Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

Argomenti

Il voto di chi (forse) non vota

Luca Tentoni - 04.03.2017

In occasione delle elezioni amministrative che, nella prossima primavera, riguarderanno 25 capoluoghi di provincia e molti altri comuni, il tasso di partecipazione elettorale sarà - come al solito - al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica per un giorno o due, in attesa dei risultati di candidati sindaci e partiti. In seguito, l'astensionismo tornerà ad essere un argomento per pochi studiosi di sociologia elettorale. Eppure, come ha dimostrato anche il recente referendum del 4 dicembre 2016 sul progetto di revisione costituzionale, la mobilitazione di quella fascia dell'elettorato che non vota sempre può essere importante per rafforzare una tendenza o mutarla. In Italia, come in molte altre democrazie, ci sono diversi segmenti dell'elettorato: quello "fedele", che partecipa a tutte le competizioni (o alla maggior parte di quelle in programma: in occasione di alcuni referendum, a causa dell'invito dei partiti ad astenersi o dello scarso interesse del quesito, l'affluenza scende fino al 30%: nel primo caso, però, si tratta di un non voto in qualche modo "partecipativo", perché tendente a far fallire la possibile vittoria degli abrogazionisti referendari) e che oggi si può quantificare - a livello nazionale - poco sotto o intorno al 50% degli aventi diritto al voto; quello "intermittente", che si mobilita di più in certe occasioni (le politiche), leggi tutto

“Il simpatizzante”: storie da un altro Vietnam

Giovanni Bernardini - 04.03.2017

Il Vietnam dellaguerra civile, dell’ultima resistenza imperiale francese e del disastrosointervento statunitense, della liberazione nazionale e dei sordidi giochi di Guerra Fredda, il Vietnam dell’“Agent Orange”, del sentiero di Ho Chi Minh tra giungle impenetrabili, dei boat people in fuga, vive ormai da decenni una vita autonoma in quanto luogodell’immaginario collettivo. In modo sempre più indipendente dalle reali dinamiche storiche, la vicenda vietnamita ha assunto i caratteri allegorici dello scontro tra Davide e Golia, o tra civiltà e barbarie, in una connessione sempre più labile con la realtà storica di uno degli scontri più anomali, lunghi e sanguinosi del XX secolo. L’evidenza che la principale fucina di tante raffigurazioni sia da sempre la bulimica e onnipotente Hollywood, con il suo inesauribile arsenale di dollari e fantasia, ha condotto al paradosso per cui il Vietnam del grande schermo coincide di volta in volta con la proiezione delle speranze, degli incubi, dell’eroismo e delle delusioni del “secolo americano”. Il risultato evidente è una colonizzazione (intenzionale o meno che sia) dell’immaginario collettivo a uso e consumo di un pubblico per sua natura globale. Il risultato paradossale è che, per la prima volta, a scrivere la storia di un conflitto sono stati e sono “gli sconfitti”: leggi tutto

Silence, regia di Martin Scorsese (2016)

Sabina Pavone * - 04.03.2017

Il film Silence di Martin Scorsese sull’esperienza dei missionari gesuiti in Giappone al tempo della scristianizzazione del XVII secolo non è un’epopea. In questo senso si colloca su tutt’altro piano rispetto a Mission (1986),film nel quale Roland Joffé ricostruiva in maniera epica ed edulcorata l’ultimo scontro tra i gesuiti delle reducciones del Paraguay e le potenze coloniali.

Scorsese lavora su un piano diverso: pur essendo molto fedele alla trama del libro scritto nel 1966 da Shusaku Endo il film gioca su un rapporto strettissimo tra il silenzio del titolo, la parola e l’immagine, intrecciandoli in maniera tale da rimandare dall’uno all’altro piano con una logica stringente che si dipana man mano che scorrono le scene. Punti di riferimento sono i due dialoghi posti all’inizio e nel momento di svolta finale della pellicola. I protagonisti sono tutti gesuiti: nel primo Alessandro Valignano, noto visitatore della Compagnia per l’Asia e primo teorico dell’accomodamento gesuitico in Oriente, legge ai due giovani missionari protagonisti l’ultima lettera ricevuta da padre Ferreira, in cui il missionario riferisce tutto il suo sgomento di fronte al terribile martirio di missionari e giapponesi convertiti al cristianesimo al quale è stato costretto ad assistere. Dalle parole della lettera si intuisce chiaramente la disperazione leggi tutto

Coazione a ripetere

Paolo Pombeni - 01.03.2017

La scissione nel partito democratico farà parte di quelle cose molto difficili da spiegare se si prescinde dagli aspetti psicologici che tengono insieme i raggruppamenti politici.

Dal punto di vista dell’ideologia non si vede bene cosa distinguerebbe l’orizzonte del PD da quella dei “Democratici e progressisti” (DP). Uno dei promotori della scissione, l’on. Speranza, ha detto che consiste nel fatto che il nuovo partito vuole mettere il lavoro al primo posto. Detta così è una affermazione che si ritrova tranquillamente anche nelle prese di posizione del PD, e, per la verità, anche in quelle di partiti del centro destra o nel M5S. E’ piuttosto difficile immaginare che in tempi di democrazia di massa ci sia un partito che afferma di disinteressarsi al problema del lavoro.

