Ultimo Aggiornamento:
28 giugno 2017
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Argomenti

Alternativa Berlusconi?

Paolo Pombeni - 19.04.2017

Le riflessioni sul tripolarismo vanno di moda. Ancora oggi per molti disegnano uno scenario di ingovernabilità che dopo le prossime elezioni ci costringerà rapidamente a tornare alle urne. Iniziano ad ingrossarsi però le fila di quelli che pensano ad una soluzione di sblocco con il prevalere di una coalizione di centro destra grazie alle abilità (taumaturgiche?) di Silvio Berlusconi.

Il ragionamento che si fa è più o meno questo, in uno scenario che vuole ragionare per classici blocchi evitando le coalizioni trasversali imprudentemente marchiate come “inciuci”. In assenza di informazioni certe su come sarà la futura legge elettorale, ci sono due ipotesi: la prima è che alla fine si introduca un premio a chi guadagna almeno il 40% dei suffragi (coalizione o lista si vedrà); la seconda è che si rimanga ad un proporzionale sostanzialmente puro. Il Movimento Cinque Stelle in questo quadro è quello messo peggio nonostante al momento sia accreditato dai sondaggi come il partito con la più alta percentuale di consensi. Nel caso di un premio a chi supera il 40% dei voti si giudica improbabile che possa far un salto nei consensi di almeno 10 punti. Nel caso di un proporzionale classico, può risultare il partito più votato, ma siccome si dice indisponibile a coalizzarsi, leggi tutto

Prove di forza in Siria

Il 4 aprile nei pressi della cittadina di Khan Shaykhun venne sferrato un attacco con armi chimiche che causò almeno 84 morti e molti altri feriti. La località si trova nella provincia di Idlib nel nord-ovest della Siria, dove si concentra il grosso delle forze ribelli. L'attacco avvenne nel contesto di una dura campagna di bombardamenti in tutta la zona, compresa la distruzione di un ospedale a Ma'arrat al Nu'man, a una ventina di chilometri di distanza che avrebbe potuto salvare alcuni dei feriti.

Dopo la ri-conquista di Aleppo da parte delle forze lealiste a Damasco nel dicembre 2016, la provincia è sotto costante pressione militare, con l'aviazione siriana e russa che bombarda le roccaforti ribelli con l'obiettivo di minarne la coesione e indurli a negoziare degli accordi: questi comportano il ritiro dei ribelli armati, dei loro familiari e il controllo delle forze di sicurezza del governo, o dei suoi alleati. Nei fatti, è un ritiro quasi incondizionato che permette di evitare la sanguinosa battaglia finale, porta a porta, di dividere il fronte dei ribelli e della popolazione, il tutto in cambio della sopravvivenza di questi ultimi. Il risultato è la concentrazione senza precedenti di popolazione e ribelli armati nella provincia rurale e settentrionale del Paese, leggi tutto

La “legge Soros” colpisce la Central European University

Miriam Rossi - 19.04.2017

Da giorni un nuovo tweet sta cinguettando sul social network a supporto della Central European University (CEU) di Budapest. La stringa #IstandwithCEU ha acceso i riflettori internazionali sulla CEU, la cui sopravvivenza è minacciata dalla nuova norma approvata dal governo di Viktor Orban lo scorso 10 aprile che sembra essere stata formulata ad hoc per predisporre la chiusura dell’istituto di formazione e ricerca più noto dell’Europa centro-orientale.

Nascosta formalmente all’interno di una legge che modifica le predisposizioni in materia di istruzione superiore, la norma consente l’operatività delle università straniere solo se queste hanno una sede anche nel loro Paese di provenienza. Se apparentemente la norma va ad avere un impatto sul funzionamento di circa due dozzine di università presenti in Ungheria, di fatto essa colpisce direttamente solo la CEU, che opera nella capitale magiara in parte come istituzione statunitense (dove però non ha una sede vera e propria), priva di quel controllo governativo esercitato centralmente su altri enti di formazione accademica. La stessa nuova legislazione prevede inoltre che le università straniere potranno emettere titoli quali diplomi o lauree in Ungheria leggi tutto

