Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Alla ricerca di un esito chiaro

Luca Tentoni - 01.10.2016

In settanta anni di storia, gli italiani sono stati chiamati una volta a scegliere fra Monarchia e Repubblica (1946) e per tre volte a decidere se confermare o respingere corposi progetti di riforma costituzionale: nel 2001 sul Titolo V, nel 2006 su una più profonda revisione della Seconda Parte della Carta, oggi su un progetto altrettanto vasto (in termini di articoli da modificare) che riguarda soprattutto il bicameralismo e (di nuovo) il Titolo V. Si tratta di consultazioni molto diverse fra loro per contesto storico, economico, sociale, politico e per il merito delle scelte affidate all'elettorato. Tuttavia il tratto in comune è costituito dall'importanza che l'innovazione potenziale o effettivamente attuata può avere sul quadro istituzionale. Il voto del 2 giugno 1946 fu senza il dubbio il più drammatico: la scelta fu preceduta e seguita da accese polemiche, accuse di brogli, incidenti di piazza (per fortuna non gravi). In quel caso, la Repubblica vinse col 54,27% dei voti contro il 45,73% della Monarchia: uno scarto di 8,54 punti percentuali che - visto oggi - potrebbe sembrare netto, tale da non lasciare spazio alle polemiche. Tuttavia, il numero delle schede bianche e nulle fu tirato in ballo per far tornare in gioco la Monarchia: inutilmente, perchè pur considerandole tutte come espressioni contrarie alla Repubblica, leggi tutto

Fra lotta e governo

Luca Tentoni - 24.09.2016

In una democrazia funzionante, tutti i soggetti politici dovrebbero partecipare alle elezioni per vincerle e governare. Tuttavia, in molti casi (presenti e passati) ciò non è possibile per la marginalità elettorale del partito, sul piano della collocazione o su quello del peso in termini di voti o, ancora, per la volontà degli altri di non allearsi (la conventio ad excludendum); oppure è impossibile per motivi nazionali o internazionali o per autoesclusione del partito dal "gioco delle alleanze"; o, ancora, potrebbe essere - per periodi di tempo più o meno limitati - non conveniente per lo stesso soggetto politico. Si può gareggiare per non governare, dunque, e persino perchè non si reputa opportuno farlo. Del resto, alcuni partiti o movimenti hanno ottenuto grandi risultati pur senza essere al governo: fra tutti, un esempio per il passato (i Radicali italiani, con i loro referendum e le battaglie che hanno caratterizzato una parte importante della storia nazionale) e uno attuale (l'UKIP di Farage che ha avviato un processo diventato poi più ampio ed è riuscito nel suo intento di spingere la Gran Bretagna a votare l'uscita dall'Unione europea) lo dimostrano. In un bel libro scritto da Jean-Yves Camus e Nicolas Lebourg ("Les droites extrêmes en Europe", ed. Seuil, 2015) uno spazio è dedicato anche ai partiti cosiddetti "populisti": leggi tutto

La "fluida stabilità" del mercato elettorale

Luca Tentoni - 17.09.2016

La presenza di più soggetti competitivi nel panorama politico nazionale rende il "mercato elettorale" ricco e sembra agevolare la "fluidificazione" di segmenti sociali e aree culturali e geografiche che un tempo risultavano del tutto impermeabili ad offerte diverse rispetto a quelle tradizionali. Non sono soltanto i partiti o movimenti nati o rinnovati negli ultimi anni ad avere più facilità nel conquistare posizioni in classi che sembravano patrimonio quasi esclusivo di certe parti politiche. C'è anche l'astensionismo: di gran lunga è la scelta più forte, quella che oggi sembra essere diventata il rifugio ultimo e sicuro per i delusi di tutte le tendenze e di ogni classe sociale. In questo quadro così "mobile", nel quale persino un raffronto fra i dati elettorali dei più recenti sondaggi e quelli del 2013 evidenzia scostamenti rilevanti per i singoli partiti (soprattutto nel centrodestra, dove il rapporto fra ex Pdl-Forza Italia e Lega è passato in tre anni da 21,6 a 4,1 per il partito di Berlusconi ad una sostanziale parità intorno a quota 12-14%) comincia però a farsi strada una possibile nuova tendenza. Si tratta di un fenomeno del quale ad oggi abbiamo solo flebili prove, ma che potrebbe avere un rapporto di causa/effetto con una possibile modifica dell'Italicum (l'eventuale passaggio dal premio di lista a quello di coalizione). leggi tutto

