Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

Argomenti

Che succede alla riforma del terzo settore?

Miriam Rossi - 14.12.2016

Come prevedibile, il sole è sorto comunque in Italia dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre. Tuttavia, con altrettanta prevedibilità, il risultato del voto referendario ha determinato una serie di interrogativi correlati alle azioni del governo rimaste in sospeso dopo che il premier Renzi ha rimesso il suo mandato nelle mani del Presidente Mattarella. Tra queste, la tanto agognata Riforma del Terzo Settore, citata dal presidente del Consiglio nel suo discorso di commiato dinanzi ai cittadini nella notte del 4 dicembre tra i risultati portati a casa dall’esecutivo. Se è senza dubbio un merito dell’amministrazione Renzi quello di aver promosso una riforma di un settore strategico per il Paese, tuttavia è vero che con il voto della Camera dei deputati del 25 maggio scorso è stata approvata solo la legge delega di riforma, che ad oggi manca dei decreti legislativi senza i quali la norma risulta di fatto priva di contenuti.

Dunque, il nuovo esecutivo di Paolo Gentiloni eredita l’onere di elaborazione dei diversi decreti. A parte quello sul servizio civile universale che risulta da fine novembre in attesa di essere esaminato dalle commissioni competenti di Camera e Senato per i prescritti pareri di legge (prima di tornare al Consiglio dei ministri per la deliberazione finale) e che probabilmente quindi vedrà la luce, leggi tutto

E adesso?

Paolo Pombeni - 10.12.2016

Che in democrazia il voto popolare debba sempre essere rispettato come determinante è una ovvietà. Ritenere che sia un metro infallibile per giudicare la bontà o meno di una causa è una sciocchezza smentita dalla storia: vox populi, vox Dei è un aforisma da cui guardarsi. Ma su questo la riflessione è stata più che latitante, preferendo, per spiegarsi il grande successo dei contrari alla riforma costituzionale, rincorrere le spiegazioni più banali: quelle in politichese puntate sulla “antipatia” di Renzi, e quelle sociologiche che hanno attribuito la preponderanza del sì alle zone prospere e quella del no alle zone a più forte depressione economica.

Ci permettiamo di chiamare in campo qualche altro elemento, perché, se davvero il nostro paese vuole uscire da questa prova con qualche guadagno, è opportuno che si lasci alle spalle l’orgia di anticultura che ha connotato la passata campagna politico-elettorale.

Un primo dato da tenere in conto potrebbe essere la singolare posizione di una parte della sinistra che si è buttata a magnificare il consenso popolare al rigetto della riforma marcata Renzi, sostenendo che l’attuale segretario del PD non aveva capito da che parte stava il popolo, giudicato ovviamente sano. Singolare che quando quello stesso popolo votava massicciamente per Berlusconi avesse passato il suo tempo a parlare di una opinione pubblica drogata e manipolata. leggi tutto

Daniel Blake, Nigel Farage e la sinistra europea

Massimo Piermattei * - 10.12.2016

“I, Daniel Blake” è l’ultimo film di Ken Loach (qui il trailer in inglese), fresco vincitore della Palma d’Oro a Cannes e del Prix du public al festival di Locarno. Senza entrare in dettagli capaci di rovinare l’attesa a chi non avesse ancora visto il film, “I, Daniel Blake” è la storia di un carpentiere (un meraviglioso artista del legno) che, in seguito a un attacco cardiaco, si trova a combattere con la spietata razionalità della macchina del welfare britannico. Che da un lato lo reputa inidoneo al lavoro, ma gli nega il sussidio per malattia; dall’altro, gli impone di cercarsi un nuovo impiego (senza però poterlo accettare poiché è stato dichiarato inidoneo!) se non vuol perdere l’assegno di disoccupazione. Nel corso delle sue poco fruttuose peregrinazioni, Daniel incontra Katie, una giovane madre che, come lui, non riesce a vincere la sua lotta burocratica finendo, insieme ai due figli ancora piccoli, in condizioni di povertà quasi disperate. I due stringono un’amicizia bella e solida, tesa a sostenersi a vicenda e ad aiutarsi nelle rispettive battaglie.

A colpire immediatamente, grazie a dialoghi forti e a una fotografia amara, è l’incapacità (che non di rado sconfina nella mancata volontà) del sistema di coniugare l'attenzione all'individuo leggi tutto

Rocco Schiavone, un poliziotto "troppo onesto": la serie cult di Rai 2 tra false polemiche e limiti veri

