Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Il voto nelle "sette capitali": un primo bilancio

Luca Tentoni - 11.06.2016

Dopo molti interventi dedicati - su Mentepolitica - a descrivere le caratteristiche dei sette comuni capoluogo di regione chiamati alle urne, è ora di tracciare un primo bilancio, ripercorrendo i temi che abbiamo trattato e confrontando i dati del passato col voto del 5 giugno. Come avevamo sottolineato, le grandi città hanno una minor propensione all'affluenza rispetto alle altre. È stato così anche stavolta: quel 61,9% di votanti in 1274 comuni (esclusi quelli del Friuli-Venezia Giulia) è stato “appesantito” dal 55,9% dei capoluoghi. Non va dimenticato, infatti, che su 13 milioni e 316 mila aventi diritto al voto in tutta Italia ben 5 milioni e 474 mila erano elettori delle "metropoli". Così, nel turno amministrativo del 5 giugno si conferma che nei sette capoluoghi si vota meno che nel complesso del Paese: -0,8% alle politiche 2008%, -3,5% alle europee 2009, -0,6% alle politiche 2013, -4,6% alle europee 2014 e -6% alle comunali 2016. Si potrebbe ipotizzare (in attesa di indagini più approfondite) che nei grandi centri ci sia una sorta di "non voto d'opinione". In quelle città dove nella Prima Repubblica venivano premiati partiti che di volta in volta rappresentavano qualcosa di nuovo (il Pci nel 1976, i radicali nel 1979, il Pri nel 1983, i Verdi nel 1987) oggi potrebbe essere l'astensione ad essere scelta per mandare un segnale politico. Si attendeva, stavolta, un'affluenza bassa: se non si è raggiunto il record negativo il merito è di Roma, leggi tutto

Comunali, l'importanza dei candidati sindaci

Luca Tentoni - 28.05.2016

Uno fra gli elementi più importanti della campagna elettorale comunale (forse quello decisivo) è rappresentato dalla capacità del singolo candidato di "trainare" la propria coalizione - cioè di conquistare consensi personali che non andrebbero ai partiti alleati – e "catturarne" altri (grazie alla possibilità del "voto disgiunto") in campo avversario. Si può dire che quella per i comuni è una competizione "a cerchi concentrici": in quello più piccolo c'è la lotta fra le liste, mentre in quello più ampio c'è quella fra candidati sindaci. Quest'ultimo cerchio è più vasto perchè mentre il voto di lista va automaticamente al candidato sindaco, il solo voto al sindaco non va alle liste collegate. Alle ultime comunali, il 7,3% dell'elettorato (corrispondente al 12,8% dei voti validamente espressi) non ha votato per i partiti, ma solo per il sindaco. Si tratta di una percentuale che - nelle sette città chiamate al voto del 5 e 19 giugno - è stata del 7,7% sugli aventi diritto anche in occasione delle elezioni regionali: segno che in tutte le occasioni nelle quali l'elettore può dare un voto alla persona e non al partito c'è una quota stabile di cittadini che si avvale di questa facoltà. Si tratta di un possibile valore aggiunto, forse anche in termini di affluenza alle urne. La personalizzazione, dunque, è un tratto caratteristico e dominante nella competizione per la conquista dei comuni. leggi tutto

Il "bipolarismo comunale"

