Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Le elezioni comunali e il “voto degli esclusi”

Luca Tentoni - 19.03.2016

Mentre i partiti definiscono, fra mille difficoltà, le candidature alle elezioni comunali, c'è già chi si prepara a dare al voto nei grandi centri urbani un valore politico nazionale. Ovviamente si tratta di comparazioni rischiose, fra consultazioni di diverso genere. In primo luogo, l'affluenza alle comunali è solitamente più bassa di circa il 15-20% rispetto a quella delle politiche. Se ci riferiamo ai soli dati aggregati relativi alle sette maggiori città dove si voterà fra un paio di mesi (Torino, Milano, Bologna, Trieste, Roma, Napoli, Cagliari) abbiamo un'affluenza oscillante fra il 54,1% delle europee e il 62% delle regionali (59,6% comunali) che sale però al 74,6% alle politiche (il periodo considerato va dal 2011 al 2015). La "platea" di riferimento, insomma, sarà stavolta meno ampia che nel 2013. Inoltre, ci sono appuntamenti nei quali i partiti e le coalizioni ottengono rendimenti diversi: più il voto è politico, ad esempio, più il M5S ha possibilità di conseguire una percentuale elevata. Non si spiegherebbe diversamente il 24,3% avuto alle politiche 2013 dai Cinquestelle contro il 21,7% delle europee e il 16,4% delle regionali 2013-2015. Senza contare, inoltre, che a Roma si votò lo stesso giorno, nel 2013, per comunali e politiche, con questi risultati: M5S 12,8% comunali, 27,3% politiche. In quella occasione il centrodestra ottenne invece il 31,7% per le amministrative ma solo il 23,7% per la Camera. leggi tutto

Le elezioni primarie

Luca Tentoni - 12.03.2016

È tempo di primarie. Negli USA, repubblicani e democratici stanno scegliendo i loro candidati alla Casa Bianca. In Italia, più modestamente, sono stati recentemente selezionati - in un modo tecnicamente diverso – coloro i quali rappresenteranno il centrosinistra alle “comunali” nelle maggiori città italiane. A Milano, Roma e Napoli l'ultima parola sugli aspiranti sindaci è stata detta dai partecipanti a consultazioni popolari aperte, cioè non riservate ai soli iscritti ai partiti della coalizione ma allargate alla platea dei simpatizzanti. Come sempre, torna il dibattito sull'utilità delle "primarie", sulla maggiore o minore affluenza, sulla qualità delle candidature, persino sull'opportunità politica di svolgerle (si veda il caso delle "regionali" in Liguria nel 2015). Uno degli ostacoli - a nostro avviso - nell'analisi di questa modalità di scelta delle candidature a cariche pubbliche elettive sta nell'attribuire allo strumento una connotazione positiva o negativa. Ci sono, certo, meccanismi che vanno messi a punto a seconda dei tipi di elezione ai quali si riferiscono. Anche il contesto politico-sociale è importante. Inoltre, quando c'è un eletto uscente che si ricandida, si può e forse si deve evitare (com'è successo a Torino per Fassino) di attivare il meccanismo delle "primarie". In sintesi, le primarie sono come i sistemi elettorali: uno strumento, non un fine. Non risolvono problemi se il contesto è difficile. Come scrive molto bene Luciano Fasano sull'ultimo numero del "Mulino" (1/2016) "le primarie funzionano secondo una logica garbage in/garbage out: se entra spazzatura non può che uscirne nuovamente quella". leggi tutto

L’ampliamento della “base democratica”