Omar Bellicini * - 10.12.2016

«Tossicodipendente, spergiuro, fabbricatore di prove false, violento, ladro, sfruttatore della prostituzione, corrotto e corruttore. Tutto indossando la divisa: il vicequestore Rocco Schiavone è lo stereotipo della negatività. Solo per i reati delle prime tre puntate dovrebbe scontare tra i 20 e i 28 anni di carcere: una laurea ad honorem in criminalità». Questo il commento di Gianni Tonelli, segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia: sigla che riunisce circa 20mila dipendenti della Polizia di Stato. È il saggio di un’opinione piuttosto diffusa, che riguarda il protagonista della serie tv trasmessa da Rai 2, dal 9 novembre 2016. Ma c’è anche dell’altro: contro l’inquirente romano dai metodi eccentrici, nato dalla fantasia dello scrittore Antonio Manzini e trasposto sul piccolo schermo da Michele Soavi, sono piovuti niente meno che gli strali della politica. Il senatore Maurizio Gasparri, firmatario di un’interrogazione parlamentare contro la fiction, sostenuta dai colleghi Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi, si è così espresso ai microfoni di Radio Cusano Campus: «Il servizio pubblico non può erigere a modello comportamentale chi ruba droga e si fa le canne. È vero che ha fatto buoni ascolti, ma anche un porno di Cicciolina li farebbe. Però non lo si può mandare in onda sulla Rai, in prima serata. Molti hanno il mito del criminale: leggi tutto

Geografia referendaria

Luca Tentoni - 07.12.2016

L'esito del referendum costituzionale ci restituisce una geografia elettorale non troppo diversa nelle tendenze rispetto alle politiche del 2013 e soprattutto alle europee del 2014, ma evidenzia alcune novità (fra tutte, l'affluenza al 68,5%) che a nostro avviso spiegano molto di ciò che è accaduto nel Paese il 4 dicembre. Il primo dato è sorprendente - a dimostrazione del fatto che le coincidenze, talvolta, hanno un valore maggiore di quello che gli attribuiamo - e riguarda il potenziale di voto dello schieramento del “sì” alle europee 2014 (Pd più centristi), raffrontato a quello del “sì” abrogativo della legge sul divorzio (base di partenza di Dc e Msi il risultato delle politiche 1972). Fanfani partiva, nel '74, dal 47,33% e giunse al 40,74% (-6,6%); Renzi, 42 anni dopo, è partito dal 47,31% delle europee ed è giunto al 40,89% (-6,4%). Lo stesso Craxi, che nel 1985 vinse il referendum sulla scala mobile partendo dal 58,62% delle precedenti politiche, ebbe una percentuale dei "no" pari al 54,32% (-4,3%). In altre parole, in tutti questi casi i leader hanno pagato un dazio. Ma con una differenza: la coalizione di Craxi godeva di un consenso largamente maggioritario nel Paese e nelle urne oltre che in Parlamento, mentre quelle di Fanfani e Renzi partivano sotto quota 50% ed erano costrette a rimontare. In un articolo precedente per Mentepolitica ("Geografia pre-referendaria":  http://www.mentepolitica.it/articolo/geografia-pre-referendaria/1019) leggi tutto

Hollande cala il sipario

Riccardo Brizzi - 07.12.2016

«Un quinquennato si giudica all’inizio e si sanziona alla fine» aveva anticipato nel corso della campagna presidenziale del 2012 il candidato socialista François Hollande. Da presidente in scadenza di mandato ha preferito togliere ogni equivoco. Giovedì scorso, di fronte alle telecamere, ha preso atto della distanza ormai incolmabile con i francesi: « Ho deciso di non candidarmi alle presidenziali » ha dichiarato, visibilmente emozionato, al termine di un discorso di una decina di minuti pronunciato all’Eliseo. Molti osservatori hanno paragonato la rinuncia di Hollande a quella di un altro socialista, Jacques Delors, che l’11 dicembre 1994  annunciò la propria indisponibilità a correre per le presidenziali della primavera successiva. La comparazione tuttavia non può tacere due differenze significative tra questi episodi. Innanzitutto Delors appariva all’epoca il grande favorito della corsa presidenziale, mentre Hollande sconta oggi una crisi di consenso senza precedenti, che avrebbe pregiudicato qualsiasi possibilità di permanenza all’Eliseo. In secondo luogo Hollande ha annunciato il suo rifiuto a candidarsi da presidente in carica ed è la prima volta nella storia della V Repubblica che un capo dello Stato rinuncia a correre per la propria successione al termine di un solo mandato.

 

Il presidente «normale» non è riuscito a guadagnarsi la fiducia dei propri compatrioti, stretto nella morsa leggi tutto

L’Austria vince una battaglia decisiva ma non ancora la guerra

Furio Ferraresi * - 07.12.2016

Alexander Van der Bellen è il nuovo Presidente della Repubblica austriaca. Il candidato indipendente ed ex leader dei Verdi è stato eletto con una maggioranza di voti superiore alle attese (quasi il 54%), sconfiggendo Norbert Hofer (46%), il candidato ultranazionalista del Partito della Libertà (Fpö). È stato possibile giungere a questo risultato dopo un tortuoso percorso elettorale: il primo turno delle presidenziali in aprile, il ballottaggio in maggio, l’annullamento del risultato in luglio per irregolarità nello spoglio delle schede degli elettori residenti all’estero, il rinvio del nuovo ballottaggio, fissato inizialmente in ottobre, a causa della colla, evidentemente di scarsa qualità, impiegata per chiudere le buste destinate ai votanti all’estero e infine il ballottaggio buono del 4 dicembre scorso.

