Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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L'anno che verrà

Luca Tentoni - 17.12.2016

La fine della campagna referendaria e l'insediamento del governo Gentiloni non hanno portato al Paese la serenità che sarebbe opportuna per superare mesi di aspre contrapposizioni. Nonostante l'azione del Capo dello Stato e l'indole moderatrice del nuovo Premier, l'anno che ci attende sarà contraddistinto dal proseguimento dell'ormai eterna battaglia elettorale. La prima metà del 2017, infatti, sarà caratterizzata dal congresso del Pd e da due appuntamenti elettorali: uno con le amministrative (si voterà in un migliaio di comuni), l'altro con i referendum abrogativi (sui licenziamenti - in pratica sull'articolo 18 - sui voucher nel lavoro accessorio, sulla responsabilità solidale in materia di appalti) ai quali molto probabilmente la Consulta darà il via libera entro il 20 gennaio. Sempre la Corte Costituzionale sarà protagonista di un altro passaggio-chiave della legislatura: la pronuncia sull'Italicum. Le forze politiche attendono con ansia la sentenza - che però non arriverà prima del 24 gennaio - e che potrebbe portare a tre esiti possibili: 1) le obiezioni di costituzionalità potrebbero essere dichiarate inammissibili (in fondo la legge non è ancora stata applicata ed è difficile valutare se leda dei diritti); 2) la questione di legittimità costituzionale potrebbe essere respinta, lasciando la legge inalterata; 3) potrebbero, infine, essere accolte una o più censure, tra le quali quella sul ballottaggio (non è chiaro con quali conseguenze: dipenderebbe dalle argomentazioni della Corte). leggi tutto

Geografia referendaria

Luca Tentoni - 07.12.2016

L'esito del referendum costituzionale ci restituisce una geografia elettorale non troppo diversa nelle tendenze rispetto alle politiche del 2013 e soprattutto alle europee del 2014, ma evidenzia alcune novità (fra tutte, l'affluenza al 68,5%) che a nostro avviso spiegano molto di ciò che è accaduto nel Paese il 4 dicembre. Il primo dato è sorprendente - a dimostrazione del fatto che le coincidenze, talvolta, hanno un valore maggiore di quello che gli attribuiamo - e riguarda il potenziale di voto dello schieramento del “sì” alle europee 2014 (Pd più centristi), raffrontato a quello del “sì” abrogativo della legge sul divorzio (base di partenza di Dc e Msi il risultato delle politiche 1972). Fanfani partiva, nel '74, dal 47,33% e giunse al 40,74% (-6,6%); Renzi, 42 anni dopo, è partito dal 47,31% delle europee ed è giunto al 40,89% (-6,4%). Lo stesso Craxi, che nel 1985 vinse il referendum sulla scala mobile partendo dal 58,62% delle precedenti politiche, ebbe una percentuale dei "no" pari al 54,32% (-4,3%). In altre parole, in tutti questi casi i leader hanno pagato un dazio. Ma con una differenza: la coalizione di Craxi godeva di un consenso largamente maggioritario nel Paese e nelle urne oltre che in Parlamento, mentre quelle di Fanfani e Renzi partivano sotto quota 50% ed erano costrette a rimontare. In un articolo precedente per Mentepolitica ("Geografia pre-referendaria":  http://www.mentepolitica.it/articolo/geografia-pre-referendaria/1019) leggi tutto