Luca Tentoni - 05.03.2016

A pochi mesi dalle elezioni amministrative e forse a un anno (o poco più) dalle politiche, è opportuno interrogarsi sulle cause e sulla natura di un astensionismo che sicuramente sarà vasto e forse addirittura maggioritario (almeno alle "comunali"). Va premesso che l'astensione non è da considerarsi automaticamente come un rifiuto della democrazia e degli istituti rappresentativi. Come si è spesso spiegato, l'area del non voto è estremamente composita: oltre a comprendere chi non va mai alle urne per impossibilità di vario genere o per indifferenza, c'è anche chi non ci va perchè non crede nella democrazia, ma anche chi vuole esprimere così la sua protesta e, infine, chi non trova nell'offerta politica e partitica ciò che più gli somiglia o gli aggrada. Un 40-50% di astensionismo (che può peraltro ridursi a un 30-35% alle politiche) non equivale assolutamente alla "secessione" del corpo elettorale e allo strappo del tessuto democratico del Paese. Però qualche riflessione su come recuperare la partecipazione (fermo restando che una buona metà del "partito del non voto" non sarà mai riportata alle urne, proprio perchè la quota di astensionismo fisiologico e di protesta irreversibile è praticamente impossibile da riassorbire) bisognerebbe farla. Si tratta, in altre parole, di riscoprire e riadattare ciò che un tempo si definiva “allargamento della base democratica”, intendendo non solo lo specifico tema della partecipazione elettorale, ma – più in generale – considerando anche la necessità di una “recupero” del rapporto fra cittadini e istituzioni. leggi tutto

Terza Repubblica e ricambio delle leadership

Luca Tentoni - 27.02.2016

I soggetti politici maggiori della nascente Terza Repubblica hanno in comune una caratteristica: sono tutti “partiti del leader”. Si è giunti a questo punto per le vie più svariate. Il Pd, partendo dalla lunga tradizione “classica” della “Ditta”, ci è arrivato dopo una serie di avvenimenti: lo strano risultato elettorale del 2013; le primarie che hanno condotto Renzi alla guida del partito; il repentino “cambio della guardia” a Palazzo Chigi fra Letta e lo stesso ex sindaco di Firenze, che ha così unificato premiership e leadership. Il M5S è nato come “partito di Grillo”: il rapporto fra il vertice (il portavoce) e la base di simpatizzanti ed elettori è stato mediato attraverso la “Rete” di Internet e dei social network. Quello fra il “padre padrone” di Forza Italia Silvio Berlusconi e i sostenitori “azzurri” è invece stato caratterizzato da un abile uso delle tecniche di comunicazione di massa quali la televisione. Infine, il quarto “partito del leader”, la Lega, ha avuto sempre un legame quasi fisico fra il Capo (Bossi) e il territorio. A questo proposito, l’avvento di Salvini ha mutato in parte le forme comunicative (aggiungendo i social network e soprattutto la televisione) ma ha conservato la natura leaderistica del Carroccio. Oggi, dunque, il sistema politico italiano è nelle mani di poche persone, ma che indicazioni abbiamo circa il futuro? leggi tutto

Appunti sulla "Terza Repubblica"

Luca Tentoni - 20.02.2016

La transizione avviata con le elezioni del 2013 non si concluderà, probabilmente, neppure se al referendum sulla revisione della Carta Repubblicana dovessero prevalere i al progetto di riforma. Un quadro politico-istituzionale, infatti, non si caratterizza solo per l'impianto "formale" che lo sorregge (la Costituzione, le leggi come quella elettorale) ma anche per una serie di fattori, fra i quali spicca la struttura del sistema partitico. Quest'ultimo è tanto importante che - ristrutturandosi profondamente, fra il 1992 e il 1996 - ha "imposto" un passaggio alla "Seconda Repubblica" avvenuto in realtà a Costituzione immutata. Stavolta, data la vastità della revisione della Carta Fondamentale introdotta col voto delle Camere (il testo sarà sottoposto a ottobre-novembre al giudizio del popolo) potremmo osservare un fenomeno opposto rispetto a quello di venti anni fa. Passando alla "Terza Repubblica", il sistema dei partiti resterà verosimilmente strutturato sui tre soggetti (due costituiti da singoli gruppi - Pd e M5S - e uno "plurale", un centrodestra dai contorni ancora non ben definiti) che hanno dominato le scorse elezioni parlamentari. In realtà, il quadro istituzionale non sarà affatto modificato soltanto nei suoi risvolti costituzionali, ma vedrà le forze politiche adattarsi ad un nuovo sistema elettorale (l'Italicum). Un cambiamento - persino se a vincere fossero i no alla riforma - avverrà comunque nel breve-medio periodo, perchè l'attuale sistema dei partiti è - come si accennava all'inizio - in piena transizione: non siamo più nella Seconda Repubblica, ma non si è ancora approdati alla Terza. leggi tutto