Ha vinto l’Austria europeista, inclusiva e aperta, mentre è stato sconfitto chi avrebbe voluto trasformarla nel primo Paese con un presidente di estrema destra eletto direttamente dal popolo, l’apripista di quell’internazionale del populismo xenofobo che gonfia le vele in tutta Europa. Vienna non entrerà dunque nel gruppo di Višegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia), come aveva invece auspicato Hofer in campagna elettorale, richiamandosi a presunte radici culturali comuni ma soprattutto alla necessità di una gestione dell’immigrazione diversa da quella annunciata, leggi tutto

Passata la tempesta

Paolo Pombeni - 03.12.2016

Anche se scriviamo questo articolo prima del fatidico 4 dicembre, esso sarà letto anche dopo, quando l’esito del voto referendario sarà noto e si inizierà, speriamolo, a ragionare su come disintossicare il paese dalle droghe e dai veleni che gli sono stati iniettati in questi lunghi mesi di scontri che definire “politici” sarebbe troppo generoso.

Ci permettiamo di richiamare l’attenzione sulle precondizioni che hanno indebolito il sistema italiano rendendolo sin troppo recettivo alla seduzione delle droghe messe in libera vendita in occasione del referendum. Temiamo che senza una presa di coscienza di queste debolezze strutturali non ci sarà ricostruzione possibile: e quella ricostruzione sarà necessaria qualunque sia l’esito della battaglia.

Va di moda cavarsela sempre con attacchi al “populismo” come se si trattasse di un virus importato dall’esterno. Forse è il caso di ricordare che la delegittimazione del nostro sistema ha una storia lunga, costantemente tenuta viva da un complesso di forze culturali che hanno costruito gli stereotipi su cui è attecchito quel complesso di richiami di pancia il cui successo comincia ad impensierire, per fortuna, chi ama ancora ragionare di politica.

Cominciamo dalla questione della “casta”. Dipingere la classe politica come un complesso di corrotti e intrallazzatori non è una invenzione dei grillini. leggi tutto

La socialdemocrazia al capolinea?

Giovanni Bernardini - 03.12.2016

Ha fatto bene Michele Salvati, nel suo pezzo uscito domenica 27 novembre per “La Lettura”, a esporre la questione nei termini franchi e comprensibili di una metafora sportiva: se la politica odierna fosse un campo di allenamento, assisteremmo all’umiliante spettacolo del più classico “torello” tra due o più destre, con al centro quanto resta della sinistra a rincorrere inutilmente una palla che non riesce nemmeno a toccare. In questa poco invidiabile condizione si trova soprattutto la sfiancata socialdemocrazia europea, che insieme al fiato sta perdendo anche la lucidità. Fuori di metafora, Salvati mostra come sia oggi in corso un “perverso gioco di squadra” tra due destre che si confrontano – ma non disdegnano di cooperare – sin dagli albori del capitalismo moderno: una liberista e liberale, favorevole a una diffusione senza limiti del mercato come unico principio regolatore e ostile all’interferenza dello stato; e una populista, tradizionalista e comunitaria, pronta a convogliare lo scontento e le paure generate dagli eccessi della prima verso la chiusura autoreferenziale, verso l’ostilità nei confronti dell’“altro” e del “diverso”, verso la leggi tutto

Trump e i diversi volti del populismo

Loris Zanatta * - 03.12.2016

Ora ci toccherà prendere sul serio Donald Trump. Finora avevamo fugato il suo fantasma facendo scongiuri, scrollando le spalle, ironizzando sui suoi eccessi. Era un impresentabile: chiuso. Eppure presto sarà il Presidente degli Stati Uniti. Capita sempre più spesso che il mondo faccia il tifo per qualcuno e il paese interessato gli volti le spalle. E’ appena capitato col plebiscito colombiano. Ed è stato così a lungo anche in Italia: il mondo rideva di Berlusconi, ma la maggioranza degli italiani lo votava. Il fatto è che viviamo sì in un mondo globale, ma ciò non implica che il mondo, per ben informato che si creda, comprenda umori e dinamiche di luoghi remoti e complessi. Ora è capitato con gli Stati Uniti. Su Trump, sulla sua figura e sul suo trionfo son già colati e ancora più colano oggi fiumi di inchiostro. In realtà, però, su chi è, su quanto ci è e quanto ci fa, su cosa farà davvero, regna l’assoluta incertezza, perfino tra i più esperti e informati osservatori della realtà statunitense. Solo su una cosa nessuno ha dubbi: la sua inattesa vittoria ci racconta una società attraversata da un grave malessere, arrabbiata e spaventata, ansiosa di riscatto ma orfana di rappresentanza politica. leggi tutto