Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Argomenti

Sulle conseguenze economiche del voto di dicembre

Maurizio Griffo * - 24.05.2017

Lo scorso autunno, nel corso della campagna elettorale per il referendum sulla riforma costituzionale, fra gli argomenti messi in campo vi è stato anche quello delle conseguenze economiche del voto. I fautori del “sì” ricordavano che la bocciatura della riforma avrebbe nociuto alla performance economica del nostro paese, configurando un fattore aggiuntivo di debolezza. I fautori del “no” rispondevano sdegnati, accusando i sostenitori di questa tesi di far ricorso a un indebito catastrofismo, ovvero ricordando che non si poteva approvare un progetto di riforma delle istituzioni in base a una ipotetica incidenza economica. Adesso, a distanza di alcuni mesi dal voto, è forse possibile valutare in maniera più equilibrata l’effetto di quel risultato elettorale sulla salute economica del nostro paese.

Nell’immediato, la reazione delle borse e dei mercati è parsa dare ragione agli anticatastrofisti. Dopo il 4 dicembre, infatti, non c’è stato nessun tracollo. Le borse hanno assorbito la vittoria dei “no” tranquillamente senza alterare il proprio corso. Anche le previsioni di crescita del nostro paese per il prossimo futuro sono rimaste, grosso modo, immutate.

Tuttavia, con il passare delle settimane si sono manifestati segnali tutt’altro che positivi. A gennaio l’agenzia canadese DBRS ha peggiorato la valutazione del nostro paese passandola da A-low a BBB-high. leggi tutto

Internet e la neutralità della rete nell’era Trump

Carlo Reggiani * - 24.05.2017

L’amministrazione Trump e il presidente stesso hanno avuto non pochi grattacapi di cui occuparsi nelle ultime settimane che hanno visto, tra l’altro, il licenziamento del capo dell’FBI e il presidente accusato di aver rivelato informazioni altamente classificate durante l’incontro con la delegazione russa. Tuttavia, le notizie sulla “neutralità della rete” hanno tenuto banco sugli organi di informazione americani e non solo.[1] L’oggetto del contendere e’ la proposta della Federal Communication Commission, l’autorità’ americana competente in materia di telecomunicazioni, di rivedere la legislazione sull’argomento stabilita nel 2014 dall’amministrazione Obama, che essenzialmente regolamenta Internet.

 

Cos’e’ la neutralità della rete?

E’ lecito allora chiedersi perché leggi tutto

Verso le comunali dell'11 giugno - 5) I 25 capoluoghi fra il 2012 e il 2014

Luca Tentoni - 20.05.2017

Fra il 2008 e il 2013 il panorama politico italiano cambia profondamente. I diversi rapporti di forza fra i partiti, le variazioni territoriali e complessive nelle percentuali dei "poli" (soprattutto di quello di centrodestra), l'ingresso di nuovi soggetti politici nell'arena elettorale contribuiscono - sotto la spinta di una devastante crisi economica e sociale - a mettere fine alla stagione della Seconda Repubblica, per entrare in una fase di transizione la quale, a tutt'oggi, non è conclusa. Nei venticinque capoluoghi oggetto del nostro studio - quelli dove si voterà l'11 giugno prossimo per eleggere sindaci e rinnovare i consigli comunali - il mutamento si avverte profondamente. In questi centri (e, come vedremo in una successiva occasione, in altri 39 comuni non capoluoghi con popolazione superiore a 30mila abitanti) si assiste a fenomeni elettorali "migratori" diversi a seconda delle zone del Paese e della loro pregressa "attitudine politica". Fra le elezioni del 2008 e quelle del 2013 cambia partito circa il 40% degli italiani (39,1% nazionale, 40,85% in questi capoluoghi). I partiti di centrodestra (Pdl, Lega Nord, Destra-FDI-Altri minori) passano dal 46,3% (-1,8% su MNaz) al 26,1% (-3% su MNaz), mentre tutti i soggetti politici di sinistra (Pd, socialisti, Sel e altri) scendono dal 43,8% (+1,6% su MNaz) al 33,2% (+1,6% su Mnaz). Oltre al progresso dei centristi (10,8%, +0,2% su Mnaz, +3,2% su 2008), dovuto principalmente leggi tutto

Per chi votano i tedeschi

Gabriele D'Ottavio - 20.05.2017

Solo alcuni mesi fa la vittoria dei cristiano-democratici in Nordreno-Vestfalia veniva data come altamente improbabile. La regione più popolosa e economicamente importante della Germania è considerata una roccaforte storica della SPD e, con il vento in poppa per il cosiddetto «effetto Schulz», sembrava che il ministro-presidente uscente, Hannelore Kraft, avesse la via spianata per la riconferma. Dopo il voto di marzo nello Saarland e nello Schleswig-Holstein, gli elettori tedeschi hanno invece premiato nuovamente il partito di Angela Merkel e segnato una sonora sconfitta per quello di Martin Schulz.

