Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Argomenti

Da Rabat a Tunisi: Uno sguardo sul Maghreb

Leila El Houssi * - 22.02.2017

All’indomani delle Primavere arabe, il quadro regionale del Nord Africa, in particolare l’area del Maghreb, ha subito importanti trasformazioni.  In Tunisia, Algeria e Marocco si sono registrati cambiamenti rilevanti dal punto di vista sociale, politico ed economico.

Nel febbraio 2011, in Marocco aveva preso forma un movimento popolareprevalentemente giovanile, “Movimento 20 febbraio”, il quale rivendicava riforme costituzionali che limitassero parzialmente il potere del Re, maggiore libertà di espressione e la liberazione dei prigionieri politici. Richieste che Muhammad VI ha in parte esaudito promuovendo una revisione della Costituzione approvata con il 98.5% dei consensi il 1 luglio 2011 in un referendum consultivo. Tra le novità introdotte nella Carta ricordiamo il riconoscimento legale dell’uguaglianza di genere, della lingua berbera Tamazigh come seconda lingua ufficiale dopo l’arabo e un’importante cambiamento relativo alla figura del Re non più definito “sacro” ma “inviolabile e degno di rispetto”. La prontezza della monarchia nelle riforme, per quanto invero limitate, ha consentito al Marocco di evitare una lacerazione tra i manifestanti e il potere come quella che si è registrata in altri contesti.

Oggi il Marocco sta vivendo un momento di stallo politico leggi tutto

Le incognite della riforma elettorale

Luca Tentoni - 18.02.2017

In queste settimane le forze politiche e il Parlamento sono chiamati a riscrivere le leggi elettorali, dopo la sentenza 35/2017 della Corte Costituzionale. Un accordo appare improbabile, anche perché non è chiaro cosa si vuole dal sistema "che trasforma voti in seggi". Alla base della scelta di un modello esistente o dell'elaborazione di un nuovo meccanismo c'è sempre uno scopo: nel 1948, quello di rappresentare i partiti e la società così com'erano (in un sistema proporzionale, inoltre, la centralità della Dc aumentava le possibilità che una coalizione di governo non potesse non ricomprendere i democristiani); nel 1953, la cosiddetta "legge truffa" (o "legge Scelba") tendeva a premiare l'unica possibile coalizione di partiti che potesse raggiungere il 50% più uno dei voti (quella formata da Dc e alleati minori centristi) isolando le estreme di destra e di sinistra per sottorappresentarle e, soprattutto, recuperare alla Dc - in forma di "voto utile" - il consenso andato "in libera uscita" a destra nel Mezzogiorno in occasione delle amministrative del '52; nel 1994, invece, uno scopo politico non c'era: in presenza del pronunciamento popolare sulla legge elettorale del Senato e in pieno sgretolamento del sistema dei partiti, si adottò un meccanismo simile al "ritaglio referendario" (in quella occasione ci fu chi si illuse, leggi tutto

Come si smonta un partito

Paolo Pombeni - 18.02.2017

Se fosse semplicemente un caso di studio sarebbe molto interessante, ma purtroppo è una faccenda che riguarda il futuro di questo paese. Stiamo parlando del “cupio dissolvi” che sta prendendo il PD a dispetto del fatto che tutti negano di essere preda di quella sindrome (ma, come si sa, in questi casi proprio la negazione ostinata della presenza della malattia è uno dei suoi sintomi).

Il tema fondamentale non è, a dispetto di tutto, né la linea politica né il programma da adottare per il futuro. Sul primo punto nessuno si sgancia dalle fumisterie del destra o sinistra, cosa vuole il nostro popolo, ci capisce o meno, e via discorrendo (ma, a volte, e via farneticando). Sul secondo tutti fanno più o meno l’elenco degli stessi problemi (disoccupazione, diseguaglianze, crescita economica, scuola, ecc. ecc. ecc.), ma nessuno mette veramente in campo una proposta molto precisa su alcuni interventi imprescindibili, fattibili e sostenibili nelle attuali contingenze.

I discorsi generici da qualunque parte vengano lasciano il tempo che trovano. Soprattutto non sono in grado di risultare veramente competitivi con le proposte “sociali” che ormai fanno tutti, incluso il centrodestra. Si veda l’ultimo proclama di Berlusconi che promette anche lui interventi sociali a man bassa senza dire dove mai troverà le risorse. leggi tutto

Il Grande Iran di Giuseppe Acconcia

Francesca Del Vecchio * - 18.02.2017

Mentre il Medioriente è una polveriera, e gli Stati Uniti certo non svolgono il ruolo di paciere, c’è un Paese che, neanche troppo silenziosamente, raduna le idee per affrontare una nuova fase della sua storia. Stiamo parlando dell’Iran, che il prossimo 19 maggio sceglierà il suo ottavo presidente (il primo dopo la rivoluzione khomeinista venne eletto nel 1980 con la costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran). Dopo la morte dell’ex presidente Hashemi Rafsanjani, leader dei riformisti - di cui fa parte l’attuale presidente Hassan Rohani - e figura di spicco del post khomeinismo, le tensioni tra conservatori e riformisti si sono inasprite. Alle prossime elezioni, i primi faranno di tutto per impedire la rielezione del presidente uscente, artefice del compromesso sul nucleare. Anche l’uscita di scena di Mahmud Ahmadinejad dai giochi ha destabilizzato gli equilibri sul tavolo: ancora non ci sono certezze sul nome del futuro candidato conservatore.