Naturalmente si può sostenere che c’è modo e modo di farlo, e ciò è indubbiamente vero, ma è altrettanto vero che DP non ha spiegato al momento in quale modo esso sarebbe in grado di proporre politiche di maggiore successo, né perché queste eventuali ricette se buone dovrebbero essere rigettate dal PD.

Lasciamo ovviamente fuori le lagne su chi è di destra e chi è di sinistra, perché sono autoaffermazioni di legittimità che non hanno alcun senso. Se davvero ci fosse una ricetta semplice ed efficace leggi tutto

Seduzione ed assertività: le due facce della politica estera cinese nel primo mese dell’Amministrazione Trump

Aurelio Insisa * - 01.03.2017

Mercoledì 22 febbraio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha incontrato il Presidente cinese Xi Jinping a Pechino, il momento più importante di un breve tour diplomatico nel paese. L’incontro tra Mattarella e Xi non ha riservato particolari sorprese. La delegazione italiana ha rimarcato il ruolo di primo piano del nostro paese all’interno delle più ampie relazioni tra Cina e UE, e ha enfatizzato l’approfondimento della relazione di partenariato strategico tra Pechino e Roma. Le dichiarazioni di Xi Jinping, per quanto professe all’interno di un rigido canovaccio diplomatico, si sono dimostrate maggiormente interessanti, soprattutto per chi osserva la politica estera cinese al di là del ristretto ambito delle relazioni sino-italiane. Xi ha benvenuto la partecipazione italiana al progetto cinese di infrastrutture su scala intercontinentale conosciuto come “Belt and Road”, che avrà nel porto di Venezia uno dei suoi snodi principali,e ha rimarcato la volontà cinese di cooperare con Roma all’interno degli organismi multilaterali internazionali allo scopo di promuovere e rinsaldare “pace, sviluppo e stabilità” su scala mondiale.

Tali dichiarazionivanno inserite all’interno della più recente charm offensive cinese, condotta in prima persona dallo stesso Xi al recente Davos Forum di gennaio, che vuole presentare al mondo la Cina come il nuovo campione e difensore della globalizzazione in questa confusa epoca trumpiana. leggi tutto

La "quadriglia" repubblicana

Luca Tentoni - 25.02.2017

La scissione del Partito democratico ha riproposto il problema della frammentazione politica. Il sistema dei partiti della Prima Repubblica aveva almeno due caratteristiche diverse rispetto a quello della seconda: l'indice di bipartitismo (cioè la percentuale dei voti ai primi due soggetti politici) più alto nel periodo 1948-'92 che nel 1994-2013 e un sistema elettorale puramente proporzionale (a fronte del Mattarellum e del Porcellum che sono stati oggettivamente premianti per i partiti maggiori). A ben guardare i dati elettorali, tuttavia, la storia di 70 anni di Repubblica si può comprendere meglio se la si divide in almeno quattro periodi: due riguardano gli anni del primo sistema dei partiti e due quelli fra il 1994 e oggi. Nella "prima Repubblica dei partiti", che va dal 1948 al 1976, l'indice di bipolarismo passa dall'eccezionale 79,49 del duello Dc-Fronte Popolare del '48 ad un più ragionevole livello del 63-66% dei voti che resta immutato fino al 1976, quando un altro duello (Dc-Pci) lo riporta al 73,08. In questo periodo, il numero dei partiti con almeno l'1% dei voti è quasi sempre pari ad otto (7 nel 1948, 9 nel 1958, otto in tutti gli altri casi). Questi primi otto partiti ottengono fra il 93,57 e il 98,48% dei voti validi espressi, con una media intorno al 96,7%. in quella che comprende i soggetti politici leggi tutto

Bellezza e spirito repubblicano: qualità conciliabili? Per una riflessione sul valore costituzionale del bell’aspetto

Omar Bellicini * - 25.02.2017

Cosa distingue un regime repubblicano da uno aristocratico, o monarchico? La domanda non dovrebbe generare incertezze neppure fra il pubblico meno avvezzo alle riflessioni politiche: il fatto che ogni cittadino possa concorrere alla gestione della cosa pubblica, con livelli di responsabilità proporzionali alle capacità e all’impegno dimostrati. In altre parole, che i poteri esercitati dall’ individuo derivino da una posizione acquisita per merito e non siano, invece, il frutto di un privilegio ereditario. Fin qui, tutto bene. Il problema sorge, purtroppo, da una constatazione di segno contrario: il conseguimento del successo - o se si preferisce del “potere” - è più spesso favorito, nell’attuale società dell’immagine, da qualità che hanno più a che vedere con l’innata perfezione della fisionomia che con l’applicazione duratura e perseverante del talento. Insomma: la bellezza, nella determinazione delle fortune, è assai incisiva. E cos’è la bellezza se non un “potere” svincolato da qualsivoglia merito? Cos’è se non un “privilegio di nascita”? Ovviamente, non si intende qui la bellezza del risultato artistico, che è sempre il prodotto di un’eccellenza intellettuale: quindi di una capacità raffinata con tempo e  passione; si discute di bellezza fisica, di proporzione estetica del corpo, oggetto di un vero e proprio culto nella società televisiva e post-televisiva dei consumi. leggi tutto

Italia riprendi a crescere, ma come?

