Ultimo Aggiornamento:
28 giugno 2017
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Argomenti

Il maggioritario e il tripolarismo imperfetto

Paolo Pombeni - 14.06.2017

Se si vuole comprendere una delle ragioni del rinnovato amore per il sistema proporzionale, basta prendere in considerazione i risultati della recente tornata di amministrative. Qui, come è noto, per l’elezione dei sindaci vige un sistema maggioritario a doppio turno che è ormai sperimentato e che anzi nella percezione collettiva si ritiene funzioni bene per far prevalere la fisionomia del candidato al di là delle appartenenze partitiche.

Nella realtà non sempre è stato ed è esattamente così, ma indubbiamente ci sono elementi di verità in questa rappresentazione. Tuttavia non si può semplicisticamente immaginare che i voti degli elettori, specie a livello di ballottaggio, si indirizzino sulla base di valutazioni comparative circa la qualità dei due competitori in campo. Già nelle ultime tornate per l’elezione di sindaci di importanti città si era registrato quello che era stato definito “il voto a dispetto”, cioè l’appoggio ad un candidato non perché lo si ritenesse più qualificato del suo competitore, ma per scelta ideologica di contrapposizione alla area politica di quest’ultimo. I casi clamorosi erano stati quelli di Torino e di Roma, dove su Appendino e Raggi si erano concentrati molti voti di elettori del centro e della destra che volevano “punire” il PD.

Tutto legittimo ovviamente, salvo che leggi tutto

Il primo turno delle legislative 2017 ovvero l’assegno in bianco firmato a Macron

Michele Marchi - 14.06.2017

Se si osservano le reazioni dei principali media italiani (meno quelli francesi in realtà) il primo turno delle elezioni legislative non è stato altro che la conferma del trionfo del 7 maggio. E da un punto di vista numerico probabilmente dopo il secondo turno di domenica prossima il successo del giovane presidente francese sarà imponente. Le stime, piuttosto realistiche, parlano di almeno 400 deputati per La République en marche!, ben più dei 289 necessari per avere la maggioranza assoluta.

È certo possibile porsi qualche domanda su solidità ed esperienza del nuovo personale che siederà all’Assemblea nazionale. Allo stesso modo ci si può interrogare sull’astensionismo record: domenica 11 giugno più di un francese su due ha deciso di non recarsi alle urne. Resta però che la debacle dei due partiti cardine della Quinta Repubblica e i risultati con più scuri che chiari di estrema destra ed estrema sinistra sono evidenti.

Per quanto riguarda il PS l’impressione è la conferma di ciò che si era già tratteggiato a fine aprile dopo il primo turno delle presidenziali. Si è chiusa la lunga sequenza apertasi ad Epinay nel 1971 e dominata dalla figura di François Mitterrand. L’hollandismo, se interpretato in quest’ottica, è stato solo il tentativo di perpetrare quel modello e di unirlo leggi tutto

Il grande patatrac?

Paolo Pombeni - 10.06.2017

Dunque sembra sia successo ciò che era dato per escluso: la grande concertazione sulla legge elettorale si è dissolta su un incidente di percorso. Adesso si grida che l’intesa è morta, ma visto che ormai non parliamo più di una classe politica parlamentare, ma di una compagnia di attori che mettono in scena una commedia basata su equivoci e colpi di teatro, tutto può succedere ancora.

Intanto vediamo di capire qualcosa di quel che è già successo. Innanzitutto non è vero che l’incidente sia avvenuto su una questione marginale. L’emendamento della esponente bolzanina di FI Micaela Biancofiore non era affatto un volonteroso tentativo di mettere l’Alto Adige (il Trentino è una appendice perché fa parte della stessa regione) alla pari col resto d’Italia. Coloro che hanno votato sulla base di questa premessa significa che non sanno di cosa parlano.

La “specialità” del sistema elettorale in quell’area è basato sulla necessità di garantire la rappresentanza alla componente di lingua tedesca mettendola al riparo da colpi di mano. Ciò può piacere o meno, ma vanno ricordate due cose: 1) ci sono accordi internazionali a tutela di questa specialità e metterli in discussione oggi sarebbe ancor più insensato che in passato (per esempio per la questione della gestione dell’immigrazione); leggi tutto

Gli errori di Theresa May

Francesco Lefebvre D’Ovidio * - 10.06.2017

Dopo l'esito elettorale ‎(with the benefit of hindsite) è sin troppo facile dire che Theresa May ha sbagliato quasi tutto. Tuttavia alcuni errori di "grammatica politica" (come avrebbe detto Benedetto Croce) erano identificabili anche prima e a prescindere dal verdetto delle urne.

