Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Argomenti

Gli Stati Uniti di Barack Obama: otto anni di

Gianluca Pastori * - 28.12.2016

Anche se è presto per tentare un giudizio storico credibile, l’approssimarsi della data di fine mandato rappresenta una buona occasione per azzardarne uno politico su quello che sono stati gli otto anni della presidenza Obama. Una presidenza che – nata sotto il segno di grandi speranze – sembra essersi via via ‘spenta’, almeno per quello che concerne la politica estera. La fretta (per vari aspetti eccessiva) dimostrata nel chiudere l’esperienza irachena; le molte (troppe?) ambiguità della vicenda libica; la riluttanza ad assumere un ruolo attivo nella crisi siriana; i risultati deludenti in Afghanistan nonostante il surge e una presenza confermata anche dopo il termine di Enduring Freedom; i rapporti con la Russia deteriorati più di quanto non lo fossero prima del suo arrivo alla Casa Bianca e l’avvio di un ‘reset’ mai davvero decollato … E ancora: le tensioni che attraversano una NATO sempre più divisa; un pivot to Asia la cui portata e il cui significato continuano a non essere chiari; trattati commerciali ambiziosi che – come il TTIP – non si sono mai concretizzati o che – come il TPP – rischiano di essere rimessi in discussione pochi anni dopo la loro stipula; il legame con gli alleati europei che – salve rare eccezioni – sembra improntato, più che altro, leggi tutto

Ripartire dal collegio uninominale per ridare linfa alla nostra democrazia

Maurizio Griffo * - 28.12.2016

Nell’agenda politica del governo Gentiloni c’è, al primo posto, l’approvazione di una nuova legge elettorale. Si riparte, cioè, da un gradino più basso, avendo sprecato l’occasione della riforma costituzionale. Occasione sprecata maggiormente se si pone mente al fatto che più che di una riforma complessiva si trattava di un doveroso aggiornamento di alcune regole del gioco. Un aggiornamento con cui avremmo reso i governi più stabili (con la fiducia concessa da una sola camera), e aumentato la coesione nazionale (con la riduzione dei poteri delle regioni). Un ulteriore motivo di rammarico, anzi di inquietudine, è poi la considerazione che il successo del no al referendum rischia di intestarselo una formazione politica non democratica come il movimento di Grillo. Ma la politica si fa con quello che c’è, non con quello che vorremmo ci fosse, per cui è meglio usare i motivi di disappunto come sollecitazione per meglio capire che obiettivi deve porsi la nuova legge elettorale.

Se la diffidenza verso le élite, l’estraneità alle culture politiche tradizionali sono, in questo momento storico, una caratteristica comune a quasi tutte le democrazie europee (e anche al di fuori del nostro continente), in Italia questa ripulsa per la classe politica è stata accentuata dalla legge elettorale approvata nell’ autunno del 2005. leggi tutto

Il destino delle riforme dopo il referendum costituzionale

Daniele Coduti * - 28.12.2016

Il 4 dicembre scorso gli elettori si sono pronunciati in maniera chiara contro l’ampio progetto di riforma costituzionale approvato dal Parlamento nell’aprile del 2016. Sebbene siano emerse varie motivazioni che hanno indotto a votare “sì” o “no” al referendum, esso ha riguardato un’organica proposta di riforma della Costituzione e la sua reiezione popolare avrà delle conseguenze sul processo riformatore e sulle istituzioni nazionali. Si può provare a ipotizzare quali saranno alcune di queste conseguenze.

Innanzitutto, il “no” al referendum sembra escludere per i prossimi anni un ulteriore organico intervento di revisione costituzionale. Dal punto di vista giuridico, nulla impedirebbe un nuovo tentativo nei prossimi anni, ma la reiezione di due ipotesi di riforma che intendevano mutare l’assetto bicamerale e il sistema dei rapporti tra Stato e Regioni in dieci anni (nel 2006 e nel 2016) sembrano esprimere una netta contrarietà popolare a ipotesi siffatte. Da un punto di vista politico, inoltre, sembra improbabile che altri esponenti politici vorranno mettere in gioco la propria leadership scommettendo sull’improbabile sostegno popolare alle “grandi riforme”. Meno rischiosa sarebbe una riforma approvata dai due terzi dei componenti di ciascuna Camera perché eviterebbe un nuovo referendum, ma – considerato leggi tutto

Alla ricerca della pietra filosofale (politica)

Paolo Pombeni - 21.12.2016

Siamo all’ennesimo dibattito per la ricerca di una legge elettorale che rimetta in sesto il nostro disastrato sistema politico. Se ci è consentito, vorremmo dire che si tratta di un dibattito stucchevole che appassiona solo i politici di professione (per l’ovvia ragione che ne va del loro futuro personale), mentre coinvolge molto poco la gente normale che non si raccapezza in astruserie e tecnicismi di cui non comprende le ragioni. Il fatto è che ormai per la classe politica italiana, dalla crisi della prima repubblica in avanti, la questione elettorale è diventata quello che nel medioevo era il tormento per la ricerca della pietra dei filosofi a cui si attribuiva la capacità di trasformare per semplice contatto i metalli vili in oro.