Il “doppio turno” francese

Luca Tentoni - 15.04.2017

Il 23 aprile i francesi voteranno per il primo turno delle elezioni presidenziali. L'articolo 7 della loro Costituzione specifica che il Capo dello Stato "è eletto a maggioranza assoluta dei voti espressi. Se tale maggioranza non viene conseguita al primo scrutinio, si procede ad una nuova votazione, nel quattordicesimo giorno seguente. Possono presentarsi solo i due candidati che, a parte un eventuale ritiro, hanno ottenuto più voti al primo turno". Nella storia della Francia, da quando, nel 1962, la riforma costituzionale voluta da Charles De Gaulle ha reintrodotto (e non introdotto ex novo: il 10 e l'11 dicembre 1848, infatti, Carlo Luigi Napoleone Bonaparte era stato eletto col 74,31% dei voti espressi, pari a 5.587.759 su 7.542.936 votanti) l'elezione diretta del Presidente della Repubblica, nessun presidente è stato mai eletto al primo turno: nel 1965 (5-19 dicembre) De Gaulle ebbe il 44,65% dei voti (andò al ballottaggio - vincendolo col 55,2% dei suffragi popolari - con François Mitterrand, giunto secondo col 31,72%); nel 1969 (1-15 giugno) Georges Pompidou ottenne il 44,47% (Alain Poher 23,31%), vincendo poi col 58,21%; nel 1974 (5-19 maggio) fu Mitterrand a classificarsi inizialmente primo, col 43,24%, ma Valéry Giscard d'Estaing (32,6% al primo turno) vinse al ballottaggio col 50,81%; nel 1981 (26 aprile-10 maggio) fu invece Mitterrand (25,85% al primo turno, 51,76% al secondo) a battere Giscard d'Estaing (28,31% al primo turno, 48,24% al secondo); Mitterrand vinse inoltre nel 1988 (24 aprile-8 maggio) leggi tutto

Tutto può succedere ovvero Eliseo 2017

Michele Marchi - 15.04.2017

Tutto può succedere, come cantava anni fa Vasco Rossi. Ma questa volta la frase deve essere attribuita alle prossime elezioni presidenziali francesi.

A poco più di una settimana dal primo turno, gli ultimi sondaggi fotografano un quartetto di candidati raccolti in un fazzoletto di voti. Le percentuali oscillano tra il 22% del primo (o Marine Le Pen o Macron) e il 19% del quarto (o Mélenchon o Fillon).

Senza dilungarsi troppo nel rammentare con quanta attenzione vadano presi i sondaggi, è forse meglio ricordare che nel caso di Le Pen e Fillon, siamo oltre l’80% di certezza nella scelta. Sul fronte Macron e Mélenchon non si va oltre il 60% di decisione (quindi per certi aspetti si tratta di scelte di voto ancora suscettibili di cambiamento).

Il quadro è incerto, la campagna elettorale fatica a decollare e i temi forti, quelli di reale e diffusa preoccupazione (disoccupazione, scuola e potere d’acquisto) finiscono per non essere nello specifico affrontati. L’ultima settimana è stata occupata da tre questioni principali.

La prima riguarda una serie di indagini sul voto giovanile, in particolare nella fascia 18-24, con risultati costantemente nella direzione del voto frontista. Sembra un lontanissimo ricordo la primavera 2002, con le piazze colme di giovanissimi tra il primo

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Berlusconi, il “Partito VEG” e una storia che viene da lontano

Giulia Guazzaloca - 15.04.2017

In Italia la “propaganda veg” ha ottenuto nei giorni scorsi il supporto di un testimonial d’eccezione, Silvio Berlusconi: le immagini del presidente di Forza Italia che allatta col biberon uno dei cinque agnelli salvati dalla macellazione e ospitati nella villa di Arcore hanno fatto il giro di quotidiani e social network, scatenando un gran numero di analisi e polemiche. Si tratta di una campagna tatticamente costruita per intercettare il voto di un “popolo”, quello vegetariano/vegano, in continuo aumento? Berlusconi è stato in qualche modo costretto dalla sua compagna Francesca Pascale e da Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente? Loro smentiscono assicurando l’autentico amore del presidente per gli animali. Qualcuno ipotizza anche che si tratti di una sincera virata in senso salutista, animalista e “bucolico” di un Berlusconi ormai in declino politico, che avrebbe quindi abbandonato il machismo godereccio degli anni ruggenti.

Al di là dei motivi sottesi alla scelta di Berlusconi e delle criticheche ha suscitato da parte di Confcommercio, Coldiretti e produttori di carni, un dato è certo: in Italia esistono ormai due “partiti” che, pur non essendo equivalenti sul piano numerico, si presentano come interpreti di due opposte “filosofie di vita”. leggi tutto

Le difficoltà della politica italiana

Paolo Pombeni - 12.04.2017

Sappiamo tutti che ormai gran parte dei media guardano alla lotta politica come fosse uno dei tanti concorsi da sottoporre al televoto, cioè alla consacrazione di chi possa essere più “personaggio” e come tale risultare più “simpatico” (o, diciamola tutta, più utile alla sorda lotta fra gruppi di potere che sta portando l’Italia in una situazione molto difficile). Se si leggevano le cronache della assemblea del PD che doveva validare le candidature alle primarie se ne aveva una netta riprova.