 

Il primo errore è stato quello ‎di non indire una "early general election" subito dopo il referendum. Sembra evidente che le elezioni per un nuovo Parlamento andassero chiamate prima, non dopo la decisione di "trigger" l'articolo 50 del trattato sull'UE che fa scattare l'inizio dei negoziati per l'uscita dall'Unione. A prendere tale decisione irrevocabile avrebbe dovuto essere il governo costituito a seguito di tale nuova investitura e quindi quello che avrebbe potuto condurre il negoziato fino in fondo e con la certezza di avere la necessaria maggioranza parlamentare al momento di firmare il trattato conclusivo dei negoziati.

 

Indire un'elezione generale dopo aver fatto scattare l'articolo 50 e, quindi, quando le lancette dell'orologio dei 24 mesi concessi per il negoziati avevano cominciato a muoversi, apriva eventualità imprevedibili‎, come quella che si è verificata. L'articolo 50 è stato fatto scattare da un governo che non ha più la maggioranza e sulla base di un programma che prevedibilmente non sarà condiviso dal governo scaturente dalle urne. Nel frattempo mesi leggi tutto

Un presidente arcobaleno, in bianco e nero: Trump e i diritti della comunità LGBTQ negli Stati Uniti

Dario Fazzi * - 10.06.2017

Poco meno di un anno fa,al pari diquanto recentemente occorso a Manchester e Londra,un attentato colpì nel modo forse più odioso gli Stati Uniti, mettendo cioè a repentaglio la capacità stessa di una società complessa e plurale di perseguire appieno la propriafelicità. Quel mix di fanatismo, ignoranza e intolleranza troppo spesso ridotto a fenomeno terrorista si scagliò allora contro dei giovani riuniti in un gay bar di Orlando, in Florida, mietendo in tutto una cinquantina di vittime. La reazione del paese, che in quel momentosi apprestava ad entrare nel vivo di una delle più controverse campagne elettorali presidenziali della propria storia, fu di condanna pressoché unanime. Persino l’allora candidato repubblicano e oggi presidente Donald Trump tenne a presentarsi all’opinione pubblica, brandendo sorridente una bandiera arcobaleno tra le mani, come un baluardo dei diritti della comunità LGBTQ.

 

Eppure, in perfetta linea con il personaggio,i trascorsi di Trump in materia sonostati spesso altalenanti e contradditori. All’inizio degli anni 2000, ad esempio, Trump si era schierato apertamente in favore di una modifica di quel Civil Rights Act che negli anni Sessanta aveva posto fine alla segregazione razziale. Secondo il tycoon una revisione del testo che potesse estendere il godimento di numerosi diritti civili a minoranze definite leggi tutto

Verso le comunali dell'11 giugno - 8) I dati di 64 comuni, per una prima valutazione

Luca Tentoni - 07.06.2017

Nelle scorse puntate di questo studio abbiamo descritto l'evoluzione storica e geografica delle elezioni nei venticinque comuni capoluogo chiamati al voto l'11 giugno; inoltre, abbiamo individuato trentanove comuni non capoluogo - quelli con almeno 30mila abitanti - che presentano caratteristiche tali da poter costituire una base per un raffronto con i risultati del 2017; infine, abbiamo unito i dati di tutti i 64 comuni (capoluoghi e non) per ricavarne un quadro d'insieme che somiglia molto a quello globale del Paese. Ciò ci permette di valutare il peso dei partiti e degli schieramenti e di provare a stimare quello che potrebbe essere lo scarto probabile rispetto ad un voto politico nazionale. In altre parole, da un lato ci limitiamo alla valutazione dei dati relativi a capoluoghi e non capoluoghi e ci prepariamo a raffrontarli con quelli del voto del 2017, mentre dall'altro - in modo un po’ meno scientifico, dunque con le dovute cautele - proviamo ad ipotizzare quanto il dato di quest'anno possa differire, partito per partito, da quello globale. Dividiamo i soggetti politici in tre gruppi: quelli che nei 64 comuni ottengono in media (nel periodo 2008-2014) una percentuale che si discosta di non più dello 0,29% dalla media nazionale; quelli che se ne discostano fra lo 0,3% e lo 0,59% medio; leggi tutto

Proporzionale per davvero

Paolo Pombeni - 07.06.2017

Dunque adesso abbiamo l’accordo fra i grandi partiti e dunque si deve presumere che, a meno di scarti imprevisti davanti all’ultimo ostacolo, questa sarà la legge elettorale che ci guiderà verso la nuova legislatura (probabilmente alle soglie dell’autunno, ma non è ancora detto). Che analisi se ne può fare?

Diciamo subito che non ci piacciono le ipocrisie che spopolano in questo momento: lo stracciarsi le vesti per una legge determinata dagli interessi dei partiti e le lagne sul dominio dei “nominati”. Sul primo punto non si conosce storicamente un caso in cui una legge elettorale non sia stata fatta tenendo in mente gli interessi di quelli che avevano il potere di approvarla, cioè dei partiti. Il punto, come vedremo più approfonditamente, è semmai un altro, e cioè se i partiti lavorino nel proprio interesse promuovendo spazi per un confronto serrato fra loro o se preferiscano fare blocco perché la concorrenza sia ridotta al minimo possibile.