Luca Tentoni - 21.05.2016

Con le elezioni amministrative del 5-19 giugno anche il sistema politico dei grandi comuni italiani sembra destinato ad abbandonare la lunga stagione del bipolarismo. Come abbiamo accennato nello scorso intervento su Mentepolitica, la pluralità di candidature competitive rende più che probabile la dispersione del voto e l'arrivo al ballottaggio di personalità che forse insieme rappresenteranno poco più della metà degli elettori votanti al primo turno. In questo modo potrebbe essere certificata la fine, anche a livello locale, della ventennale stagione del confronto fra due coalizioni che aveva caratterizzato la Seconda Repubblica fino alla svolta rappresentata dalle “politiche” del 2013. Se ci si riflette, è proprio dall'introduzione del nuovo sistema per l'elezione diretta dei sindaci che si afferma, all'inizio degli anni Novanta, l'epoca della politica fondata sul successo dei leader e sulla necessità di costruire alleanze e coalizioni competitive. La caratteristica dei sistemi elettorali comunali e di quelli nazionali era, fino al '92, la rappresentazione proporzionale delle preferenze politiche dei cittadini. Le maggioranze in Parlamento e nei comuni - anche se ampiamente annunciate in precedenza - si concretizzavano al momento di scegliere, in assemblea, la giunta (locale) o il governo (nazionale). I partiti, che prima negoziavano sulla base dei risultati elettorali e dei rapporti di forza, si sono invece trovati – dal ’93 - ad allearsi per superare la prova del voto. leggi tutto

Le comunali "arcobaleno"

Luca Tentoni - 14.05.2016

Sebbene ci siano alcuni precedenti importanti, come il voto a Parma nel 2012 e le politiche del 2013 (così come, in parte, le scorse regionali, nelle quale il M5S talvolta non è stato molto competitivo), le elezioni amministrative del 2016 sono la prima grande competizione multipolare della Seconda Repubblica. In tutti i sette capoluoghi di regione dove si vota nessun candidato e nessuno schieramento sono accreditati del 50% più uno dei consensi: i ballottaggi sono dati per scontati. Non è una novità: anche quando si confrontavano Unione e Cdl c'erano parecchi casi nei quali si ricorreva al secondo turno. Il sistema per l'elezione dei sindaci, inoltre, favorisce una competizione a due perchè permette al secondo arrivato, sia pure se svantaggiato di parecchie lunghezze al primo turno, di giocarsi tutto al ballottaggio. Per venti anni, però, la dinamica politica è stata piuttosto semplice. C'erano tre risultati possibili: la conferma della maggioranza (o anche del sindaco) uscente, la vittoria della coalizione avversaria o un secondo turno con in lizza i rappresentanti di Unione e Cdl. Le rare eccezioni confermavano la regola. Ora non è più così. Stavolta non sarà tanto importante aggiudicarsi il comune al primo turno (sebbene ci siano una o due città dove teoricamente, guardando i risultati di un tempo, potrebbe essere un’ipotesi da valutare, sia pure come remota) ma arrivare al ballottaggio. leggi tutto

La battaglia di Roma

Luca Tentoni - 07.05.2016

La decisione di Berlusconi di sostenere, alle comunali romane, il candidato centrista Alfio Marchini anzichè la candidata di FdI e Lega Giorgia Meloni, è la prova che nel centrodestra è in corso una resa dei conti. Si tratta di un appuntamento rinviato troppo a lungo e ormai necessario, perchè nulla esclude con certezza che si possa tornare ad elezioni politiche (anticipate) già nella primavera del 2017. Col vecchio "Porcellum" (il sistema elettorale utilizzato per eleggere i parlamentari nel 2006, 2008 e 2013) bisognava formare una coalizione per sperare di aggiudicarsi il premio di maggioranza alla Camera. Tre anni fa l'alleanza fra Pdl, Lega e destra si fece: anche se il centrodestra era in fase calante, Berlusconi mancò per poco il sorpasso nei confronti del centrosinistra di Bersani (pur restando sotto quota 30%, tuttavia). Il partito del Cavaliere e il Carroccio attraversavano una fase critica, che per Berlusconi si è aggravata mentre per la Lega si è mutata in una contingenza positiva: il nuovo leader Salvini, infatti, ha riportato il suo partito verso percentuali di rilievo. Da una situazione nella quale la leadership di Berlusconi e il peso elettorale della componente vicina al PPE era preponderante rispetto alla destra si è passati ad una fase di debolezza reciprioca (2012-2013) delle due "anime" della coalizione e, infine, alla situazione attuale. leggi tutto