In fondo tutti vorrebbero credere che esista un sistema mirabile grazie al quale si può perfettamente combinare rappresentatività e governabilità, stabilità e mobilità, in modo che il voto degli elettori ci consegni un paese emendato dalle pecche della nostra decadenza politica (che, naturalmente, ciascuno vede nell’impossibilità di diventare “lui” il perno decisore del sistema).

Spiegare che un tale sistema non esiste, né se lo si immagina a prescindere dai vincoli esistenti, né se cinicamente lo si riduce a “porcata” con cui battere gli avversari, leggi tutto

Un oleodotto in terra sioux. Il rispetto della religione, la difesa dell’ambiente

Claudio Ferlan - 21.12.2016

Mni Wiconi, l’acqua è vita: è questo il motto di protesta dei Sioux, una delle tribù della nazione Lakota, in particolare di quelli che oggi vivono nella riserva di Standing Rock (Nord Dakota). Si tratta di un luogo simbolo. Proprio la diffusione in questa riserva di una nuova religione nata altrove, la cosiddetta “Danza degli Spiriti” (Ghost Dance), contribuì infatti a scatenare una dissennata reazione dell’esercito degli Stati Uniti che diede luogo all’ultimo episodio delle guerre indiane, il Massacro di Wounded Knee (29 dicembre 1890).

 

Un oleodotto in luoghi sacri

L’attuale malcontento nasce dal progetto che prevede la costruzione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline, milleduecento miglia (quasi duemila km) di condutture, per opera della Dakota Access, società del gruppo di Dallas Energy Transfer Partners. Una parte della mastodontica opera dovrebbe passare sulle terre abitata dai Sioux di Standing Rock, precisamente sotto il lago Ohae, a mezzo miglio dalle falde acquifere della riserva. I rischi di inquinamento sono evidenti, meno di quanto non siano le parimenti rilevanti questioni legate alla sacralità di parte delle terre comprese nel percorso dell’oleodotto.

Da aprile un accampamento occupato stabilmente da almeno seimila persone è stato organizzato per opporsi ai lavori. Chi lo abita sono soprattutto leggi tutto

Le relazioni transatlantiche nell'Era Trump

Daniele Pasquinucci * - 21.12.2016

L'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, con ogni probabilità, annuncia una scossa di assestamento nei rapporti transatlantici; il problema è capire quale ne sarà l'intensità.

Per il momento, Trump è il presidente eletto - si insedierà a gennaio - e quindi per riflettere sul futuro delle relazioni transatlantiche ci dobbiamo basare sulle intenzioni manifestate durante la campagna elettorale – ben sapendo (e lo stesso tycoon ne ha data dimostrazione) che un conto è la propaganda e un conto è il governo, tanto più di una superpotenza (con i vincoli, i condizionamenti e le responsabilità che esso comporta).

Prima di procedere, è necessaria una breve premessa: come ha ricordato Christopher Preble (The German Marshall Fund, Policy Brief November 2016) il governo USA esiste prima di tutto per fornire risposte ai cittadini di quel paese. Gli elettori americani scelgono la persona che ritengono maggiormente idonea a mantenere il loro paese sicuro e florido. Se di questa sicurezza e prosperità beneficiano anche cittadini di altre parti del mondo, questa è un'apprezzabile conseguenza, ma è appunto una conseguenza. Pochissimi americani sarebbero disposti a fare della sicurezza degli altri il fulcro della politica estera del loro paese.

Una buona parte della élite americana ha invece considerato la difesa e la sicurezza come una garanzia da estendere leggi tutto

L'anno che verrà

Luca Tentoni - 17.12.2016

La fine della campagna referendaria e l'insediamento del governo Gentiloni non hanno portato al Paese la serenità che sarebbe opportuna per superare mesi di aspre contrapposizioni. Nonostante l'azione del Capo dello Stato e l'indole moderatrice del nuovo Premier, l'anno che ci attende sarà contraddistinto dal proseguimento dell'ormai eterna battaglia elettorale. La prima metà del 2017, infatti, sarà caratterizzata dal congresso del Pd e da due appuntamenti elettorali: uno con le amministrative (si voterà in un migliaio di comuni), l'altro con i referendum abrogativi (sui licenziamenti - in pratica sull'articolo 18 - sui voucher nel lavoro accessorio, sulla responsabilità solidale in materia di appalti) ai quali molto probabilmente la Consulta darà il via libera entro il 20 gennaio. Sempre la Corte Costituzionale sarà protagonista di un altro passaggio-chiave della legislatura: la pronuncia sull'Italicum. Le forze politiche attendono con ansia la sentenza - che però non arriverà prima del 24 gennaio - e che potrebbe portare a tre esiti possibili: 1) le obiezioni di costituzionalità potrebbero essere dichiarate inammissibili (in fondo la legge non è ancora stata applicata ed è difficile valutare se leda dei diritti); 2) la questione di legittimità costituzionale potrebbe essere respinta, lasciando la legge inalterata; 3) potrebbero, infine, essere accolte una o più censure, tra le quali quella sul ballottaggio (non è chiaro con quali conseguenze: dipenderebbe dalle argomentazioni della Corte). leggi tutto

La battaglia di Aleppo, la guerra in Siria.