La società caleidoscopica

Luca Tentoni - 13.02.2016

Il confronto molto aspro sulle unioni civili ci ricorda che nel nostro paese non solo non è possibile, ma è addirittura anacronistico ricondurre le contrapposizioni politiche al continuum sinistra-destra. Non era molto facile neppure al tempo della Prima Repubblica, quando le differenze ideologiche si sommavano a quelle riguardanti le scelte religiose. Non lo è stato durante la Seconda, quando allo schierarsi per un polo o l'altro si è sovrapposta la forte motivazione del berlusconismo-antiberlusconismo, che però è stata accompagnata da altre divisioni nell'elettorato, ad esempio da quella sul federalismo. Oggi, soprattutto dopo il voto del 2013 e ancor più dopo questo triennio di legislatura, appare sempre più difficile tracciare confini tradizionali fra destra e sinistra e collocare i partiti seguendo vecchie distinzioni. La posizione anti-euro, ad esempio, è condivisa dalla Lega come dal M5S. Ora, inoltre, persino sull'Unione europea sembra talvolta allargarsi il fronte di chi vorrebbe assetti diversi, sia pure senza rivoluzionare il sistema dell'UE. Le critiche rivolte dal premier italiano al presidente della Commissione europea appaiono inedite nella forma e nella sostanza, tali da prefigurare quasi una terza posizione rispetto ai tenaci antieuropeisti e ai difensori "senza se e senza ma" dell'Europa e dell'euro. Una posizione non intermedia fra le due "estreme", ma semplicemente diversa, che può (o vuole) avere consensi trasversali nell'opinione pubblica. leggi tutto

La "finestra elettorale" del 2017

Luca Tentoni - 30.01.2016

Il referendum confermativo costituzionale previsto per il prossimo ottobre potrebbe accelerare la conclusione della legislatura. Allora, infatti, le Camere avranno appena quindici mesi di "vita" residua, perchè nel 2013 si è votato a febbraio. L'eventualità che gli italiani siano chiamati alle urne per le elezioni politiche già nella tarda primavera del 2017 (maggio-giugno) diventa la più probabile, anche perchè, in fondo, si tratterebbe di un anticipo di 8 mesi sulla scadenza naturale. Inoltre, votando nel 2018, la necessità di sovrapporre parte della campagna elettorale con il dibattito sulla Legge di stabilità (per di più, con un Senato che - se passasse la revisione costituzionale - potrebbe diventare ingovernabile, a poche settimane dal "liberi tutti") renderebbe complessa la gestione degli ultimi mesi di legislatura. Così, molti indizi sembrano condurci verso il possibile anticipo del voto al 2017. Il più importante è il referendum confermativo, vero snodo politico della legislatura. Qui abbiamo due possibili conseguenze: una politica, l'altra in parte anche tecnica. La prima è data dal fatto che - per ammissione dello stesso Renzi - la consultazione finirà per diventare anche un giudizio sul presidente del Consiglio. In modo simile a D'Alema nel 2000 (elezioni regionali) e Craxi nel 1985 (referendum sulla "scala mobile"), anzi con maggior forza, il leader del Pd ha affermato che in caso di sconfitta abbandonerà il campo. In altre parole, se dalle urne uscisse un "no" alla riforma costituzionale, il governo si dimetterebbe. leggi tutto