Referendum costituzionale, la partita è aperta

Luca Tentoni - 30.04.2016

Ogni sondaggio relativo al referendum costituzionale di ottobre è attualmente poco più d'un embrionale tentativo di "saggiare il terreno". Abbiamo ancora quasi sei mesi di campagna elettorale (compresa quella per le comunali, che si concluderà col voto del 5 e 19 giugno) quindi non stupisce che - su cento intervistati da Euromedia Research per “Ballarò” del 19 aprile scorso - ben 46 (il 45,9%, per l'esattezza) non sappiano se andranno a votare o, per ora, non siano intenzionati a farlo. Lo stesso risultato del sondaggio, relativamente alla preferenza di chi invece andrebbe ai seggi, è poco significativo: il 26% degli interpellati approverebbe la riforma, mentre il 28,1% la respingerebbe. Non è solo un dato rientrante nel margine d'errore statistico, ma è anche suscettibile di variazione nel corso dei mesi. Detto questo, però, il sondaggio della Ghisleri non è affatto inutile, perchè delinea alcune tendenze già molto chiare. Secondo la rilevazione, la consultazione sulla riforma costituzionale sembra già una sorta di referendum pro o contro Renzi: voterebbe “sì” il 69% degli elettori centristi di governo (Ncd-Udc) e il 65,2% di quelli del Pd (il “no” si fermerebbe rispettivamente al 6 e al 5%, con un tasso di indecisi o non votanti fra il 25 e il 30%). Solo gli elettori di Sel avrebbero una marginale propensione al "sì" maggiore rispetto a quella di altri partiti d'opposizione: 26,6% contro l'11% di FI e Lega, il 7% di FdI e l'8,5% del M5S. leggi tutto

Referendum, note a margine

Luca Tentoni - 23.04.2016

Il referendum del 17 aprile è giunto a 42 anni di distanza da quello sul divorzio (12-13 maggio 1974) e a 21 anni dall'ultima consultazione che superò comodamente il quorum (quella dell'11 giugno 1995). In questa storia in due atti dell'istituto referendario ci sono altrettante eccezioni che confermano la regola: il mancato quorum del 1990, il quorum scattato nel 2011. Per il resto, fra i primi e i secondi 21 anni di referendum c'è un abisso. Il primo è stato il periodo della battaglia sul merito e nelle urne; il secondo, quello dell'astensionismo di supporto al "no". Che la tendenza ad abrogare le leggi fosse ormai diffusa era già chiaro alla fine degli anni Ottanta. Nelle consultazioni del 1974 (divorzio), 1978 (finanziamento partiti, legge Reale), 1981 (aborto - 2 quesiti - abolizione dell'ergastolo, ordine pubblico, porto d'armi), 1985 (scala mobile) il "no" vinceva sempre e comunque, anche con scarti minimi come nell'ultimo referendum della serie, caratterizzato da una contrapposizione fra Craxi e Pci-Cgil che chiuse forse definitivamente le porte ad una possibile futura "alternativa di sinistra". Nel primo quarto di storia referendaria, dunque, prevalsero l'alta affluenza (sempre minore rispetto alle politiche, però) e la tendenza dell'elettorato a confermare le leggi dello Stato, anche le più sgradite (quella sul finanziamento ebbe il 43,6% di sì: un campanello d'allarme per la Prima Repubblica; del resto, in quel drammatico 1978 l'elettorato italiano non era ancora pronto, come sarebbe stato nel 1991-'93, per dare una "spallata" al sistema). leggi tutto

L'Italia dei "sette campanili"

