Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Con chi va l’Italia in un’Europa divisa?

Gianpaolo Rossini - 24.09.2016
Europa divisa

Ripercorriamo il tracciato della parabola europea. Nel 2009 viviamo in un’Europa quasi granitica. Il sogno di tanti è intatto. Il 15 settembre 2008 la FED fa fallire Lehman Brothers che deflagra al centro dei mercati finanziari seminando terrore come un kamikaze. L’economia mondiale è preda a una sincope. Ecco che la Germania si fa paladina di una espansione della spesa pubblica per tutti i partners euro, indipendentemente dal loro debito pubblico, perché occorre reagire al drammatico stop dell’economia Usa. L’Europa agisce e naviga tranquilla. E’ porto sicuro in cui i paesi euro procedono concordi. La BCE aiuta la FED. I nuovi entrati dall’ex Comecon cominciano ad orientarsi nei corridoi di Bruxelles. Sono nella Ue dal 2004 dopo aver cercato a lungo la famiglia europea. Ora si attendono sicurezza e prosperità e vorrebbero non sentire più sul collo il fiato dell’orso russo. Alcuni si muovono per avere le scintillanti monete bimetalliche dell’euro con i loro simboli nazionali. Slovenia, Slovacchia e le tre Grazie Baltiche bussano ed entrano nel club di Francoforte. Anche Albione è ad un passo per abbracciare il baldanzoso euro. Delusa dagli Usa, le sue banche più prestigiose hanno investito nei mercati dei cugini yankee, ma i conti non tornano e i contribuenti britannici devono aprire la borsa per salvare una, due e poi tre volte la Royal Bank of Scotland ed altri illustri istituti. Da Dover si guarda all’Europa quasi con ammirazione. Ma giunge la seconda metà del 2009 quando inizia la parabola discendente della quale non vediamo ancora la fine. La Germania fa un brutto sogno: la crisi degli anni ‘20 del secolo passato. Inflazione a 2, a 3, a 4 e infine 9 cifre e l’autodistruzione finanziaria. Il presidente BCE la rassicura. La Commissione Ue ne fa sue le preoccupazioni. Basta. Si è fatto abbastanza. Maastricht non può essere rinnegata per una tempesta americana ormai passata. Occorre rigore monetario. E chi ha aperto il rubinetto fiscale deve tornare sui suoi passi, pena reprimende da organismi europei. Il risultato arriva presto. Nel 2010 l’euro scala rapido vette vertiginose dove l’ha spinto una BCE insensata che aumenta i tassi, con grande sorpresa della FED. Il cambio forsennato e il macchina indietro monetario e fiscale provocano raffreddori. E polmonite in Grecia nel maggio 2010, ma BCE e partner euro non la vogliono curare. Si rivede la cultura del secolo diciannovesimo, ridicolizzata da Susan Sonntag. Nell’800 nessuno sa che il mal sottile è causato da un batterio. Tantomeno ci sono antibiotici. Nel buio della conoscenza si crede che la malattia aggredisca soprattutto chi conduce vita dissoluta. Oltre alla sofferenza fisica arriva lo stigma sociale. Povera Grecia. Nel 2010 fa la stessa fine. Gli antibiotici ci sono. Ma non si devono usare. Perché? Gli Usa cominciano a non capire. E quando faticano a capire spesso bombardano. Si allontana la Gran Bretagna che non condivide la gestione delle politiche macro europee. Non c’è più la fila per entrare in eurolandia. Anzi si scommette su chi uscirà. I bombardamenti dei mercati finanziari si fanno più intensi e sempre meno mirati sulla Grecia. Il mal sottile si diffonde a Spagna, Portogallo, Cipro. Si infetta l’Italia che rallenta vistosamente. Ci vorranno 4 anni per avere un mutamento radicale della politica monetaria in Europa con l’inizio del QE targato Draghi inizialmente osteggiato da Germania e paesi vassalli. Quattro anni di drammi, di erosione dell’economia europea. Di cecità assoluta. Si brucia la candela della popolarità dell’integrazione europea costruita in 60 faticosi anni e avanza ovunque l’avversione.