Vediamo il risultato più nel dettaglio e cerchiamo di capire meglio quali sono stati i fattori determinanti del comportamento di voto degli elettori. Rispetto alla precedente tornata elettorale nel Nordreno-Vestfalia, i cristiano-democratici (33,6%) ottengono più di 7 punti percentuali, mentre i socialdemocratici ne perdono quasi 8, conseguendo con il 31,2% dei consensi il peggior risultato di sempre. Anche per i liberali della FDP si tratta di un risultato storico, il migliore di sempre in questa regione. Con il 12,6% conquistano la terza posizione piazzandosi davanti alla giovane (ma già un po’ invecchiata) Alternative für Deutschland (7,6%) e agli altri due partiti minori tradizionali, i Verdi (6,4%) e la Linke (4,9%). Per quanto riguarda la partecipazione al voto si registra infine leggi tutto

Il vuoto normativo nazionale sull’omotransfobia

Riccardo Strappaghetti * - 20.05.2017

Sono passati dieci anni da quando l'Unione Europea celebra ufficialmente ogni anno la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia il 17 maggio, ma l’Italia non ha ancora adottato una normativa nazionale per contrastare le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere delle persone.

L’inerzia del legislatore nazionale è ancor più evidente se si pensa che le uniche norme antidiscriminatorie contro l’omotransfobia sono previste in attuazione di direttive europee in tema di lavoro e asilo politico.

Rimangono ancora privi di un’efficace tutela importanti settori come quello dell’istruzione: ampiamente sottovalutato è il fenomeno del bullismo che riguarda minori e giovani adulti, particolarmente vulnerabili all’esclusione sociale, anche da parte delle loro famiglie, e per i quali i tassi di suicidio o tentato suicidio indotto dall’omotransfobia è molto elevato.

Del tutto inevaso rimane il settore penale: per i reati motivati dall’omotransfobia non è prevista un’aggravante, né sono efficacemente contrastati i cosiddetti discorsi d’odio, come li definisce l’Unione Europea, cioè quelle attività volte a fomentare, propagandare o promuovere l’odio o altre forme di discriminazione nei confronti delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali). Eppure un sondaggio condotto dall’Agenzia europea leggi tutto

Macron: un uomo (solo) al comando?

Michele Marchi - 17.05.2017

Angela Merkel ha parlato, citando Hermann Hesse, di “magia dell’inizio”, riferendosi ai primi passi del nuovo presidente della Repubblica francese. Al netto della “Macron-mania” che sta contagiando il nostro Paese e, in generale, il Vecchio Continente, il nuovo inquilino dell’Eliseo, nei suoi primi passi da presidente eletto, ha fornito alcuni spunti interessanti che, se confermati, potrebbero rendere il suo quinquennato davvero storico almeno quanto lo è stata la sua elezione.

Sin dalla solennità della serata del Carousel du Louvre, confermata al momento del passaggio delle consegne e della sfilata sugli Champs-Elysées dopo aver reso omaggio al milite ignoto all’Arc de Triomphe, l’impressione è quella di una forte volontà di “ri-presidenzializzare” la funzione. Stile e contenuti sembrano già delineare una presidenza lontana sia da quella “bling-bling” di Sarkozy, sia da quella “normale” di Hollande. Macron pare aver compreso che la giovane età, la volontà dei francesi e la gravità del momento impongono il ritorno alla centralità del “monarca repubblicano”. E proprio a proposito della “gravità del momento”, il quarantenne ex-banchiere, ma non dimentichiamolo ex segretario generale aggiunto all’Eliseo (2012-2014), sembra consapevole di trovarsi dinanzi ad un nuovo inizio per il Paese, per certi aspetti simile a quello del 1958. L’ultimo quindicennio leggi tutto

Europa ed euro da non lasciare

Gianpaolo Rossini - 17.05.2017

Alla fine degli anni 80 del secolo scorso l’Europa dà vita ad un programma pionieristico di integrazione del quale si fa paladina la Gran Bretagna entrata nella allora Comunità da pochi anni, ovvero dal 1975.  Si tratta del progetto del mercato unico europeo (European Single Market) cui lavorano per alcuni anni economisti, giuristi, politologi. Lo scopo è di dare vita ad un’area altamente integrata che possa consentire scambi tra paesi membri della Comunità con una facilità vicina a quella che si riscontra tra gli stati degli Usa.  Si tratta di un grande balzo che cambia registro rispetto allo spirito originario della Comunità che nelle sue prime fasi si afferma con intenti più difensivi, ad esempio nel settore dell’acciaio e dell’agricoltura, piuttosto che in una prospettiva di maggiore apertura e concorrenza. Nei primi anni della Comunità ci sono infatti più timori che speranze. In Italia nella sinistra si fa la conta dei settori che saranno fagocitati da Germania o Francia. Grandi distruzioni di capitale umano e industriale sono previste con enormi costi sociali e instabilità politica. Ma l’eliminazione dei dazi intra europei, completa nel 1969 secondo il dettato del Trattato di Roma, non produce le tragedie evocate da “sinistre” Cassandre.

