Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Italicum e referendum, la posta in gioco

Luca Tentoni - 29.12.2015

Il 2016, in Europa, non dovrebbe essere un anno di grandi consultazioni elettorali. La situazione è ancora incerta in Spagna (se non si formasse a breve un governo si dovrebbe tornare alle urne in primavera), ma in Germania (dove tuttavia la Merkel ha problemi nel suo partito), in Francia (dove si prepara la lunga corsa verso le presidenziali del 2017), in Gran Bretagna e in Grecia non è previsto il rinnovo del Parlamento. Anche in Italia, elezioni politiche anticipate al 2016 sono improbabili per almeno due motivi: fino al primo luglio l'Italicum non entrerà in vigore; non si può abbinare il voto per la nuova legislatura al referendum costituzionale se non si conosce l'esito di quest'ultimo (la vittoria dei sì toglierebbe al Senato il potere di dare e negare la fiducia e abolirebbe l'elezione diretta dei senatori). Nelle maggiori democrazie occidentali, dunque, salvo sorprese, avremo un voto politico solo negli Stati Uniti d'America, con le "primarie" e poi, a novembre, con la scelta del nuovo Presidente degli USA. In Europa avremo solo molte “amministrative” importanti (Germania, Italia) e consultazioni in paesi “minori” (le presidenziali in Austria e in Portogallo, le politiche in Irlanda, Slovacchia, Lituania e Romania).

Nell'agenda dei maggiori paesi europei, invece, ci sono due referendum che possono avere conseguenze di lungo periodo: quello inglese sulla permanenza o meno nell'Unione europea (la data di svolgimento non è stata ancora fissata) e quello italiano, in autunno, sulla conferma leggi tutto

L'analisi del sabato. Francia-Italia: riflessioni sul ballottaggio

Luca Tentoni - 19.12.2015

Fra i numerosi spunti interessanti che l'analisi del voto francese offre al dibattito italiano ce ne sono alcuni che meriterebbero maggior rilievo, soprattutto nella prospettiva di un non improbabile ballottaggio, con l'"Italicum", alle future (forse non molto prossime) elezioni per il rinnovo dell'Assemblea di Montecitorio. Al secondo turno delle "regionali" francesi sono andati ai seggi 26.455.071 elettori (il 58,41% del totale degli aventi diritto): fra essi, 25.167.273 hanno espresso un voto valido (55,56% sugli aventi diritto, 95,13% sui votanti). Al primo turno, invece, i votanti erano stati 22.609.335 (49,91%) e i voti validi 21.708.280 (47,92% sugli aventi diritto, 96,01% sui votanti). Nel giro di una settimana, insomma, i francesi che sono andati alle urne sono aumentati di circa 3 milioni e 850 mila unità, mentre i voti validi hanno avuto un incremento di 3 milioni e 460 mila unità. Un progresso notevole, pari all'8,5% degli aventi diritto. Com'è noto, i ballottaggi hanno visto prevalere in sette occasioni il candidato del centrodestra e in cinque quello di sinistra (più un autonomista, in Corsica) ma nessun esponente del FN ha ottenuto la vittoria. Anche senza addentrarci nell'analisi delle matrici di flusso elettorale (che pure ci darebbe indicazioni interessanti, come per esempio il dato Ipsos-France in base al quale l'indice di fedeltà degli elettori nei ballottaggi triangolari, fra primo e secondo turno, è stato del 95% per i socialisti, del 92% per il centrodestra e solo dell'88% fra chi aveva votato FN, leggi tutto

