agli alleati lepenisti italiani. leggi tutto

È l’estrema speranza delle sinistre: la normalizzazione di Trump. Ma è un’illusione e la degenerazione autoritaria è un rischio possibile

Omar Bellicini * - 28.01.2017

Ha l’abito sobrio del buonsenso e danza, con l’eleganza delle nozioni implicite, sul filo degli editoriali e tra le linee oblique dei dibattiti: Donald Trump, ereditiere da copertina, personaggio televisivo “sopra le righe”, protagonista inatteso della campagna presidenziale 2016, nonché 45esimo “Commander in chief” degli Stati Uniti d’America, sotterrerà ben presto l’acciarino per adottare gli strumenti rassicuranti della pratica istituzionale. Insomma: come tanti prima di lui, nato piromane si scoprirà improvvisamente pompiere. Detta in termini meno edificanti: eviterà accuratamente di fare ciò che ha promesso in campagna elettorale, fagocitato dalle logiche normalizzanti della burocrazia di toga e di palazzo. È questa l’idea più in voga fra i liberal americani sconfitti e gli attoniti socialdemocratici europei. Da politico, al termine della tradizionale caccia al voto, si appiattirà sulla ragion di Stato. È un’interpretazione che si regge sulla forza dell’abitudine, e a nulla sono valsi i primi ordini esecutivi emanati, che vanno dallo stop al finanziamento dei gruppi abortisti fino al via libera alla costruzione della “grande muraglia” al confine col Messico. Solo provocazioni. Solo stratagemmi di un uomo d’affari che sa leggi tutto