Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Il voto dei giovani

Luca Tentoni - 11.03.2017

Durante la battaglia referendaria del 2016 si è parlato della difformità fra le due Camere; in particolare, si è rilevato che i deputati sono espressione di un corpo elettorale (formato da tutti i maggiorenni) più ampio rispetto a quello per il Senato (costituito, quest’ultimo, dagli italiani che hanno compiuto 25 anni d'età). In più, la distribuzione regionale dei seggi può (trascurando il fenomeno del "voto disgiunto" Camera-Senato, che appare non molto significativo) favorire la divaricazione fra i risultati e i rapporti di forza all'interno dei due rami del Parlamento. Ovviamente, con la campagna tutta concentrata sulla differenziazione del bicameralismo (e sull'Italicum, altro elemento che aumentava la differenza, essendo valido per la sola Camera dei deputati) si è però perso di vista un dato di fondo, che invece sarà fra le "chiavi" più importanti delle prossime elezioni politiche italiane: il fattore generazionale. Si tratta di un fenomeno non solo italiano: in Francia (alla quale si guarda in questo periodo con grande attenzione per i possibili sviluppi dell'elezione presidenziale) un sondaggio Elabe (condotto fra il 30 gennaio e l'8 febbraio 2017) ci spiega che - mentre l'elettorato di Emmanuel Macron è abbastanza omogeneo per classi d'età - le differenze fra voto giovanile si riscontrano soprattutto nel confronto fra Marine Le Pen e François Fillon: leggi tutto

Il voto di chi (forse) non vota

Luca Tentoni - 04.03.2017

In occasione delle elezioni amministrative che, nella prossima primavera, riguarderanno 25 capoluoghi di provincia e molti altri comuni, il tasso di partecipazione elettorale sarà - come al solito - al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica per un giorno o due, in attesa dei risultati di candidati sindaci e partiti. In seguito, l'astensionismo tornerà ad essere un argomento per pochi studiosi di sociologia elettorale. Eppure, come ha dimostrato anche il recente referendum del 4 dicembre 2016 sul progetto di revisione costituzionale, la mobilitazione di quella fascia dell'elettorato che non vota sempre può essere importante per rafforzare una tendenza o mutarla. In Italia, come in molte altre democrazie, ci sono diversi segmenti dell'elettorato: quello "fedele", che partecipa a tutte le competizioni (o alla maggior parte di quelle in programma: in occasione di alcuni referendum, a causa dell'invito dei partiti ad astenersi o dello scarso interesse del quesito, l'affluenza scende fino al 30%: nel primo caso, però, si tratta di un non voto in qualche modo "partecipativo", perché tendente a far fallire la possibile vittoria degli abrogazionisti referendari) e che oggi si può quantificare - a livello nazionale - poco sotto o intorno al 50% degli aventi diritto al voto; quello "intermittente", che si mobilita di più in certe occasioni (le politiche), leggi tutto

La "quadriglia" repubblicana

Luca Tentoni - 25.02.2017

La scissione del Partito democratico ha riproposto il problema della frammentazione politica. Il sistema dei partiti della Prima Repubblica aveva almeno due caratteristiche diverse rispetto a quello della seconda: l'indice di bipartitismo (cioè la percentuale dei voti ai primi due soggetti politici) più alto nel periodo 1948-'92 che nel 1994-2013 e un sistema elettorale puramente proporzionale (a fronte del Mattarellum e del Porcellum che sono stati oggettivamente premianti per i partiti maggiori). A ben guardare i dati elettorali, tuttavia, la storia di 70 anni di Repubblica si può comprendere meglio se la si divide in almeno quattro periodi: due riguardano gli anni del primo sistema dei partiti e due quelli fra il 1994 e oggi. Nella "prima Repubblica dei partiti", che va dal 1948 al 1976, l'indice di bipolarismo passa dall'eccezionale 79,49 del duello Dc-Fronte Popolare del '48 ad un più ragionevole livello del 63-66% dei voti che resta immutato fino al 1976, quando un altro duello (Dc-Pci) lo riporta al 73,08. In questo periodo, il numero dei partiti con almeno l'1% dei voti è quasi sempre pari ad otto (7 nel 1948, 9 nel 1958, otto in tutti gli altri casi). Questi primi otto partiti ottengono fra il 93,57 e il 98,48% dei voti validi espressi, con una media intorno al 96,7%. in quella che comprende i soggetti politici leggi tutto