La campagna elettorale

Luca Tentoni - 23.01.2016

Nell'analisi delle dinamiche politiche e sociali, i sondaggi hanno un ruolo importante, se valutati con criterio. Purtroppo l'uso che mezzi di comunicazione, classe politica e opinione pubblica fanno di solito dei dati è simile all'approccio verso gli oroscopi. Eppure i sondaggi non hanno alcun valore di previsione: con un margine d'errore determinato dall'ampiezza del campione cercano di individuare una tendenza, considerando che il giorno della rilevazione non è quello del voto e che persino negli exit-poll della giornata di votazione ci possono essere molti fattori (la reticenza dell'intervistato, la "desiderabilità sociale" di certe risposte rispetto ad altre, il contesto nel quale si svolge la consultazione popolare) tali da rendere più difficile "proiettare nell'urna" il responso di un'indagine di questo tipo. Come spiega bene Nando Pagnoncelli nel suo recente "Le mutazioni del signor Rossi", "non v'è dubbio che negli ultimi anni, soprattutto nelle situazioni di incertezza, le aspettative di precisione delle previsioni siano significativamente aumentate" ma "ciò che fa riflettere riguarda il vero e proprio cambiamento della funzione d'uso del sondaggio, della sua destinazione, dei suoi obiettivi: non è più solo uno strumento di conoscenza e analisi dell'elettorato, utile per capire il contesto, ma è sempre più strumento di previsione e comunicazione politica, indirizzata a un'opinione pubblica disorientata e a un elettorato sempre più mobile e bersagliato da milioni di informazioni". leggi tutto

Il legame sistemico fra monocameralismo e Italicum

Luca Tentoni - 16.01.2016

L'approvazione, da parte della Camera dei deputati, del disegno di legge costituzionale che riforma, fra l'altro, il bicameralismo e il Titolo V della Carta repubblicana, sollecita un approfondimento di riflessione sul rapporto fra il rinnovato (o rinnovabile, a seconda dell'esito del referendum confermativo di ottobre-novembre) quadro istituzionale e la nuova legge elettorale (l'Italicum, che entrerà in vigore a luglio). In precedenti occasioni ("La battaglia sull'Italicum", 31 ottobre 2015; "Italicum e referendum, la posta in gioco", 29 dicembre 2015) abbiamo avuto modo di sottolineare su Mentepolitica che l'Italicum può rafforzare gli effetti della revisione costituzionale: è in grado di assicurare un po' più della maggioranza assoluta dei seggi di Montecitorio al partito che vincerà (con almeno il 40% dei voti) al primo turno o (con la metà più uno dei voti validi) al ballottaggio fra le prime due liste classificate. Eliminando la differenza non marginale che esiste oggi fra gli elettorati di Camera (comprendente tutti i maggiorenni) e Senato (limitato a chi ha compiuto 25 anni) e la stessa articolazione terroriale della legge per Palazzo Madama (la quale ha dovuto pur sempre tener conto dell'elezione "su base regionale", mentre per Montecitorio il premio - quando c'è stato - è sempre stato nazionale, anche con la legge 148 del 1953, definita dagli oppositori “legge truffa”) e togliendo ai senatori il potere di concedere e negare la fiducia al Governo (senza contare che la gran parte della legislazione sarà affidata ai deputati e passerà per eventuali "richiami" non decisivi in Senato), leggi tutto

Mattarella e l'"attuazione" costituzionale

Luca Tentoni - 05.01.2016

"Tutti siamo chiamati ad avere cura della Repubblica". Questa frase, apparentemente seminascosta nella penultima pagina del messaggio di fine anno del Capo dello Stato, spiega il senso di un discorso liquidato talvolta in modo un po' frettoloso come se gli interlocutori fossero solo i comuni cittadini e non anche la classe politica. In realtà il discorso di Mattarella è stato molto "politico": non nel senso di assecondare la dialettica quotidiana che occupa i pensieri e l'azione dei partiti, ma spostandosi su un piano più alto. Ricordare, come ha fatto il Presidente, che "rispettare le regole vuol dire attuare la Costituzione, che non è soltanto un insieme di norme, ma una realtà viva di principi e valori" e ribadirlo "all'inizio del 2016, durante il quale celebreremo i settant'anni della Repubblica" significa "per i cittadini, farne vivere i principi nella vita quotidiana e civile". Queste affermazioni sono eminentemente politiche, così come lo è l'implicita ma chiarissima "dedica" del messaggio, scritto per mostrare agli italiani (e alla classe politica, dati la portata e il gran numero dei problemi sollevati nel discorso) che esiste un'"altra Costituzione". Una Carta Fondamentale che, nella sua prima parte, non è affatto vecchia o superata e non ha bisogno di revisione (infatti nessuno ha mai chiesto di riscriverla) e che, anzi, va "attuata". leggi tutto