Primarie a destra: l'Italia non è la Francia

Luca Tentoni - 26.11.2016

Per la prima volta, i partiti del centrodestra francese stanno facendo scegliere agli elettori il proprio candidato all'Eliseo. Il primo turno di votazione si è svolto domenica 20 novembre. Accedono al ballottaggio François Fillon e Alain Juppé; l'ex Capo dello Stato Nicolas Sarkozy, invece, è giunto al terzo posto, quindi è rimasto escluso dal secondo turno (rimandiamo, per un approfondimento, all’articolo di Michele Marchi per Mentepolitica del 23 novembre scorso: "Primarie francesi 2016: un ciclone Fillon" (http://www.mentepolitica.it/articolo/primarie-francesi-2016-un-ciclone-fillon/1034). La partecipazione al voto è stata elevata (circa 4 milioni di elettori) anche considerando che si trattava della prima esperienza di elezioni primarie per questa area politica (i socialisti, invece, hanno adottato da anni questo metodo di selezione). Da tempo, in Italia ci si chiede se quel che resta della CDL sia in grado di organizzarsi non solo per costituire una coalizione o (cosa più difficile, se non impossibile) un "listone unico" da presentare alle elezioni, ma anche se sia possibile dar vita a "primarie" aperte agli elettori di area. Le difficoltà non sono di carattere organizzativo (o lo sono solo marginalmente) perchè il nodo è politico. In primo luogo, bisognerebbe stabilire se tutti i candidati sarebbero disposti ad accettare (come in Francia è avvenuto) di riconoscere il risultato sia pure in presenza di quel 23% di votanti leggi tutto

La politica e il "consumismo mediatico"

Luca Tentoni - 19.11.2016

Il dibattito sui cambiamenti d'orientamento dell'elettorato si è fin qui incentrato sulla definizione di "populismo". Spesso, dunque, si è data una connotazione (positiva o, più spesso, negativa) ad un fenomeno che invece, a nostro avviso, può essere studiato anche da punti di osservazione diversi. Uno di questi riguarda la "società della comunicazione". La caratteristica del nostro tempo è la velocità, ben rappresentata dall'esigenza di avere connessioni internet sempre più rapide e potenti. L'elettorato - sia quello che partecipa, sia quello che non va alle urne - sembra accomunato dalla necessità di ottenere dalla politica risposte veloci e possibilmente (almeno all'apparenza) efficaci. Questa esigenza mette in difficoltà tutte quelle forze politiche che non riescono a semplificare il proprio messaggio, a competere su un piano comunicativo che è fatto spesso di sintesi estreme, di slogan. La critica nei confronti delle élites e delle elaborazioni ideologiche tradizionali sembra far rimarcare la distanza fra il tempo e lo spazio argomentativo necessario ad elaborare e illustrare un progetto sociale e culturale e la necessità di una politica prêt-à-porter. Da un lato, non si ha una prospettiva seria se non c'è una "visione" del futuro traducibile in proposte concrete, dettagliate e realizzabili, perchè non basta chiedere all'elettore una fiducia pressochè "in bianco" leggi tutto

Riforma del Senato e gruppi parlamentari

Luca Tentoni - 12.11.2016

A tre settimane dal referendum costituzionale le possibilità che il testo di revisione sia approvato dal popolo sono - secondo i sondaggi - intorno alla metà. La nostra analisi, stavolta, verte perciò sulla possibilità (su due) che il Senato abbia diversa composizione e altri poteri rispetto all'attuale. Se vinceranno i "sì", i senatori avranno caratteristiche dissimili dagli attuali: oltre a quelli di nomina presidenziale e agli ex Capi dello Stato avremo 21 sindaci e 74 consiglieri regionali. A questo punto Palazzo Madama dovrà darsi un nuovo regolamento, organizzare il lavoro in un numero ristretto di Commissioni (sia per la riduzione delle materie di competenza, sia perché dividendo i cento senatori per le attuali quattordici Commissioni permanenti si avrebbero appena 7-8 membri per ciascuna) ma soprattutto si capirà - dal numero, tipo e consistenza dei gruppi parlamentari - "cosa" sarà davvero il nuovo Senato. La revisione costituzionale, infatti, lascia liberi i nuovi senatori di predisporre un regolamento interno conforme al procedimento legislativo della riforma, però - com'è ovvio - non può ingerirsi nel tipo di articolazione politica o geografica che i rappresentanti vorranno darsi. In altre parole, al momento di formare i gruppi parlamentari, potremmo avere almeno tre modalità di aggregazione dei senatori: per appartenenza ad un partito (come alla Camera), leggi tutto