Le incognite della riforma elettorale

Luca Tentoni - 18.02.2017

In queste settimane le forze politiche e il Parlamento sono chiamati a riscrivere le leggi elettorali, dopo la sentenza 35/2017 della Corte Costituzionale. Un accordo appare improbabile, anche perché non è chiaro cosa si vuole dal sistema "che trasforma voti in seggi". Alla base della scelta di un modello esistente o dell'elaborazione di un nuovo meccanismo c'è sempre uno scopo: nel 1948, quello di rappresentare i partiti e la società così com'erano (in un sistema proporzionale, inoltre, la centralità della Dc aumentava le possibilità che una coalizione di governo non potesse non ricomprendere i democristiani); nel 1953, la cosiddetta "legge truffa" (o "legge Scelba") tendeva a premiare l'unica possibile coalizione di partiti che potesse raggiungere il 50% più uno dei voti (quella formata da Dc e alleati minori centristi) isolando le estreme di destra e di sinistra per sottorappresentarle e, soprattutto, recuperare alla Dc - in forma di "voto utile" - il consenso andato "in libera uscita" a destra nel Mezzogiorno in occasione delle amministrative del '52; nel 1994, invece, uno scopo politico non c'era: in presenza del pronunciamento popolare sulla legge elettorale del Senato e in pieno sgretolamento del sistema dei partiti, si adottò un meccanismo simile al "ritaglio referendario" (in quella occasione ci fu chi si illuse, leggi tutto

Il circuito del consenso

Luca Tentoni - 11.02.2017

Nelle democrazie contemporanee, il ruolo dell'opinione pubblica appare predominante: i sondaggi ci restituiscono quotidianamente indicazioni sulle tendenze politiche e sociali che si vanno affermando, tanto che la classe politica e gli operatori dei mezzi di comunicazione di massa finiscono per attribuire a questi strumenti di misurazione un valore ben maggiore rispetto a quello che oggettivamente hanno. Sembra quasi che le "democrazie avanzate" non sappiano e non possano fare a meno di quello che Patrick Champagne, nel suo "Faire l'opinion - Le nouveau jeu politique" (edito nel 1990, ma giunto con più nuove edizioni fino ai giorni nostri) definisce come una situazione di "elezioni permanenti": "anche se i deputati restano legalmente eletti per cinque anni, la loro legittimità dipende ormai in modo crescente dai risultati dei sondaggi elettorali e dal livello di popolarità". In altre parole, secondo lo studioso francese, gli uomini politici, che sono eletti per decidere, finiscono per essere sottomessi ad una "volontà popolare" espressa nei sondaggi e che sembra rendere possibile il prevalere "di una sorta di democrazia diretta" che dipende, giorno dopo giorno, dal giudizio degli interpellati sui vari temi. Secondo Champagne, la pratica è alla base di un "pensare per sondaggi" che va affermandosi, cioè la tendenza" a convocare in permanenza gli intervistatori per decidere in nome d'una opinione che è stimata come maggioritaria". leggi tutto

La Repubblica bloccata

Luca Tentoni - 04.02.2017

Dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha abolito il ballottaggio per la Camera, "ritagliando" l'Italicum, l'Italia si avvia - in mancanza di novità - a tornare alla proporzionale. La Seconda Repubblica, nata con una legge elettorale ricalcata in buona misura su quella del Senato (essendo una versione rimodellata di quanto scaturito dal referendum del 1993), arrivata al giro di boa con il "Porcellum" del 2005 (in parte dichiarato incostituzionale), ha visto "nascere" una terza legge da una sentenza della Consulta (1/2014: il Consultellum) e poi una quarta (l'Italicum) anch'essa non uscita indenne dal vaglio della Corte costituzionale. In altre parole, il Parlamento non è riuscito a concepire qualcosa di nettamente diverso rispetto ad un'indicazione "esogena" (il referendum del 1993, le sentenze della Consulta) e nemmeno ad approvare leggi che fossero in grado di superare senza problemi il vaglio di costituzionalità: si tratta di vicende diverse negli anni, ma che forse ritraggono sufficientemente bene una lunga stagione nel corso della quale la progettualità politica ha spesso lasciato il posto all'approssimazione, alla quantità e all’immagine (delle riforme e delle promesse mancate) piuttosto che alla qualità. Dunque, se non avremo sorprese, il sistema dei partiti dovrà ristrutturarsi su basi molto diverse da quelle che si prevedeva dovessero caratterizzare la "Terza Repubblica", leggi tutto

Un nuovo bipolarismo (imperfetto)

Luca Tentoni - 28.01.2017

L'ipotesi che, dopo le prossime elezioni politiche, la destra lepenista di Salvini e Meloni si allei col M5S per formare un governo appare improbabile. Alcune convergenze in materia di politica estera, immigrazione e soprattutto sull'euro spingono alcuni a ritenere che ci sia spazio per una collaborazione. Forse, però, la situazione è diversa. Mentre nel 2013 avevamo visto il bipolarismo della Seconda Repubblica lasciare il posto al tripolarismo (centrodestra, centrosinistra, M5S), oggi appare chiaro che la distinzione principale - almeno quella percepita da parte non irrilevante dell'elettorato - è pro o contro l'euro e l'Unione europea: una sorta di nuovo bipolarismo, molto imperfetto. La contrapposizione destra-sinistra perde forza se abbiamo da un lato un partito che "si chiama fuori" da questa distinzione (il M5S) e dall'altro due blocchi che dovrebbero essere compatti e contrapposti, ma che in realtà non lo sono (nell'ex centrosinistra lo strappo fra il Pd e le forze di sinistra radicale è ben lungi dall'essere ricucito; nel centrodestra le distanze fra Forza Italia e Lega-FdI, a maggior ragione dopo l'elezione di Tajani alla guida dell'Europarlamento e la vittoria di Trump negli USA, si accentuano anzichè ridursi). Oggi il partito di Berlusconi è più vicino al PPE, alla Merkel e persino al Pd di Renzi di quanto lo sia rispetto agli alleati lepenisti italiani. leggi tutto