Gianpaolo Rossini - 25.02.2017

L’Istat comunica che nel 2016 la crescita del Pil è dell’1%. Notizia buona dopo anni di stagnazione, ma al di sotto di ciò che vorremmo e condita da una previsione per il 2017 sotto l’1%. Insomma siamo lumache e non recuperiamo il livello pre 2008. Qualche settimana fa ho delineato i motivi della lentezza economica del bel paese. Ora vediamo quali strade percorrere per uscire dalla impasse.  

 

Le chiavi della crescita

La produttività

E’ uno dei nervi scoperti perché dal 2003 al 2015 il prodotto orario per lavoratore in Italia cala da 101 a 98. Per invertire la rotta dobbiamo investire di più (siamo ancora ¼ sotto il livello pre 2008) ammodernando le imprese nel loro cuore produttivo. Ma come fare? Iniziamo dalle migliaia di partecipate da entità pubbliche locali e nazionali, soprattutto “utilities” che godono spesso di posizioni di monopolio locale. Soprattutto nel Nord Italia incassano cospicui utili e quindi hanno risorse per investire. Se le infrastrutture sono così rese più efficienti e moderne possono contribuire alla produttività anche di altre imprese nei servizi e nella manifattura. Devono investire di più anche le imprese privatizzate. Sorprende la concessione di aumenti dei pedaggi autostradali dal 4 all’8% a inizio 2017 in presenza di inflazione da tempo in territorio negativo. leggi tutto

L’Olanda alle urne: Il popolo oltre il populismo.

Dario Fazzi * - 22.02.2017

Stando agli ultimi sondaggi, le elezioni che si terranno il prossimo 15 marzo segneranno un momento di svolta per il sistema politico olandese. Le ultime proiezioni, infatti,presentano un quadro piuttosto allarmanteper i due partiti cha al momento guidano la coalizione di governo, i liberali-conservatori del premier Mark Rutte (VVD) e i laburisti del vice-premier Lodewijk Asscher (PvdA). Al declino relativo di VVD e PvdA, che insieme perderebbero oltre il 50% dell’elettorato conquistato cinque anni fa e che passerebbero dagli attuali 79 a circa 37 seggi sui 150 a disposizione in Parlamento, fa da contraltare l’affermazione del leader populista e xenofobo Geert Wilders e del suo Partito per la Libertà (PVV).

 

Il successo di Wilders è legato in massima parte alle medesime ragioni che hanno consentito la crescita e la proliferazione di forze ultranazionaliste e protezioniste tanto negli Stati Uniti quanto in Europa: una crescente insoddisfazione nei confronti delle élites al potere; il dilagare di un senso di profonda alienazione, politica, sociale e culturale; perduranti difficoltà economiche connesse, soprattutto in alcune aree, a una problematica riconversione postindustriale; la percezione che l’identità nazionale sia messa a repentaglio da un’apparentemente inarrestabile e scarsamente gestibile ondata migratoria; la moltiplicazione dei canali di (dis)informazione che, pur contribuendo a incrementare il livello

  leggi tutto

Una sfida cinese per Donald Trump

- 22.02.2017

Nella campagna elettorale del candidato Donald Trump, la Cina ha sempre occupato un ruolo di primo piano. Additata, per le sue politiche monetarie e occupazionali, come la maggiore responsabile delle difficoltà che travagliano l’economia statunitense, essa non ha, tuttavia, mai assunto il peso di un vero interlocutore politico, come accaduto invece, ad esempio, nel caso della Russia. Nonostante i cordiali rapporti corsi fra Washington e Pechino specialmente negli anni del secondo mandato di Barack Obama, Trump ha in più occasioni annunciato la sua volontà di accrescere la presenza militare USA nel Mar Cinese Meridionale e di rafforzare in diversi modi il peso negoziale di Washington nei confronti di Pechino. Qualche settimana prima dell’insediamento, con una scelta che ha sollevato parecchie polemiche, in seguito a una telefonata con il Presidente taiwanese Tsai Ing-wen, il Presidente eletto ha ventilato la possibilità di mettere in discussione la ‘One-China policy’ su cui si basano le relazioni fra gli Stati Uniti e Pechino dall’inizio degli anni Settanta. Quella della nuova amministrazione sembrava, dunque, profilarsi come una politica ‘di rottura’ rispetto all’eredità di quella che l’aveva preceduta. Dopo l’insediamento dello scorso gennaio, invece, qualche cosa pare essere cambiato. In una telefonata con il Presidente Xi Jinping, Trump leggi tutto