Il convitato di pietra

Luca Tentoni - 10.09.2016

Il piccolo test elettorale del 4 settembre in Meclemburgo-Pomerania è un tassello in un quadro generale di difficoltà dei sistemi partitici delle grandi democrazie europee. L'AfD è un soggetto politico molto diverso da altri gruppi di destra, così come si differenzia da partiti che altrove, in Europa, hanno una visione non legata a quelle delle tradizionali "famiglie politiche" (popolare-conservatrice, socialista-laburista, liberal-democratica) che hanno governato e in molti casi governano tuttora i maggiori paesi occidentali. Alcuni osservatori preferiscono concentrare la propria attenzione sulle caratteristiche "di schieramento" (la destra più forte nei paesi del centro-nord Europa, formazioni di sinistra come Syriza o Podemos più diffuse nell'area del Mediterraneo) ma si tratta di un'analisi che, sia pur legittima e talvolta ottimamente condotta, rischia di far confluire realtà, contesti sociali e idealità diverse nell'ambito di etichette troppo costrittive. Non possiamo, allo stato attuale, parlare di un'estrema destra europea come di un fenomeno unitario (possono esservi accordi al Parlamento europeo, più su base tecnica che ideale) ma non esiste e non esisterà nel breve-medio periodo un'"Internazionale di destra". La destra, anche quella estrema, ha molte gradazioni, come del resto è accaduto fin dall'Ottocento. Così come ci sono partiti non di destra che tuttavia non è facile inquadrare neppure nel campo della sinistra (il M5S, ad esempio). leggi tutto

Il futuro è monocolore?

Luca Tentoni - 27.08.2016

Se in Gran Bretagna è la regola (con qualche recente eccezione), in Italia il governo monocolore è un evento raro che - in caso di conferma dell'Italicum nella sua versione attuale - potrebbe verificarsi già dalle prossime elezioni politiche. Ben due forze su tre (Pd e M5S, contro un centrodestra che è però troppo eterogeneo e diviso per essere già considerato competitivo e pronto ad unirsi in un cartello elettorale) potrebbero riuscire ad aggiudicarsi i 340 seggi del premio previsto per Montecitorio e governare senza alleati. Neppure la Dc degli anni Cinquanta e Sessanta, che pure diede vita ad Esecutivi monocolore, sia pure per periodi brevi (i governi "balneari") e con l'appoggio esterno o l'astensione di forze minori, aveva mai avuto la possibilità di costituire una compagine ministeriale contando sul sostegno dei suoi soli parlamentari. Detto ciò, ad oggi le possibilità che si verifichi questa ipotesi sono più limitate di quanto si creda. In primo luogo, perchè se si discute sul fatto che l'Italicum sia o meno determinante per il "funzionamento" della riforma costituzionale sottoposta a referendum, è però certo l’opposto: se vincesse il "no" la legge elettorale per la Camera servirebbe a ben poco, perchè un governo dovrebbe avere anche la fiducia del Senato. leggi tutto