La democrazia "migliore"

Luca Tentoni - 21.01.2017

Spesso, nel dibattito politico quotidiano, si tende a marcare la differenza e la contrapposizione con gli avversari affermando la supremazia del proprio partito e dei propri elettori: i "migliori" contro gli altri (intesi come incapaci, corrotti, diffusori di notizie false e di ideologie fuorvianti e via dicendo). Si tratta di un modo per tenere uniti i sostenitori e per segnalare alla parte dell'elettorato del partito un po' meno fedele e affezionata che un'altra scelta non solo non è possibile, ma che è suicida. Il concetto di “migliore” è stato analizzato con cura da Antonio Campati in un suo recente volume ("I migliori al potere - La qualità nella rappresentanza politica" - ed. Rubbettino). Secondo Campati, "l'idea-concetto di qualità si incontra e, in un certo qual modo, si scontra con l'ideale democratico; in altri termini, quello che possiamo definire come il principio qualitativo della classe politica - la necessità di qualificare le élite di comando - non solo è (ancora) parte centrale della teoria democratica, ma si interseca con non pochi interrogativi problematici che da essa vengono sviluppati". In altre parole, al di là dell'uso propagandistico che si può fare del concetto, c'è una delle più grandi questioni irrisolte del dibattito sulla democrazia: in un sistema che tende a rappresentare, leggi tutto

Leggi elettorali e "second best"

Luca Tentoni - 14.01.2017

In un recente saggio ("Le nouvel ordre électoral" - ed. Seuil) Hervé Le Bras ci spiega che il tripartitismo francese si è ormai affermato, ma aggiunge che le dinamiche elettorali tendono a premiare maggiormente, laddove si arriva a ballottaggi a due, la destra rispetto alla sinistra e a scapito (pressochè sempre) del FN di Marine Le Pen. Anche se il demografo francese si spinge ad ipotizzare un esito più agevole per l'eventuale sfidante della leader di estrema destra (con una vittoria più ampia se il "competitor" fosse di destra, rispetto ad uno sfidante di sinistra), lo studio mette in chiaro come, in un sistema dove ci sono tre blocchi disposti su un asse ben delineato (in questo caso: sinistra-destra) il soggetto politico che è idealmente in mezzo agli altri due (quindi centrale sul continuum, non necessariamente centrista) è favorito, perchè raccoglie i voti di chi - a sinistra e nel FN - lo considera come il male minore. Esaminando le elezioni del 2012, 2014 e le due tornate amministrative del 2015, Le Bras afferma che "grazie alla sua posizione centrale, la destra ottiene un numero di seggi ben superiore a quello che potrebbe ottenere in rapporto ai voti del primo turno" e aggiunge che "un Fronte Nazionale al 25 o 30% sembra annunciare un lungo periodo di dominio della destra", leggi tutto

Il sano realismo del Quirinale

Luca Tentoni - 04.01.2017

Fra il primo messaggio di fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e quello dello scorso 31 dicembre c'è più di un punto di continuità, anche se il 2016 della politica italiana è stato un anno di svolta e - per certi versi - di cambiamento. La bussola del Quirinale, tuttavia, resta la stessa: la Costituzione. Se nel 2015 il discorso di Mattarella era stato una sorta di rassegna dedicata alla Carta repubblicana, nel 2016 il Capo dello Stato ha concentrato la sua attenzione su pochi punti essenziali, per primo il lavoro, "il problema numero uno del Paese", che impedisce a "troppe persone a cui manca da tempo" di "sentirsi pienamente cittadini". In altre parole, quell'articolo 1 della Costituzione, che molti reputano un artificio retorico ("la Repubblica fondata sul lavoro") è invece alla base della nostra convivenza: "non ci devono essere" - come ha detto Mattarella - "cittadini di serie B". Non è solo una questione di dignità personale, ma di rispetto del principio di uguaglianza e di piena appartenenza a quella comunità nazionale alla quale il Capo dello Stato ha più volte fatto riferimento: una comunità che "va costruita giorno per giorno, nella realtà", condividendo valori e doveri, rafforzando la coscienza civica, chiamando tutti - soprattutto chi ha maggiori responsabilità - a dare l'esempio e ad ascoltare leggi tutto