Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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ONU: la complessa agenda di settembre

Miriam Rossi - 24.09.2016
SDGs

Settembre di fuoco al Palazzo di Vetro a New York. 13 settembre, apertura della 71° sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU. 19 settembre, svolgimento del primo Summit delle Nazioni Unite su Rifugiati e Migranti. 21 settembre, celebrazioni per la Giornata Mondiale della Pace. Dal 20 al 26 gennaio, interventi dei capi di Stato e di governo dei 193 Stati membri riuniti in Assemblea Generale. 9 e 26 settembre, quarto e quinto “straw poll”, ossia prova a porte chiuse in seno al Consiglio di Sicurezza, per l’elezione del nuovo Segretario Generale dell’ONU che prenderà il posto di Ban Ki-moon entro fine anno. Per tutto il mese concitati dibattiti in Consiglio di Sicurezza sulla guerra in Siria.

Dinanzi a questa agenda piena di eventi di alto livello e di rilevanti ricadute internazionali, straordinariamente ricca anche per la sede principale dell’ONU, l’attenzione mediatica è stata tuttavia pressoché completamente assorbita dall’esplosione avvenuta la sera del 18 settembre nel quartiere Chelsea sull’isola di Manhattan, fortunatamente senza vittime. I dibattiti e le conferenze dell’ONU sono allora passati in secondo piano presso tv e giornali, che hanno concentrato tutta l’attenzione sugli ulteriori standard di sicurezza adottati per presidenti, capi di governo, ministri, diplomatici, giornalisti e rappresentanti della società civile presenti a New York per partecipare e assistere ai fitti eventi in programma.

La mattina del 19 settembre la comunicazione destinata a raccontare l’atmosfera solenne per un vertice sui movimenti di rifugiati e migranti di così alto livello (la più grande assemblea di questo genere dalla Convenzione sullo status dei rifugiati siglata a Ginevra nel 1951) e che ha segnato l’ingresso ufficiale dell’Organizzazione Internazionale sulle Migrazioni (IOM) tra le Agenzie Specializzate dell’ONU è stata quasi completamente soppiantata da servizi sulle piste legate all’attentato terroristico subito dalla città statunitense la sera precedente. Fatti “qualificati” (ma non macchiati nel sangue) hanno vinto e coperto di gran lunga parole e impegni dei leader mondiali, togliendo ad essi proprio quel megafono necessario a trasformare tali responsabilità in obblighi concreti dinanzi all’opinione pubblica mondiale, di cui questa possa render conto ai propri governanti. Quasi si volesse insinuare indirettamente che non esistono connessioni dirette fra chiacchiere di palazzo, in questo caso quello di Vetro, e movimenti di persone, o legami tra povertà-esclusione o ingiustizia sociale-terrorismo. La lotta al terrorismo da una parte; le chiacchiere dei politici sui rifugiati, sui migranti, sulla guerra in Siria, sulle politiche perseguite dai 193 Stati al mondo da un’altra parte ancora. La vera politica, e dunque la vera notizia, la fanno due pentole collegate a un meccanismo a tempo programmate per scoppiare e provocare vittime.

Tale riflessione dà purtroppo la misura della rilevanza delle decisioni assunte a New York. È apparso del tutto inefficace il tentativo di rilanciare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili (SDGs), adottati pressoché “in sordina” lo scorso anno nel 70esimo anniversario della nascita dell’Organizzazioni delle Nazioni Unite, in sostituzione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, esauriti a 15 anni dalla loro approvazione. L’assai complesso lavoro di elaborazione del nuovo programma d’azione da raggiungere entro il 2030, con 17 traguardi e ben 169 target, e che già in più occasioni aveva fatto temere per la sua adozione, risulta ancora in fieri: la condivisibile volontà di delegare a ciascuno Stato membro la costruzione di indicatori per il monitoraggio del raggiungimento degli obiettivi, così da adattarlo al meglio agli specifici caratteri e ai dati nazionali, ha di fatto determinato un sistema zoppo, in cui a distanza di un anno dall’adozione degli SDGs tali indicatori ancora mancano in molti Paesi.

Sembra inoltre tramontata la possibilità di designare una donna alla più alta carica dell’ONU, quella del Segretario Generale. Per la prima volta nella storia dell’organizzazione multilaterale, gli alti profili di alcune donne sono stati valutati e posti tra i possibili candidati: tra questi la bulgara Irina Bokova, attuale Direttore Generale dell’UNESCO, la neozelandese Helen Clark, a guida dell’UNDP, la costaricana Christiana Figueres, Segretario esecutivo della Convenzione quadro ONU sul cambiamento climatico, Natalia Gherman, ministra degli esteri e dell’integrazione europea della Moldova, e la ministra degli Esteri argentina, Susana Malcorra. Tuttavia, già alla conclusione dell’estate e soprattutto dopo i primi “straw poll”, tale opzione appare abbandonata.

Il dibattito in Assemblea Generale ha consentito a tutti leader mondiali di esprimere la propria visione sulle relazioni internazionali. Interesse hanno destato le parole espresse da un abile oratore quale il presidente statunitense Barack Obama che, nel suo ultimo discorso all’ONU, ha parlato della necessità di rafforzare i processi democratici, di correggere alcuni aspetti della globalizzazione pur respingendo populismi e nazionalismi, e non ha mancato di lanciare una frecciatina alla Russia di Putin che è parsa un piccolo revival delle schermaglie della guerra fredda. Il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi ha preso la parola per ultimo nella stessa giornata di Obama e ormai in serata inoltrata; una scelta che di certo non ha favorito la diffusione del suo messaggio sull’importanza di investire nella cultura quanto si spende nella sicurezza, una strategia per l’inclusione sociale e contro il terrorismo. Dalla questione della minoranza musulmana dei rohingya in Birmania accennata da Aung San Suu Kyi alla questione palestinese sollevata dal leader Abbas e dall’israeliano Netanyahu, nel dibattito in Assemblea non sono inoltre mancati riferimenti alla situazione dei rifugiati e dei migranti nel mondo, complice il summit ONU sul tema: gli appelli all’azione e le proposte esposte da numerosi leader dinanzi al consesso assembleare hanno raccolto applausi e foto ma molte meno adesioni in quanto a ben più concreti interventi per assicurare pace nei focolai di Siria e Libia, trasferimenti sicuri per profughi e rifugiati e il riconoscimento dei loro fondamentali diritti umani.