Geografia pre-referendaria

Luca Tentoni - 05.11.2016

A un mese dal referendum costituzionale, i sondaggi continuano a non delineare un vincitore netto (cioè oltre il 55% delle preferenze espresse). Al momento dello scrutinio sarà ovviamente fondamentale il dato sulla scelta prevalente ("sì" o "no") ma subito dopo, in sede di analisi, si cercherà di capire quanti voti si saranno spostati fra i vari "fronti", in quali regioni, in quali direzioni, oltre a quantificare la "fedeltà" degli elettori di ciascun partito. Oggi, ovviamente, abbiamo solo due tipi di indicazioni: quella dei sondaggi (che però sono solo fotografie del momento e "scontano" la presenza di molti indecisi) e delle precedenti elezioni nazionali. Nel primo caso, le rilevazioni condotte nei giorni scorsi da Demos&Pi, Scenaripolitici-Winpoll, Ixé ed EMG collocano il "sì" intorno al 47,2-48,1% e il "no" fra il 51,9 e il 52,8% tra quanti si esprimono. Si tratta di un margine troppo ristretto, suscettibile di variazioni: Demopolis, infatti, stima il “sì” al 49,5%, ma ammette che l’oscillazione possibile è fra il 46 e il 53%, mentre per il “no” è fra il 47 e il 54%. Nel secondo caso, invece, abbiamo dati certi, dai quali possiamo trarre indicazioni non per l'esito del voto, ma per avere una misura - sia pure un po' approssimativa - della forza delle coalizioni in lizza. leggi tutto

I problemi del dopo-voto

Luca Tentoni - 29.10.2016

A pochi giorni dal voto per la scelta del nuovo presidente degli USA, un quotidiano statunitense (USA Today) ha dedicato un dossier al tema "Red blood, blue blood: How do we begin to heal after Clinton vs. Trump?" chiedendo ad alcuni giornalisti come hanno fatto (o possono fare) alcuni paesi a superare divisioni gravi (la Brexit, la crisi economica). Nella premessa si ricorda che l'elezione del 2000 (con i voti contestati della Florida e la battaglia fra George W. Bush e Al Gore) fu accesa e seguita da polemiche, ma oggi "le ferite sono più profonde: se Trump perde, cosa succede ai suoi sostenitori, molti dei quali arrabbiati bianchi che già ritengono di essere stati lasciati indietro? E se Hillary Clinton perde, cosa succede ai suoi sostenitori, tra cui molte minoranze che si sentono frustrate, sotto attacco, e le donne che avevano sperato di rompere un enorme soffitto di cristallo?". In altre parole si tratta di ricomporre una sorta di "unità nazionale" minata tuttavia da conflitti di antica data, difficili da superare. La campagna elettorale statunitense del 2016 ha finito per accentuare le divisioni e i rancori, alimentando inoltre la disillusione. Molti sondaggi indicano che i due candidati in lizza saranno votati da molti solo perchè si è in mancanza di meglio. leggi tutto