Dire che non si è capito quale confronto politico presentassero è un eufemismo, perché tutto si è concentrato su battute che cercavano di muovere la pancia dei militanti sul discorso piuttosto fumoso con cui si voleva stabilire se il partito avesse abbandonato il “nostro popolo” (Orlando) o se il nostro popolo avesse abbandonato il partito per andare più avanti (Renzi). Qualsiasi persona abituata a ragionare di politica sa che con questi discorsi non si risolverà alcuno dei nostri problemi. Il guaio è che lo sanno anche i due contendenti, che però ritengono di non poter mettere veramente i loro concittadini di fronte ad una realtà difficile.

La cosa curiosa è che quella realtà è già nota a tutti: il paese non ha speranza di andare avanti così, leggi tutto

La Lega Nord e la continuità antisistema

Maurizio Griffo * - 12.04.2017

Un argomento costante, quasi un topos retorico, cui i commentatori politici ricorrono quando si occupano della Lega, è la contrapposizione tra l’attuale leadership a quella precedente. Al federalismo di Bossi si contrapporrebbe il nazionalismo di Salvini, alla capacità di mediazione del primo farebbe riscontro l’intransigenza del secondo. E, non v’è dubbio, che un simile approccio contenga un elemento di verità. Negli ultimi anni la Lega ha modificato a trecentosessanta gradi il proprio programma, cambiando completamente pelle. Non più un aggressivo sindacato territoriale che mette corporativamente all’ordine del giorno la questione settentrionale, bensì un partito che sposa la linea antieuropea in chiave di difesa nazionale. Questa analisi però, per quanto colga un aspetto vero, e anzi fin troppo evidente, trascura i fortissimi elementi di continuità che pure esistono. Aspetti che vanno invece considerati se, al di là delle formule politiche, si vuole davvero capire la natura del movimento leghista.

Per intenderla compiutamente è forse utile far riferimento al retroterra storico. La Lega non è un partito recente che nasce negli novanta del Novecento, ma ha radici più antiche, perché origina come una federazione di vari gruppi autonomisti e federalisti di più risalente formazione. Gruppi del tutto marginali ma, proprio per questo, assai caratterizzati in senso identitario. leggi tutto

Sicurezza urbana e ordinanze: una storia che si ripete

Fulvio Cortese * - 12.04.2017

Chi si ricorda delle ordinanze pazze? Nell’estate del 2008 il legislatore aveva conferito ai Sindaci, nella loro qualità di ufficiali del Governo, il potere di adottare ordinanze“al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana” (art. 54, comma 4, del decreto legislativo n. 267/2000, così come modificato dall’art. 6 del decreto legge n. 92/2008, conv. in legge n. 125/2008).

Era seguito, il 5 agosto dello stesso anno, un decreto del Ministero dell’Interno, volto a definire che cosa intendereper incolumità pubblica e sicurezza urbana: con il nuovo strumento i Sindaci avrebbero potuto occuparsi della “vivibilità dei centri urbani”, della “convivenza civile”, della “coesione sociale”, al fine di fronteggiare “situazioni urbane di degrado e di isolamento”, di “intralcio alla pubblica viabilità” e di alterazione del “decoro”, ma anche “la prostituzione su strada” o “l’accattonaggio molesto”.

Aveva preso vita un diffuso attivismo, nel quale molti Sindaci, di grandi come di piccole città, si erano resi artefici di innumerevoli divieti, talvolta dal più strano e curioso contenuto.

Le criticità erano molte. Per essere legittime le ordinanze dovevano limitarsi a situazioni provvisorie, leggi tutto

Appunti sulla crisi della democrazia

Luca Tentoni - 08.04.2017

Alla vigilia di una stagione di importanti appuntamenti elettorali (in Francia, le presidenziali e le legislative; in Germania, le elezioni per il Bundestag; in Italia, le amministrative e - a fine anno o comunque all'inizio del prossimo - le politiche) ci si interroga sullo stato delle nostre democrazie, sottoposte non ad un normale processo di adattamento ai tempi, ma stressate da una crisi economica che ha diviso ed esasperato la società, introducendo nuove dimensioni di conflitto. Se da un lato le famiglie politiche tradizionali spesso non riescono a canalizzare lo scontento, la protesta e neppure a soddisfare del tutto la semplice richiesta di un maggior ascolto che viene dalla società, dall'altro si affermano soluzioni apparentemente facili, tanto seducenti quanto ricche di pericolose controindicazioni. Il più delle volte assistiamo a un voto marcato dalla sfiducia verso gli uscenti, più che dall’adesione a soluzioni politiche, economiche e sociali alternative: ecco perchè il consenso ad alcuni partiti antisistema sembra del tutto anelastico e impermeabile rispetto a vicende e a situazioni che invece (a parità o somiglianza di episodi) colpiscono duramente sul piano elettorale i partiti tradizionali. Inoltre, alla scarsa affluenza alle urne si accompagna un tasso di fiducia nei partiti e nella classe politica mai così basso leggi tutto