L'analisi del sabato. Appunti sul voto in Europa

Luca Tentoni - 12.12.2015

Nell'analisi politica c'è spesso il rischio di incappare in alcuni indizi che "spiegano troppo". Ci sono circostanze, sia pure molto rilevanti, che però sono concause di un determinato fenomeno e che non bastano, da sole, a spiegarne la vera natura. Taluni hanno affermato, subito dopo il voto regionale francese del 6 dicembre, che l'avanzata del Fronte nazionale di Marine Le Pen era frutto della paura per gli attentati terroristici di Parigi. Forse sarebbe stato sufficiente riprendere alcuni sondaggi precedenti al 13 novembre e persino dati elettorali recenti significativi, per rendersi conto che c'era anche dell'altro. L'istituto Ipof, poi, ha diffuso un interessantissimo studio sul voto regionale dal quale si evince che solo il 16% degli elettori del FN ha cambiato intenzione di voto a seguito degli attentati. In altre parole, nel 28,4% ottenuto dai lepenisti c'è un 4,5% conquistato in seguito ai fatti di Parigi: ciò dimostra che il restante 23,9% era già acquisito o acquisibile anche senza il verificarsi di eccezionali eventi esterni al dibattito politico corrente. Alle elezioni europee del 2014, peraltro, il FN aveva ottenuto il 24,86% dei voti (prima ancora persino dell'attentato a Charlie Hebdo dello scorso gennaio, quindi). Nella vittoria dell'estrema destra francese non c’è solo la contingenza del terrore e neppure soltanto la linea "securitaria" di Marine Le Pen. leggi tutto

L'analisi del sabato. I "nodi" delle primarie

Luca Tentoni - 05.12.2015

Anche se il Presidente del Consiglio afferma che il referendum confermativo costituzionale dell'autunno 2016 sarà il vero snodo politico della legislatura, le elezioni comunali di primavera restano un ostacolo da superare. Un conto, infatti, è presentarsi all'appuntamento col giudizio popolare sulla revisione del bicameralismo e del Titolo V della Costituzione sulla scia di buoni risultati nelle principali città del Paese, un altro conto è arrivarci dopo almeno tre mesi di polemiche (inevitabili) seguite all’eventuale perdita, per il Pd, di uno o più capoluoghi di regione. Nella "narrazione" (come si dice ora) e nella costruzione, oltre che nel mantenimento del consenso, l'azione di governo non sempre è sufficiente, così come non basta una ripresa economica che si preannuncia non impetuosa (condizionabile, peraltro, da un clima internazionale diventato fosco dopo gli attentati di Parigi). Puntare tutto sul referendum confermativo è tipico di Renzi, che negli ultimi due anni ha (quasi) sempre "dettato l'agenda" mediatica e politica nazionale. Se però il Presidente del Consiglio fa bene a concentrare i suoi sforzi e a fissare il suo obiettivo di breve-medio termine sulla revisione costituzionale e sul "sì" degli italiani a quello che è certamente l'atto più significativo del suo governo e dell'intera legislatura, il segretario del Pd ha qualche nodo in più da dover sbrogliare. leggi tutto

L'analisi del sabato. Lo "spirito repubblicano"

Luca Tentoni - 28.11.2015

Dopo l'attentato di Parigi la Francia ha dato prova di possedere ancora il suo "spirito repubblicano". Si tratta di un comune sentire del quale in Italia si è sempre lamentata la scarsità o l'assenza. Nel nostro paese, del resto, alcune ricorrenze che dovrebbero accomunare le parti politiche e i cittadini non sono sempre state pacificamente riconosciute come tali, prima fra tutti quella del 25 aprile. L'avvento della Seconda Repubblica, nel 1994-'96, ha soltanto accentuato divisioni che apparivano in precedenza ricomposte e che invece erano pronte a riproporsi in occasione della scelta fra un "polo" e l'altro. Certamente, la creazione di un "nemico" interno da additare ai propri sostenitori (il comunismo da una parte, Berlusconi dall'altra) non ha favorito una pacificazione nazionale che pure il presidente della Repubblica Ciampi, fra il 1999 e il 2006, ha tentato di promuovere. L’aggregazione in due “famiglie politiche” ha polarizzato l'elettorato e ha svolto una funzione divisiva che ha finito per colpire non solo i simboli del nostro patrimonio comune (dalle feste nazionali alla stessa Costituzione e alle istituzioni). Ad una più attenta analisi, però, appare riduttivo e sbagliato attribuire al sistema elettorale maggioritario uninominale (1994-2005) e alla personalizzazione della politica (con l'emergere di leader e di "partiti del capo") l'impossibilità di far nascere (o rinascere) in Italia lo "spirito repubblicano". leggi tutto

L'analisi del sabato. L’elettorato “fluido”