Luca Tentoni - 09.04.2016

Fra due mesi, quando saranno aperte le urne delle elezioni comunali, i partiti non potranno fare a meno di dare ai responsi delle "amministrative" un valore politico. O, meglio, lo faranno soprattutto i vincitori. Ad ogni buon conto, se ci sarà un dibattito sui risvolti del voto sul quadro politico nazionale si terrà conto non delle centinaia di comuni che pure rappresentano una parte non trascurabile dell'elettorato, ma dei sette capoluoghi di regione dove avranno luogo le sfide principali, probabilmente le più incerte e appassionanti. Come nella storica trasmissione radiofonica "Tutto il calcio minuto per minuto", insomma, saranno le notizie provenienti dai "campi principali" ad occupare in modo pressochè totalizzante l'attenzione degli appassionati. Eppure quelle sette città, come del resto i ventuno capoluoghi di regione italiani (per il Trentino-Alto Adige si considerano Trento e Bolzano) hanno un comportamento elettorale molto diverso rispetto al resto del Paese. Per accorgersene, basta elaborare i dati relativi alle consultazioni dal 2006 in poi. In tutte le occasioni il centrosinistra avrebbe vinto le elezioni: non solo come Unione nel 2006 (51,9% contro il 41,6% nazionale) ma anche come "piccolo centrosinistra" nel 2008 (politiche: Pd e Idv avrebbero portato Veltroni a Palazzo Chigi col 43,6% dei voti contro il 37,6% nazionale; il centrodestra si sarebbe fermato al 41,7%, contro il 46,8% nazionale) e nel 2009 (europee).  leggi tutto

Partiti "del leader" ed elezioni locali

Luca Tentoni - 02.04.2016

In un'epoca nella quale i partiti tendono a perdere spazio e consenso mentre i leader divengono non solo centrali ma trainanti e decisivi per il risultato elettorale e per la stessa esistenza di molti soggetti politici, il voto per il rinnovo dei consigli comunali previsto per la fine della primavera rappresenta un banco di prova fondamentale. Poichè la politica è sempre più un fatto mediatico e personalizzato, i partiti e i movimenti hanno la necessità di agire su due fronti: da un lato, quello nazionale, dove la comunicazione non può che passare attraverso internet ma anche per i mezzi di comunicazione "tradizionali" (giornali, televisione); dall'altro, c'è la dimensione locale del rapporto "porta a porta" con gli elettori e con le loro esigenze quotidiane, variabili a seconda del tipo di comune e del contesto sociale ed economico. Nei soggetti politici di un tempo il livello nazionale e quello locale non erano poi così disgiunti, anche se potevano apparire distanti: l'organizzazione capillare tradizionale (la sezione aperta e funzionante anche nei comuni più piccoli) e alcuni fattori unificanti (l'ideologia, la prevalenza della classe dirigente sul leader, il peso nazionale dei notabili locali) facevano sentire la "presenza" del Partito anche in ambiti territoriali minori. leggi tutto

Il centrodestra "plurale"

Luca Tentoni - 26.03.2016

La moltiplicazione delle candidature di centrodestra e destra a Roma rappresenta efficacemente lo stato attuale di disgregazione di un "polo" (la ex Cdl) che ha governato il Paese per circa nove anni e che ha sempre avuto percentuali di voto nazionali complessivamente superiori al 40% dei suffragi (se non prossime al 50%) fino al "terremoto elettorale" del 2013, quando la coalizione di Berlusconi perse milioni di voti ma si fermò, col suo 29,2%, ad un passo dal 29,5% del centrosinistra di Bersani, fallendo così la conquista del premio di maggioranza alla Camera dei deputati. Per anni, sia pure in presenza di due leader promotori di istanze diverse fra loro come Fini e Bossi (e dei rispettivi partiti) il centrodestra è sempre stato tenuto insieme da Berlusconi. Il Cavaliere riuscì addirittura a costruire la sua prima coalizione vincente, nel 1994, alleandosi con il Carroccio al Nord e con An nel centrosud: allora il "senatur" non voleva prendere con Fini "neppure un caffè" (salvo, poi, allearsi dopo il voto per dar vita al primo governo Berlusconi, durato pochi mesi). Il centrodestra disegnato dal Cavaliere e capace di vincere tre elezioni politiche (1994, 2001, 2008) aveva un leader incontrastato, una pluralità di forze politiche (dai neodemocristiani di Casini ai postmissini di Fini, passando per i leghisti di Bossi) ma soprattutto era incentrato su un partito egemone, Forza Italia. Gli "azzurri" avevano ciò che i loro alleati non possedevano: leggi tutto