Il secondo punto è ancora più ipocrita, perché non si possono fare liste se non su indicazione di qualche agenzia che le promuove. Dunque sono tutte fatte di nominati. Quelli che strillano, vorrebbero semplicemente che il conflitto non avvenisse fra le liste (note nominativamente all’elettore), ma anche all’interno delle liste, leggi tutto

Verso le comunali dell'11 giugno - 7) I comuni non capoluogo

Luca Tentoni - 03.06.2017

Il voto amministrativo del 2017 riguarda, oltre ai venticinque capoluoghi di provincia, altri 138 comuni non capoluoghi con popolazione superiore a 15mila abitanti e 858 centri minori. Nel nostro studio abbiamo voluto prendere in considerazione anche i 39 comuni non capoluogo che hanno almeno 30mila abitanti, cioè una dimensione media fra quella "cittadina" e "metropolitana" e quella "periferica" (rappresentata, quest'ultima, dai piccoli centri). Come si è visto in Francia alle presidenziali e in Gran Bretagna con la Brexit, il voto dei comuni più grandi è spesso molto diverso rispetto a quelli piccoli. In Italia la differenza è stata sempre molto marcata, in particolare durante la Prima Repubblica, quando la Dc otteneva i suoi migliori risultati nei centri minori e i laici nelle grandi-medie città. Nel 1987, secondo una nostra elaborazione (“L’Italia del 5 aprile”, ed. Acropoli, 1993), la Dc ebbe il 28,2% dei voti nei centri oltre i 300mila abitanti contro il 34,3% della media nazionale e il 39,2% dei comuni fino a 10mila abitanti; i partiti laici non socialisti (Pri, Pli, Pr, Verdi) conseguirono complessivamente, nel 1987, il 15,8% nei centri oltre 300mila abitanti, l'11,1% in media nazionale, ma solo il 7,8% nei comuni fino a 10mila abitanti. C'è poi da considerare il confronto fra capoluoghi e non capoluoghi: le maggiori differenze di voto, nel 1992, leggi tutto

Pasticcetto tedesco in salsa partitica

Paolo Pombeni - 03.06.2017

Adesso sembra si sappia qualcosa di più sul sistema elettorale che la larga coalizione di chi vuole andare presto al voto vorrebbe far passare. Che poi questo sia l’approdo finale si vedrà: non solo per imboscate parlamentari ed altro, ma anche per un po’ di scogli tecnici su cui al momento si sorvola.

La questione di fondo è però una sola: la proposta presentata dall’on. Fiano è una riprova della miopia di una classe politica stupidamente chiusa in sé stessa. Essa infatti punta semplicemente alle elezioni come una specie di sondaggio di opinione formalizzato per sapere quale sia la quota di consenso che raccoglie ciascun gruppo politico. Questo è l’unico diritto che viene riconosciuto all’elettore. Tutto il resto lo faranno le segreterie e i vertici dei partiti.

Si è confezionato un meraviglioso assit al M5S che deve solo approfittarne senza pagare alcun pegno. Infatti esso potrà, grazie a questa legge, fabbricarsi il gruppo parlamentare che più gli aggrada (a meno che qualche ingenuo non creda davvero alle “parlamentarie”), ma al tempo stesso presentarsi come l’unico gruppo “pulito” perché esente dal mercato che sta alla base dell’accordo su cui si basa questa legge. I pentastellati, che non sono da tempo più quel partito di ingenui principianti

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Si fa presto a dire: modello tedesco

Paolo Pombeni - 31.05.2017

L’accordo piuttosto ampio che sembra si sia trovato su una riforma elettorale che si ispira al modello tedesco riflette al momento una semplice realtà: ciò che interessa ai partiti importanti è contarsi e contenere le fughe degli elettori,  anche marginali, nei partitini, che però complicano qualsiasi ipotesi di ricerca di un possibile assetto di governo. Tutto è naturalmente ancora in fieri e si vedrà come può finire, ma l’orientamento è più o meno questo.

Che non si tratti di importare davvero il modello tedesco è già stato sottolineato da vari osservatori: noi abbiamo un sistema di doppia fiducia (Camera e Senato) che non esiste in Germania; non c’è la sfiducia costruttiva; ma soprattutto non abbiamo il voto disgiunto fra scelta che l’elettore fa per il collegio e scelta per la quota proporzionale. In più c’è, e lo vedremo, il pasticcio di regolamenti parlamentari su cui si possono infrangere molti tentativi di razionalizzazione.

Il punto a nostro giudizio più interessante è la mancanza, almeno nell’attuale bozza di legge, del voto disgiunto fra voto di collegio e voto per il proporzionale. Si dirà che in Germania, dove questa possibilità esiste, in realtà non incide più di tanto, perché non sono molti i casi di elettori che per

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