La battaglia per la conquista della città di Aleppo è ormai decisa. Da fine novembre, in poche settimane le forze armate siriane e i loro alleati libanesi, iraniani e russi hanno riconquistato quasi tutti i quartieri della cosiddetta "Aleppo Est". Un'offensiva militare che è frutto dei lunghi preparativi messi a punto dalla scorsa estate: rafforzamento dell'assedio ai quartieri "ribelli", i movimenti di truppe verso la seconda città della Siria e l'arrivo di nuove forze russe nel Mediterraneo orientale. I tentativi dei ribelli di rompere l'assedio durante l'estate del 2016 sono durati poco, dimostrando i limiti strategici che le opposizioni armate ormai scontano in Siria. In particolare, la diminuzione significativa del sostegno estero, tanto delle monarchie del Golfo quanto dei Paesi Nato e soprattutto della vicina Turchia. Di fronte all'offensiva congiunta di tutte le forze pro-Damasco, nemmeno i comandi e le truppe ben disciplinate ed armate dei radicali jihadisti di Fatah al-Sham (ex-Jabhat al-Nusra, al-Qaida in Siria) sono riusciti a tenere unito il fronte dei ribelli. In modo significativo, non appena i governativi hanno interrotto i legami tra i comandi centrali e le unità locali, queste ultime hanno deciso di arrendersi o ritirarsi: sintomo di fatica, sfaldamento dei ranghi e soprattutto sfiducia nelle possibilità di riscossa. leggi tutto

Giolittismo renziano

Fulvio Cammarano * - 17.12.2016

Nel nostro sistema politico ciò che alla fine davvero conta è che ci sia una maggioranza parlamentare in grado di sostenere l’esecutivo. Lo dice la Costituzione, ma lo dice anche la storia. Chi si procura una maggioranza governa, a prescindere dalle caratteristiche e dalle combinazioni che presiedono alla formazione di questa maggioranza. Che poi la tranquillità della navigazione dipenda dalla credibilità della guida è cosa ovvia e ha a che fare con i meccanismi della psicologia politica che non sono dissimili da quelli che presiedono la logica del mercato finanziario. Chi è in grado di “comunicare” successo e stabilità diventa il carro vincente su cui tutti vogliono salire. Di fatto nel nostro Paese, come ben sanno gli storici italiani, chi vuole comprendere come si formano i governi non può prescindere dallo studio del “partito della maggioranza” che spesso non coincide sic et simpliciter con il “partito di maggioranza”. Per questo da sempre uno degli impegni più gravosi del Governo è stato quello di garantirsi una maggioranza stabile. Sino a quando i partiti avevano un peso politico determinante, tale operazione spettava a loro, vale a dire toccava alle segreterie mediare sia tra correnti e logiche interne, sia con le altre organizzazioni interessate a confluire in questo particolare “partito” parlamentare. leggi tutto

Un governo di transizione?

Paolo Pombeni - 14.12.2016

E’ troppo semplicistico liquidare il governo Gentiloni come “fotocopia” o come “avatar” di quello Renzi. La situazione è ben più complessa e proviamo ad analizzarla.

Il primo dato è prendere consapevolezza che è stata rifiutata dalla maggioranza delle forze politiche qualsiasi ipotesi di un governo istituzionale di tregua. Basandosi su una analisi tutta da verificare, quella che vorrebbe interpretare il risultato referendario come bocciatura irreversibile del renzismo, coloro che più o meno apertamente si sono intestati quel risultato hanno ritenuto che fosse conveniente costringere la compagine renziana a continuare a logorarsi al governo. Di qui la sostanziale preclusione ad avere una soluzione che consegnasse il passato alla storia varando una compagine che apparisse e possibilmente fosse al di sopra dei conflitti politici attuali,  in attesa che fossero le urne a decidere la nuova geografia politica del potere. Aggiungiamoci subito che questa soluzione non andava bene neppure al premier disarcionato malamente dal risultato referendario.

Si doveva di conseguenza varare un governo politico che avesse a sostegno una maggioranza parlamentare: impresa molto complicata quando si era in presenza del partito di maggioranza relativa dilaniato da lotte interne e perennemente sull’orlo di una crisi di nervi.

Al tempo stesso questo governo doveva apparire come una costruzione solida e non come un tappabuchi tanto per far passare il tempo necessario per tornare alle urne. leggi tutto