Luca Tentoni - 14.11.2015

Se la caratteristica dell'elettorato della Prima Repubblica era l'elevata fedeltà al partito, che di fatto limitava gli spostamenti di voto entro percentuali molto modeste (lo 0,5% in più era considerato un'avanzata, mentre un progresso del 2% diventava quasi un trionfo) nella Seconda Repubblica gli aventi diritto al voto si sono spostati con più disinvoltura, ma in gran parte all'interno dei rispettivi "poli". Alla fedeltà di partito si è passati a quella di coalizione. Entrambe sono state messe a dura prova dal rimescolamento delle carte avvenuto con l'ingresso del M5S, in coincidenza con la crisi delle "famiglie politiche" e con un massiccio incremento dell'astensionismo: il tutto, nel quadro di sconvolgimenti socio-economici che hanno interessato il periodo dal 2011 ad oggi. Una volta, la "dimensione" della competizione si poteva rappresentare attribuendo ad ogni partito una collocazione su una retta, un "continuum" da sinistra a destra. C'era, è vero, anche la dimensione confessionale/non confessionale, sempre più sfumata già nell'ultimo periodo della Prima Repubblica. E c'era perciò, molto forte, l'"alterità" delle forze più a sinistra rispetto a quelle più a destra. Differenza che negli anni Settanta era stata portata, per i gruppi extraparlamentari, sul piano dello scontro e della violenza. Anche fra i soggetti politici "parlamentari", persino fra quelli di governo, le differenze ideologiche rendevano immutabili le posizioni sull'ideale linea fra sinistra e destra: il Pri a sinistra del Pli, il Psdi a destra rispetto al Psi e così via. leggi tutto

L'analisi del sabato. La sfida per le "tre capitali"

Luca Tentoni - 07.11.2015

Nonostante la primavera sia molto lontana, il mondo politico sta cominciando a prepararsi per le prossime elezioni amministrative. Le manovre sono iniziate in anticipo soprattutto per il precipitare della situazione a Roma. Così, mentre nella Capitale si cerca di delineare uno scenario di candidati e possibili schieramenti, si ragiona anche sugli altri grandi comuni dove si eleggeranno i sindaci, in particolare Milano e Napoli. Queste ultime due città, insieme a Roma, hanno complessivamente una popolazione di poco superiore ai cinque milioni di abitanti. Inoltre, si tratta di comuni dove sul piano amministrativo sono state compiute o tentate, nella storia repubblicana, le sperimentazioni politiche più svariate. Fra i tanti esempi possibili citiamo i più famosi: a Milano, il primo centrosinistra degli anni '60 e la vittoria dei leghisti (da soli) nel '93 (quest'ultima seguita da una lunga stagione di giunte di centrodestra e dall'esperienza attuale del centrosinistra "arancione" di Pisapia); a Roma, il tentativo (fallito, di centrodestra) dell'"operazione Sturzo" nel '52 e, nella Seconda Repubblica, la quasi ventennale amministrazione di centrosinistra (che ha fornito alla coalizione ulivista, nel 2001 e nel 2008, due candidati premier: Rutelli e Veltroni) seguita da quella di centrodestra (Alemanno) e, infine, dall'amministrazione Marino; a Napoli la fluidità elettorale ha permesso numerose e variegate esperienze, dai monarchici di Lauro alle giunte democristiane, dal periodo del sindaco comunista Valenzi agli anni dei socialisti e, infine, ai diversi assetti di centrosinistra della Seconda Repubblica, da Bassolino a De Magistris. leggi tutto