Le imprese sono le protagoniste leggi tutto

Elezioni iraniane: scenari e protagonisti in campo

Francesca Del Vecchio * - 17.05.2017

Negli ultimi mesi le elezioni presidenziali iraniane - previste per il prossimo 19 maggio - hanno destato l’attenzione della stampa internazionale più per la possibile ricandidatura di Mahmoud Ahmadinejad che non per un effettivo interesse per la politica di Tehran. Scongiurato il pericolo di un ritorno sulle scene dell’ex sindaco della capitale, bocciato dal Consiglio dei Guardiani dopo essersi iscritto nelle liste di candidatura, è sceso di nuovo un parziale silenzio e un cinico disinteresse per le sorti del Paese.

 

Facciamo un passo indietro: la Repubblica Islamica dell’Iran si recherà alle urne per scegliere il suo Presidente, l’ottavo dalla Rivoluzione del ‘78, durante la fase preliminare della campagna elettorale diversi erano i possibili candidati: si era parlato, appunto, di Ahmadinejad - conosciuto per il suo regime quasi dittatoriale tenuto nei due mandati (dal 2005 al 2013) -, e di Marziyeh Vahid Dastjerdi, già primo Ministro (della salute) donna nel 2009 con Ahmadinejad (da lui stesso licenziata perché aveva osato contestare i prezzi troppo alti dei medicinali). Dei due, solo il primo si è iscritto alle liste dei candidati ma il Consiglio dei Guardiani - che ha anche il compito di vagliare le candidature, ha posto leggi tutto

Verso le comunali dell'11 giugno - 4) I 25 capoluoghi fra il 1994 e il 2008

- 13.05.2017

Nei venticinque comuni capoluogo di provincia nei quali si voterà l'11 ed eventualmente il 25 giugno prossimo per le amministrative, il passaggio fra le elezioni del 1992 e quelle del 1994 è stato denso di mutamenti, in linea però col resto del Paese. Se nel 1992 i partiti di centro avevano avuto risultati meno brillanti rispetto alla media nazionale (34,9% contro il 37,4%; in particolare: Dc 25,9% contro 29,7%) soprattutto al Nord, quelli di destra avevano invece guadagnato proprio nelle regioni settentrionali molti dei voti perduti dai democristiani. In quanto ai partiti di sinistra, nel complesso erano arrivati ad avere il 45,2% dei voti, all'incirca quelli della media nazionale (44,8%). Dinamiche molto simili, come si accennava, si trovano nei dati relativi al 1994, cioè alla prima elezione della Seconda Repubblica. Il PPI, erede della Dc, ottiene nei capoluoghi appena l'8,8% dei voti contro l'11,1% della media nazionale, alla pari con la Lega Nord (la quale, tuttavia, ha l'8,4% nella MNaz). I partiti di sinistra conseguono, nel complesso, lo stesso risultato che nel resto d'Italia, con il Pds sottorappresentato (17,8% contro 20,4 MNaz) proprio come nel 1992 (14,2% contro 16,1% MNaz). Il nuovo sistema dei partiti che si va creando passa, ovviamente, attraverso una forte ristrutturazione e il travaso di forti quantità di voti da partiti tradizionali a soggetti nuovi. leggi tutto

Forme di governo e leadership dell’esecutivo

Pasquale Pasquino * - 13.05.2017

Le forme di governo nei regimi democratici (fondati su elezioni libere, ripetute e competitive) erano distinte, se non si tiene conto dell’eccezione svizzera, in presidenziali, parlamentari e semi-presidenziali (meglio, ad esecutivo dualista).

Negli ultimi decenni, almeno sul continente europeo, dove non esistono sistemi presidenziali (come quello in vigore da sempre negli Stati Uniti, dove l’esecutivo non è responsabile politicamente di fronte al parlamento), le forme di governo dovrebbero essere distinte in base ad un criterio diverso da quello tradizionale (parlamentare vs. semipresidenziale). Ciò richiede la presa in conto dei rapporti fra il sistema dei partiti e la legge elettorale.

Dove esistono sistemi elettorali maggioritari (come nel Regno Unito) o comunque governi tendenzialmente stabili (Germania), il leader del partito che vince (GB) o arriva primo alle elezioni (Germania) è, al tempo stesso, il capo del governo ed il capo del partito di maggioranza (un “uomo -anzi donna- sola al comando” May, Merkel ?!?). Il rapporto fra il legislativo e l’esecutivo non è di contropotere, ma di cooperazione e, in via eccezionale, di controllo del parlamento sull’esecutivo, solo in caso di comportamenti e di scelte da parte del capo dell’esecutivo che vadano direttamente contro gli interessi politici e le scelte ideologiche del partito di cui è il leader leggi tutto