Una lunga storia di scontri politici

Luca Tentoni - 22.10.2016

Il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre sarà un appuntamento che segnerà la storia della Seconda Repubblica e forse - indipendentemente dall'esito - costituirà uno degli atti finali della fase politica iniziata nel 1994. La campagna incessante e talvolta "sopra le righe" che sta caratterizzando la battaglia referendaria rappresenta probabilmente il momento di maggiore contrapposizione dell'ultimo ventennio. Possono paragonarsi a questa competizione le elezioni del 1994 e quelle del 2006, precedute e seguite da un clima di scontro politico senza esclusione di colpi. Se però la Seconda Repubblica sembra essere stata connotata come l'epoca della contrapposizione bipolare, quindi del conflitto, la Prima non può essere considerata come un periodo stabile e senza contrasti. Com'è noto, infatti, la storia dei primi 48 anni della Repubblica è stata segnata da almeno sei o sette momenti paragonabili a quello che stiamo vivendo. Nel 1948, 1953 (elezioni politiche), 1974 (referendum sul divorzio), 1976 (elezioni politiche), 1985 (referendum sulla scala mobile), 1991-'93 (referendum sui sistemi elettorali nazionali) un appuntamento con le urne si trasformò in uno scontro destinato a produrre vinti e vincitori, cambiando il corso della nostra storia. Gli effetti sul sistema politico della vittoria democristiana del 18 aprile 1948 caratterizzarono l'intera Prima Repubblica. Quel trionfo della Dc (48,5% dei voti contro il 31% del Fronte popolare composto da Pci e Psi) leggi tutto

Fasi politiche e durata dei governi

Luca Tentoni - 15.10.2016

In un precedente intervento su Mentepolitica (9 luglio 2016) si rilevava, andando alla ricerca di una definizione accettabile (non necessariamente esaustiva) di "governabilità", che "la durata in carica di un governo è una condizione per attuare una linea politica e può essere un fattore positivo se il progetto che anima i protagonisti della compagine ministeriale è chiaro e perseguito con capacità ed efficienza". Nell'analisi non si trascuravano i fattori istituzionali (la legge elettorale), politici (il sistema dei partiti), socio-economici e culturali "di contesto". Era stato rilevato, in quella occasione, che la durata di un Esecutivo non equivale automaticamente all'efficienza del suo operato: così come nella legislazione non conta il numero di leggi ma la qualità degli interventi normativi, anche nell'azione politica non è importante "tirare a campare" ma bisogna far fruttare nel migliore dei modi il tempo che si ha a disposizione per servire il Paese. In questa occasione, invece, passeremo rapidamente in rassegna alcune cifre riguardanti la durata dei governi della Repubblica (63 o 64, comprendendo anche il primo De Gasperi che nacque al tempo della monarchia ma restò in carica durante il referendum istituzionale e nei primi giorni dopo la partenza di Umberto II per l'esilio). Fra questi, 51 sono riconducibili alla "Prima Repubblica" (1946-1994) e 13 alla Seconda (dal 1994).  leggi tutto

Referendum, il gioco delle somiglianze

Luca Tentoni - 08.10.2016

Il referendum costituzionale del 4 dicembre si avvicina, portando con sè polemiche e contrasti che difficilmente potranno essere superati nei mesi immediatamente successivi al voto. In questo nostro appuntamento con Mentepolitica, perciò, cerchiamo di proporvi qualcosa di più "lieve": non un'analisi politologica ma un semplice gioco, alla ricerca di somiglianze che forse non hanno attinenza fra loro e forse non spiegano nulla della mobilitazione elettorale in vista del 4 dicembre: speriamo tuttavia di fornire elementi per una riflessione. Partiamo dal sondaggio pubblicato dal "Corriere della Sera" il 3 ottobre, secondo il quale gli elettori disposti ad approvare la riforma costituzionale sarebbero pari al 23% degli aventi diritto al voto (circa 11,5 milioni), i contrari il 25% (12,5 milioni), gli indecisi l'8% e i non votanti il 44%. In proporzione sulle preferenze espresse, i "sì" avrebbero il 48%, i "no" il 52%. Altri sondaggi danno invece percentuali diverse (EMG: sì 46,7%, no 53,3%; Demopolis, sì 49,5%, no 50,5%; Ixè, sì 51,3%, no 48,7%) ma è un dato di fatto, in questo momento, che le due opzioni oscillino fra il 48 e il 52%: la campagna elettorale - ormai iniziata da mesi - non ha ancora spostato decisamente le preferenze degli italiani verso una delle due scelte. La rilevazione di Pagnoncelli evidenzia inoltre che le appartenenze di partito giocano molto a favore del voto al referendum: leggi tutto