Se lasciamo l’economia, nel 2011 un altro evento evidenzia l’aprirsi di una profonda crisi e un allontanarsi ormai definitivo di una politica estera europea. Manifestazioni di piazza contro Gheddafi diventano una ghiotta occasione per Francia e Inghilterra che vogliono ridurre il peso che sta acquisendo l’Italia dopo gli accordi economici con la Libia del 2010 e l’espansione degli scambi con Il Cairo e Algeri. Sembra di tornare ai vecchi tempi con attori nuovi quando URSS e Stati Uniti si scontravano militarmente durante la guerra fredda in paesi terzi (Corea, Vietnam, Afganistan e così via). Dal 2011 sono i partners europei che riesumano questo tragico costume facendosi guerra in trasferta. Si azzera così ogni prospettiva di integrazione delle politiche estere in Europa. Lo si vede anche oggi nella Libia dilaniata dalla lotta tra diversi governi, con Italia, Francia e Inghilterra sono su fronti opposti. Lo dimostra il doloroso caso Regeni, cittadino italiano non coperto dai servizi di Sua Maestà per con i quali collaborava. Il tutto a incrinare le relazioni tra Italia ed Egitto. Lo osserviamo nei diversi atteggiamenti dei paesi europei nei confronti di Putin. E così sul tema delle migrazioni. E’ facile dire che l’Europa così non va da nessuna parte. Ma è più esatto dire che andiamo verso una Europa fatta di rapporti intergovernativi con una marginalizzazione delle istituzioni comunitarie e tante diversità tra partners sullo scacchiere globale. Insomma, invece di far avanzare quel poco di federalismo che abbiamo costruito a fatica, torniamo decisamente indietro.

In questa Europa sempre meno legata a Bruxelles l’Italia non può fare molto. Ma è obbligata a scegliere partners privilegiati visto che le istituzioni comunitarie non sono più l’interlocutore.

Con quali paesi d’Europa ci possono essere convergenze? Sul piano delle politiche estere le maggiori affinità sembrano esserci con la Germania. Nell’accoglienza agli immigrati la Germania della Merkel ha fatto molto venendo incontro a Grecia e Italia più di altri. Nel Mediterraneo tra Italia e Germania ci sono interessi, competenze economiche e militari complementari, dunque non in contrasto tra loro. Nei confronti della Russia di Putin siamo più vicini alla Germania che a Francia e Gran Bretagna, anche dentro alla Nato. E poi l’Italia può essere un buon mediatore nei numerosi contenziosi che separano la Germania dagli Usa. Alcuni di questi sono risposta indiretta ad uno squilibrio ormai decennale negli scambi con l’estero della Germania, che pesa soprattutto nei confronti degli Usa. Il saldo del conto corrente con l’estero tedesco è in tragico e crescente avanzo dal 2003, ovvero da quando l’euro è entrato nelle nostre tasche. Ha toccato il livello esorbitante dell’8% del PIL. Questo succede perché la spesa complessiva dei settori privato e pubblico in Germania è troppo bassa, ovvero dal 2003 la somma di consumi, investimenti e importazioni è ampiamente sotto quanto la Germania produce. Il che implica che il resto del mondo, Usa in primis, sia nella, scomoda, situazione opposta. Una lunga serie di episodi nella storia recente e remota ci ricorda che squilibri prolungati nei conti con l’estero finiscono per dare luogo a gravi tensioni internazionali. Mentre quelli dei conti pubblici non hanno quasi mai generato conflitti. Se l’Italia vuole cucirsi un ruolo di mediatore tra Europa e America e ridurre una delle cause prime, ahimè poco conosciuta e poco pubblicizzata, degli squilibri finanziari anche in eurolandia deve battersi per questo. Su questo tema potrebbe trovare molti alleati non solo nella sponda sud dell’Europa. L’obiettivo però deve essere quello di rafforzare i legami con la Germania e l’Europa, non di indebolire entrambi. L’esistenza di una florida minoranza di lingua tedesca in Italia può aiutare a convincere la Germania che l’Italia è realmente un ottimo e lungimirante partner.