L'analisi del sabato. La battaglia sull'Italicum

Luca Tentoni - 31.10.2015

Sebbene il nuovo sistema elettorale (l'Italicum) possa essere applicato solo a partire dalla seconda metà del 2016, il tema ha già un posto importante nel dibattito politico. Non solo per le richieste (avanzate da settori della maggioranza e dall'opposizione di centrodestra) di trasferire il premio dal primo partito alla coalizione più votata, ma anche per i ricorsi che sono stati presentati nei tribunali contro la legge e per i due quesiti referendari che mirano a "colpire" premio di maggioranza e capilista bloccati. Il "meccanismo di trasformazione dei voti in seggi", del resto, può essere decisivo per cambiare le sorti di un Paese. Se in un determinato momento politico, ad esempio (accadde in Francia nel 1985) si decide di passare alla proporzionale per impedire all'avversario politico di ottenere un largo margine di maggioranza in Parlamento o se (come nel 2005 col Porcellum) si approva una legge che rende di fatto ingovernabile il Senato in caso di vittoria dello schieramento avverso (il meccanismo dei premi regionali, infatti, agevolava il centrodestra che poteva contare su alcune roccaforti e rendere meno cospicua, se non inesistente, la maggioranza di centrosinistra, come avvenne nel 2006 e nel 2013) lo scopo della riforma è più politico che ideale (o tecnico). L'Italicum è nato in un periodo nel quale il Pd di Renzi si stava preparando a cogliere la più ampia affermazione (europee 2014) che un partito avesse mai avuto in Italia dopo il 1958. leggi tutto

L'analisi del sabato. La campagna elettorale permanente

Luca Tentoni - 24.10.2015

Il 2016 sarà un anno ricco di "test" politici. Avremo addirittura due grandi competizioni: quella in primavera per il rinnovo dei consigli comunali e l'elezione dei sindaci (in particolare di quelli di Roma, Milano e Napoli) e il voto, in autunno, per il referendum confermativo costituzionale. Il sistema politico italiano è "abituato" a sopportare il peso delle polemiche che una campagna elettorale comporta: dal 2008 in poi abbiamo avuto politiche (2008), europee (2009), regionali (2010), amministrative e referendum (2011), amministrative (2012), politiche (2013), europee (2014), regionali (2015). Normalmente il voto si concentra fra aprile e giugno, così da dar luogo ad una battaglia che inizia (teoricamente) a febbraio per concludersi alle soglie dell'estate. Il prossimo anno non sarà così. Avremo una campagna elettorale pressochè permanente, una sorta di partita da giocare in due tempi: le comunali in primavera, il referendum in autunno. Ci sarà spazio per eventuali rivincite. Probabilmente, i due appuntamenti non saranno vissuti soltanto guardando a ciò che l'elettore dovrà effettivamente decidere (la scelta dei sindaci, il "sì" o il "no" alla revisione costituzionale) ma anche - se non soprattutto – concentrandosi sui rapporti di forza fra maggioranza e opposizioni, fra partiti dell'opposizione (non solo all'interno della stessa "famiglia politica" - Lega e FI - ma anche con altri soggetti politici quali il M5S), forse persino fra diverse concezioni del proprio partito (il Pd) o del proprio schieramento (Berlusconi e Salvini). leggi tutto

L'analisi del sabato. Referendum consultivo e risvolti politici

Luca Tentoni - 17.10.2015

Se, come sembra, le prossime "letture" della riforma costituzionale (rispettivamente alla Camera, poi al Senato, infine di nuovo a Montecitorio) si svolgeranno nei tempi previsti, il referendum sul ddl avrà luogo nella seconda metà del 2016, a dieci anni esatti di distanza dalla più recente consultazione di questo tipo. Nel 2006 il popolo italiano respinse la revisione costituzionale voluta dal centrodestra, mentre nel 2001 il referendum confermativo aveva visto la vittoria dei sì al ddl (del centrosinistra) di riforma del Titolo V della Carta Repubblicana. La consultazione del 2016 chiuderà comunque un periodo storico, sia in caso di conferma del testo, sia in caso di rigetto. Nei quindici anni dal primo referendum consultivo i temi dominanti nel dibattito sulle riforme sono stati due: il rapporto centro-periferia (al quale era dedicato l'intero testo confermato nelle urne nel 2001) e il riassetto delle istituzioni, con particolare riguardo al bicameralismo e alla "governabilità" (che caratterizzava il testo del 2006, il quale tuttavia era un "omnibus" e conteneva anche le norme sulla "devoluzione", la presenza delle quali fu importante per la bocciatura popolare dell'articolato, anche se non va dimenticato il peso notevole che ebbero le polemiche sulla forma di governo). Federalismo e dialettica governo-Parlamento: una lunga storia che ha caratterizzato l'intera Seconda Repubblica. leggi tutto