Alla luce del ruolo che l’Iran ricopre, non solo in Medioriente ma anche nei rapporti internazionali, è fondamentale conoscere questo Paese. Giuseppe Acconcia, giornalista salernitano collaboratore di diverse testate italiane, ha realizzato l’impresa di raccontare l’Iran senza sensazionalismi; senza l’approccio orientalista tanto inviso a Said. Il libro, edito da Exòrma Edizioni, leggi tutto

PD: più divisioni che visioni

Paolo Pombeni - 15.02.2017

C’era da aspettarselo: la direzione del PD è stata più una sfilata a pro dei rispettivi gruppi di riferimento che un tentativo di confrontarsi con i due temi forti del momento. Oggi si devono capire innanzitutto due cose. La prima è come sia possibile affrontare questo difficile passaggio storico evitando Scilla (il populismo fantasioso) e Cariddi (il populismo reazionario). La seconda è come inventarsi una nuova “forma partito” visto che quella tradizionale non sembra più in grado di offrire occasioni di inquadramento alle forze vive del paese.

Sul primo punto ci sono due variabili che si devono tenere in conto. Innanzitutto c’è il problema di escogitare un sistema elettorale che riesca a responsabilizzare i cittadini, senza tuttavia ricorrere a manipolazioni forzate. E’ quello che ha messo in luce la Corte Costituzionale, senza tuttavia che al momento si veda all’orizzonte una ipotesi di risposta. Questa infatti non può consistere semplicemente nell’inventarsi un qualche sistema elettorale che sulla carta prospetti magnifiche soluzioni. Si tratta piuttosto di trovare la via per costruire la necessaria coalizione che possa consentire l’approvazione di una legge elettorale capace di essere sufficientemente convincente per una larga fascia di elettorato e non semplicemente per i candidati che si aspettano di essere eletti o rieletti. leggi tutto

Quattromila numeri di Civiltà Cattolica. A proposito di storia

Claudio Ferlan - 15.02.2017

Il quindicinale dei gesuiti italiani “Civiltà Cattolica” ha raggiunto sabato il fascicolo 4.000. Come si aspetta chi conosce la Compagnia di Gesù, laricorrenza è stata salutata attraverso una riflessione sul presente e la presentazione di progetti per il futuro, costruiti sulla tradizione e sulla storia. Questo è visibile sia nel discorso pronunciato dal Papa alla comunità della rivista, sia nell’indice del quaderno. Nulla di strano per un ordine religioso che ha costruito la propria identità soprattutto sui documenti e sugli archivi.

 

Il Papa a Civiltà Cattolica

 

Francesco ha indicato tre parole guida per il lavoro futuro del collegio degli scrittori, accompagnandole a figure di riferimento di gesuiti dell’età moderna. Sembra una scelta simbolica, quella di indicare tre persone che nell’interno dell’ordine hanno avuto percorsi molto diversi. Come patrono dell’inquietudine il Papa ha menzionato uno dei padri fondatori, Pierre Favre (1506-1546), “pioniere dell’ecumenismo”, capace di percorrere buona parte dell’Europa occidentale per conoscere chi non la pensava come lui e per confrontarsi. Matteo Ricci (1552-1610), missionario in Cina, è il simbolo dell’incompletezza, intesa come curiosità e apertura di pensiero, anche lui prontissimo a dialogare con le altre culture. A personificare l’immaginazione è invece Andrea Pozzo (1642-1709), architetto e pittore, capace di aprire cupole e corridoi dove c’erano tetti e muri, ha detto il Papa.  leggi tutto

