Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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L’Università dimenticata

Paolo Pombeni - 04.06.2015
Aula universitaria

Va bene che la ministra Giannini sia impegnatissima con la riforma della scuola (peraltro con risultati poco brillanti), ma il suo disinteresse verso una regolare routine delle scadenze di vita dell’università italiana è veramente riprovevole. Dimostra, se ce ne fosse bisogno, che il Ministero funziona male, perché il primo requisito di una buona amministrazione è la capacità di gestire con regolarità le scadenze. Naturalmente si potrebbe aspettarsi qualcosa di più: che so, uno straccio di prospettiva strategica sullo sviluppo del nostro sistema di istruzione superiore, una qualche idea su come implementare le capacità del sistema di ricerca, un pensierino al tema del turn over dei docenti vista l’età media di questi.

Intanto però ci accontenteremmo di una gestione responsabile di alcune scadenze che non sono proprio cosette da nulla.

La prima è la valutazione del sistema della ricerca. Da mesi si vocifera nei corridoi che sta per partire la famosa valutazione ANVUR, i responsabili di questa agenzia ci informano negli incontri che dal loro punto di vista da tempo è tutto pronto, ma la valutazione non parte. Sappiamo tutti che contro questa modalità di valutazione ci sono molte opposizioni (corporative). Come sempre in Italia, la valutazione a parole la vogliono tutti, ma in concreto non ce ne è mai una che vada bene. Certo le metodologie in uso nel passato potrebbero essere affinate (ma in parte l’ANVUR è impegnata a farlo) e come sempre non è detto che non ci siano casi in cui si sono commessi e si commetteranno degli errori. Però nel complesso lo sforzo della prima prova delle valutazioni è stato importante ed ha consentito di conoscere punti di forza e di debolezza del sistema, ma soprattutto ha cancellato il principio, insostenibile, della autoreferenzialità degli istituti accademici e dei loro signori.

Poiché queste procedure sono lunghe, ritardarne la partenza significa ritardare le valutazioni future e questo è male, perché è nella regolarità dell’appuntamento che sta la forza che costringerà il sistema universitario ad uno sforzo di autoriforma.

Il secondo punto dolente è il ritardo, questa volta senza che neppure si immagini quando il problema verrà risolto, nel prosieguo delle abilitazioni nazionali per le due fasce di insegnamento. Anche qui sulle prime due tornate si sono scatenate critiche di ogni tipo, a volte con qualche fondamento (alcune commissioni hanno esagerato nell’erigere i propri “gusti” ad elementi oggettivi di valutazione), più spesso per la solita storia per cui chi viene bocciato se la prende con l’esaminatore. Si è parlato di rivedere alcuni punti deboli del sistema e questo è sempre meritorio. Il fatto è che al momento non si muove nulla e dunque coloro che ora sarebbero in grado di superare quella prova si trovano in posizione di inferiorità rispetto a coloro che hanno già conseguito il titolo. La cosa non è teorica, perché ormai anche per un concorso da ricercatore si presenta un numero tale di persone con l’abilitazione, che i giovani che senza loro colpa non sono messi in condizione di averla partono con un grave handicap.

Circolano fantasie su un nuovo meccanismo di presentazione delle domande “a sportello”, cioè in continuazione anziché a scadenze fisse, ma non solo non si apre il procedimento, ma neppure si annuncia una data certa della sua apertura.

Naturalmente c’è un terzo tema su cui si dibatte poco: il problema da un lato dell’affollamento negli atenei di “abilitati” già in servizio a un livello inferiore per i quali non ci sono speranze di upgrading (il che è particolarmente drammatico per la seconda fascia, cioè per i professori ordinari), dall’altro quello dei numerosi abilitati che non sono in servizio in un ateneo e per i quali la speranza di essere assorbiti è ridotta al lumicino.

Eppure il nostro sistema accademico è malato di gerontocrazia, con un’età media dei docenti molto più alta di quella esistente in qualsiasi altro paese comparabile con il nostro. Ovviamente di questi tempi tutti sono spaventati dai problemi di budget che affliggono gli atenei che già sono al limite nel rapporto fra spesa per stipendi ed altre spese. Tuttavia anche qui non è lasciando la gestione di questo difficile passaggio agli animal spirits dell’accademia che si faranno passi avanti.

Un minimo di controllo sugli sviluppi delle discipline, una seria valutazione dei rischi di disperdere capitale umano frustrandolo in continuazione andrebbero pur programmati. Altrimenti cosa serve avere un ministro, un sottosegretario e una burocrazia ministeriale? Si risparmino quei soldi lasciando che ogni ateneo si gestisca come crede: purtroppo non è che si otterrebbero risultati molto peggiori degli attuali.

Dalla crisi economica attuale dovremmo trarre la lezione che economie e sistemi sociali maturi come i nostri possono avere un migliore futuro solo se puntano le loro carte su quella che pomposamente si chiama una “società della conoscenza”. E’ quanto stanno facendo tutti i nostri principali competitori internazionali che all’università e al sistema dell’alta ricerca dedicano attenzione e denaro.

Da noi lo si fa ogni tanto a parole e ci si ferma lì.