Il "dominus" della Terza Repubblica

Luca Tentoni - 30.07.2016

Non è un caso che il sistema elettorale sia sempre più spesso al centro del dibattito politico: la Seconda Repubblica e la Terza (quest’ultima a maggior ragione, dati i rapporti di forza fra i partiti) hanno avuto una dinamica molto diversa rispetto alla Prima, soprattutto per il semplice motivo che dal 1948 al 1987 (lasciando da parte il 1992, per motivi che esporremo in seguito) i governi sono sempre stati sostenuti (organicamente o dall'esterno) da partiti che complessivamente potevano contare su più del 50% dei voti. Dal 1992 (quando il quadripartito Dc-Psi-Psdi-Pli rimase al 48,85% alla Camera e al 46,22% al Senato ma ottenne ugualmente una risicata maggioranza di seggi, persino in un regime di proporzionale quasi pura) nessuna coalizione ha mai ottenuto almeno la metà più uno dei voti validamente espressi alla Camera dei deputati e al Senato. Nel 2001 (centrodestra - CDL) e nel 2006 (centrosinistra - Unione, ma anche centrodestra - CDL) ci furono "poli" che superarono il 49% dei voti e che forse - se si fossero mantenuti i sistemi elettorali previgenti al Mattarellum e al Porcellum - avrebbero avuto la maggioranza a Montecitorio e a Palazzo Madama per un pugno di seggi (ma non possiamo esserne certi e comunque - data l'eterogenità e la difficile tenuta di schieramenti così vasti - far durare in carica un governo sarebbe stata un'impresa ardua, come insegna l'esperienza del Prodi II nel 2006-2008). leggi tutto

La frammentazione parlamentare

Luca Tentoni - 23.07.2016

Il fenomeno della frammentazione e moltiplicazione dei gruppi parlamentari non conosce soste. Si tratta - come vedremo - di un aspetto tipico della Seconda Repubblica. Dall'insediamento del Parlamento, i sette gruppi (va detto che fra questi, alla Camera, è incluso quello di Fratelli d'Italia, costituito solo dopo la seduta del 2 aprile 2013, in deroga al numero minimo) di Montecitorio e Palazzo Madama (più il Misto) sono diventati nove più uno alla Camera e altrettanti in Senato. I gruppi misti - inizialmente (ma dopo la costituzione alla Camera di FD'I) erano composti da 14 deputati e 11 senatori, quasi tutti di minoranze linguistiche, eletti all'estero o di gruppi minori - mentre oggi sono formati complessivamente da 89 parlamentari (63 a Montecitorio, 26 a Palazzo Madama) divisi a loro volta in otto componenti alla Camera e sei al Senato (più i non iscritti). Nel frattempo, i tre principali gruppi parlamentari del 2013 (quelli di Pd, Forza Italia e M5S) sono scesi complessivamente da 499 a 442 deputati e da 251 a 188 senatori. Per la verità, il Pd non è stato interessato dal fenomeno (anzi, ha accresciuto i propri gruppi di otto unità a Montecitorio e sette a Palazzo Madama) mentre il calo ha colpito forzisti e Cinquestelle. La diaspora più marcata si è però avuta in Scelta Civica, che aveva il quarto gruppo più numeroso in entrambi i rami del Parlamento. leggi tutto

Riflessioni sulla governabilità

Luca Tentoni - 09.07.2016

La nuova legge elettorale per la Camera dei deputati (l'Italicum) è entrata in vigore soltanto il primo luglio scorso, dopo una lunga "vacatio", ma la sua eventuale modifica è oggetto di dibattito da parecchi mesi. In particolare, gli esiti del voto amministrativo del 5 e 19 giugno hanno alimentato le spinte in direzione di un possibile cambiamento riguardante l'attribuzione del premio di maggioranza: non più ad un solo partito (vincitore con almeno il 40% dei voti al primo turno o al ballottaggio fra le prime due liste) ma ad una coalizione. Poichè il confronto nel mondo politico sembra riguardare soltanto (o prevalentemente) le prospettive di breve-medio termine (la prima applicazione dell'Italicum nel 2017 o nel 2018; il possibile ridisegno dei confini delle alleanze; questioni interne ai partiti e alle "famiglie politiche") ci asterremo da ogni valutazione sul merito e sulle ragioni del cambiamento o del mantenimento dell'impianto vigente. Nella disputa in corso - come anche in quella sulla riforma costituzionale - c'è un'espressione ricorrente sulla quale riteniamo invece opportuno richiamare l'attenzione. Si tratta della "governabilità". Un concetto dai contorni molto sfumati, che è stato oggetto per decenni di studi nazionali e internazionali di grande portata, ma che è ancora difficile ricomprendere nei margini di una definizione che sia al contempo corretta ed esaustiva. leggi tutto