Il circuito del consenso

Luca Tentoni - 11.02.2017

Nelle democrazie contemporanee, il ruolo dell'opinione pubblica appare predominante: i sondaggi ci restituiscono quotidianamente indicazioni sulle tendenze politiche e sociali che si vanno affermando, tanto che la classe politica e gli operatori dei mezzi di comunicazione di massa finiscono per attribuire a questi strumenti di misurazione un valore ben maggiore rispetto a quello che oggettivamente hanno. Sembra quasi che le "democrazie avanzate" non sappiano e non possano fare a meno di quello che Patrick Champagne, nel suo "Faire l'opinion - Le nouveau jeu politique" (edito nel 1990, ma giunto con più nuove edizioni fino ai giorni nostri) definisce come una situazione di "elezioni permanenti": "anche se i deputati restano legalmente eletti per cinque anni, la loro legittimità dipende ormai in modo crescente dai risultati dei sondaggi elettorali e dal livello di popolarità". In altre parole, secondo lo studioso francese, gli uomini politici, che sono eletti per decidere, finiscono per essere sottomessi ad una "volontà popolare" espressa nei sondaggi e che sembra rendere possibile il prevalere "di una sorta di democrazia diretta" che dipende, giorno dopo giorno, dal giudizio degli interpellati sui vari temi. Secondo Champagne, la pratica è alla base di un "pensare per sondaggi" che va affermandosi, cioè la tendenza" a convocare in permanenza gli intervistatori per decidere in nome d'una opinione che è stimata come maggioritaria". leggi tutto

La Corte non fa supplenze

Paolo Pombeni - 11.02.2017

La pronuncia della Corte Costituzionale sul cosiddetto Italicum segna un momento importante anche se non produce il risultato che la classe politica più o meno apertamente si aspettava, né quello che era nelle mire dei vari ricorrenti e delle corti che avevano accolto le loro istanze.

La Consulta infatti si è sottratta alla richiesta che le veniva fatta di stabilire sia che essa era titolata a fare leggi, fosse pure come compito di supplenza in casi eccezionali , sia che la normativa elettorale sarebbe strettamente deducibile da una interpretazione delle norme costituzionali. E’ stato piuttosto affermato che quelle norme contengono due elementi che il legislatore è tenuto a rispettare: 1) la garanzia di alcuni limiti a tutela di valori che la democrazia giudica essenziali; 2) il raggiungimento di obiettivi che la Carta indica necessari per dare vita ad una democrazia compiuta.

Non sono aspetti banali, anche se andranno opportunamente valutati nel dettaglio (cosa che qui non è possibile). Il primo punto che risulta con forza, anche se non si può dire con completa chiarezza, è la tutela del sistema rappresentativo su cui si basa il costituzionalismo moderno. Qui però la Corte lascia capire che non si tratta di fare della rappresentanza un totem giacobino, a pro di leggi tutto

Cosa cambia per l'Europa all'ONU dopo la Brexit

Lorenzo Ferrari * - 11.02.2017

L'idea di assegnare all'Unione europea un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell'ONU circola da qualche decennio. È una fantasia che è stata spesso animata dall'Italia – soprattutto per bloccare altri più concreti progetti di riforma dell'ONU – ma che ha naturalmente raccolto anche le speranze dei federalisti. L'Europa sarebbe così diventata a pieno titolo un soggetto politico sulla scena internazionale, in grado di farsi valere e di esprimersi con una sola voce sulle grandi questioni del momento.

La Comunità europea in quanto tale iniziò a essere un soggetto riconoscibile all'ONU durante gli anni Settanta, quando fu ammessa come osservatore permanente all'Assemblea Generale e quando i suoi stati membri cominciarono a coordinare le loro posizioni in quasi tutti gli organi delle Nazioni Unite. La sola eccezione era costituita dal Consiglio di Sicurezza, di cui facevano parte Regno Unito e Francia in maniera permanente e quasi sempre un terzo stato CE in maniera temporanea. Nonostante le richieste dei partner, i due membri permanenti si rifiutarono sempre di portare al Consiglio di Sicurezza posizioni “europee” concordate con gli altri stati membri.

La coordinazione europea sulle questioni leggi tutto

Come nella vecchia DC?

Paolo Pombeni - 08.02.2017

Si sono sprecate le intemerate giornalistiche, e non solo, contro Renzi che aveva fatto del PD, partito di sinistra, una DC in nuova versione. In quelle tutta l’argomentazione ruotava attorno ad una assai improbabile narrazione sul tradimento di una vocazione “di sinistra” (mitica) per optare a favore di un “moderatismo” centrista. In verità il parallelo PD-DC sembra in questi giorni particolarmente azzeccato, ma non per quelle ragioni intrise delle mitologie post-sessantottine, ma per come è ridotto il partito nato dalla fusione fredda fra superstiti della classe dirigente del vecchio PCI e formazioni nate dalla diaspora dei gruppi dirigenti di formazioni politiche che non si riconoscevano nell’egemonia del partito post-berlingueriano.

L’attuale PD ha oggi ereditato dalla cosiddetta “balena bianca” la natura di partito correntizio, tenuto insieme, non si sa fino a quando, dalle opportunità di governo, ma percorso da lotte intestine senza fine fra capi e capetti, ciascuno con la sua corte di seguaci, pochissimi (a essere ottimisti) con una reale proposta politica capace di confrontarsi con i molti problemi in campo.

Rileggendo in questi giorni il bel libro di Guido Formigoni su Aldo Moro (Il Mulino, 2016) impressiona notare la sorda lotta di potere che percorse il partito più importante della prima repubblica trascinandolo leggi tutto