Bilancio dei ballottaggi nei capoluoghi di regione

Luca Tentoni - 25.06.2016

Il turno di ballottaggio delle elezioni comunali nei capoluoghi di regione ci ha riservato alcune conferme e parecchie sorprese. Il primo dato in controtendenza riguarda il rendimento dei candidati sindaci: al primo turno, i voti ai soli aspiranti primi cittadini erano stati appena il 4,4% sugli aventi diritto. Tuttavia, al secondo turno i due rimasti in lizza hanno mediamente ottenuto il 31,27% di voti in più rispetto al primo: un indice record se confrontato con le consultazioni precedenti, tranne quelle degli albori della Seconda Repubblica (1993-'95: 36,46%). Su dodici candidati in gara nei sei capoluoghi di regione, solo uno (Lettieri a Napoli) ha ottenuto il 19 giugno meno consensi che al primo turno (circa 4800 in meno). Nella storia dei ballottaggi (1993-2013) su 44 candidati erano stati nove quelli con meno voti al secondo turno (il 20,5%). Il dato aggiornato al 2016 è invece il seguente: su 28 ballottaggi e 56 candidati, solo 10 (17,9%) hanno perso voti rispetto alla prima votazione. Resta da capire quanto abbiano influito - in questo recupero di consensi - i profili dei candidati del 2016 o, piuttosto, l'afflusso degli elettori dei concorrenti esclusi al primo turno (in altre parole: il voto "contro" uno dei due rimasti in lizza). La differenza, sul piano politico, non è irrilevante. Quel 31,27% in più è quasi il doppio del 17,7% fatto registrare nel periodo 1993-2013. leggi tutto

Comunali: il rendimento dei candidati sindaci

Luca Tentoni - 15.06.2016

Nel nostro viaggio nelle elezioni comunali dei sette capoluoghi di regione chiamati al voto il 5 giugno (e, in sei casi su sette, il 19 giugno per i ballottaggi) abbiamo fatto riferimento al "bipolarismo comunale", cioè alla capacità dei due maggiori candidati di attrarre il massimo numero dei voti possibile. Mentre a livello nazionale i due "poli" più forti hanno ottenuto il 77,2% nel 1994, per salire all'85% nel periodo 1996-2001 e al 98,9% del 2006, ridiscendendo all'83,8% nel 2008 e crollando fino al 58,7% del 2013, a livello comunale si è assistito ad un primo dato più basso (1993-'95: 67,6%) per poi salire all'82,3% del 1997-'99, assestarsi sul 92,2% del 2001-'09 e scendere al 79,75% del 2011-'13. In occasione delle elezioni amministrative del 2016 i due candidati più votati hanno ottenuto in media un più magro 72,4%, segno che la competizione multipolare lascia circa tre votanti su dieci senza il proprio candidato sindaco al ballottaggio. È col voto degli "elettori orfani" che si può decidere più di una competizione. Tornando al "bipolarismo comunale" ci si è chiesti - in un precedente articolo per Mentepolitica - se la forte discesa dell'indice nazionale potesse essere accompagnata da un abbassamento altrettanto forte a livello locale, nelle sette maggiori città al voto. In effetti, fra il 1994 e il 2006 lo schema bipolare è stato più forte per il Parlamento che per i comuni. leggi tutto