Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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Human Development Reports: venticinque anni di Sviluppo Umano

Mattia Baglieri * - 04.06.2015
UNDP

Si sono aperte nei giorni scorsi a New York le celebrazioni per il venticinquesimo anniversario dalla pubblicazione del primo Human Development Report, pubblicato a Londra nel 1990 e patrocinato dalle Nazioni Unite e dal loro dipartimento per lo sviluppo umano, lo United Nations Development Programme.

Selim Jahan, funzionario ONU e direttore dell’ufficio per gli Human Development Report ricorda con queste parole il primo numero del Rapporto annuale comparativo rispetto ai progressi compiuti nell’economia dello sviluppo dagli Stati del mondo: “Sono le persone la vera ricchezza delle nazioni, la vera sfida è aumentare le loro possibilità di scelta, come argomentava il I Rapporto del Novanta. Oggi occorre celebrare il concetto di sviluppo umano insieme alla sua ambizione teorico-pratica che chiama le istituzioni a farsi carico della formulazione di politiche pubbliche tese al miglioramento del benessere delle persone attraverso l’assicurazione di un mondo più giusto, più stabile e più sostenibile”.

Il lessico dello “sviluppo umano”, in particolare è stato introdotto nel primo Human Development Report dal lavoro congiunto dei due economisti Amartya Sen (n. 1933) e Mahbub Ul Haq (1934-1998, già economista alle Università di Cambridge e Yale e Ministro delle Finanze del Pakistan). Tra le più importanti opportunità che sarebbero state da assicurarsi ad ogni individuo, secondo la visione di Sen e di Ul Haq, figuravano la possibilità di vivere una vita di normale durata, la salute, la formazione, le libertà politiche e civili e la detenzione di adeguate risorse economiche per un sostentamento di qualità. La critica di Sen e di Ul Haq nei confronti della visione neoliberista dell’economia politica veicolata durante l’era dell’austerity degli anni Settanta e Ottanta dai Nobel della Scuola di Chicago dell’economia Milton Friedman e George Stigler si concentrava sull’impossibilità di riscontrare qualsivoglia correlazione tra la crescita economica interna degli Stati ed il sostegno da parte di essi allo sviluppo umano, in quanto anche Stati molto poveri si dimostravano impegnati nel preservare un’equa distribuzione delle risorse economiche interne. Criticando gli indicatori monetaristici della ricchezza quale il Prodotto Interno Lordo, ancora, Sen e Ul Haq sottolineavano come l’economia non avrebbe dovuto essere considerata un fine in sé, quanto piuttosto un “mezzo” finalizzato allo sviluppo delle capacità umane. Dal punto di vista teorico, inoltre, Sen e Ul Haq si soffermarono sull’esigenza, individuata già da John Rawls sia nella Teoria della giustizia (1971) sia in Liberalismo politico (1993), di ampliare lo spettro dell’analisi economico-sociale rispetto alla mera misurazione aggregativa del reddito, al fine di pervenire ad un “lessico nuovo” incentrato intorno ai «beni primari» da concepirsi quale corredo di risorse di vita di cui tutti gli individui del mondo dimostrano di avere bisogno a prescindere dalle proprie condizioni economiche e dalle concezioni individuali riguardo al Bene, valori che possono variare da persona a persona. I c.d. «beni primari» cari alla concezione rawlsiana, del resto, pure ricomprendono i guadagni e l’utilità, ma, a dire di Sen, da questi ultimi due elementi di memoria utilitaristica, una prospettiva rawlsiana correttamente “rivisitata” dovrebbe esulare sino a meglio contemplare, più in generale, tutti quanti quei “mezzi” che rendono la vita umana dignitosa, tra cui «i diritti, le libertà, le opportunità, il benessere e le basi sociali del rispetto». Insomma, lo stesso lessico incentrato intorno ai beni primari viene ampliato dall’approccio allo sviluppo umano di Sen e Ul Haq, lavorando sul rapporto tra i guadagni e l’utilità, da un lato, e tra il benessere e la libertà, dall’altro lato, e tenendo adeguatamente in considerazione l’eterogeneità dei gusti individuali, le differenze tra gli ambienti fisici in cui gli uomini vivono, le differenze tra le fasce sociali, le asimmetrie nella distribuzione delle risorse in seno alle famiglie ed in seno ai territori geografici. Da questo punto di vista, in particolare, l’approccio allo sviluppo umano ed alle capacità così come formulato da Sen e Ul Haq (arricchito in seguito da uno scrupoloso fondamento teoretico radicato nella filosofia politica occidentale e non occidentale elaborato dalla filosofa e costituzionalista della Law School dell’Università di Chicago Martha Nussbaum), si propone di intrecciare la riflessione sulla libertà di scelta dei modelli di vita che gli individui intendono perseguire nel corso della propria esistenza insieme con le «vite che davvero gli individui conducono», tenendo particolarmente conto delle condizioni di vita delle popolazioni più povere.

Al fine di comparare gli avanzamenti nel campo dello sviluppo umano tra gli Stati, il lavoro di ricerca e consulenza per le Nazioni Unite di Amartya Sen e di Mahbub Ul Haq, finalizzato alla redazione dei rapporti annuali, ha di conseguenza condotto all’elaborazione ed alla proposta di un innovativo indicatore econometrico aggregato denominato Human Development Index (Indice di Sviluppo Umano) che si propone quale misura dello sviluppo di ogni Stato combinando almeno tre dimensioni orientate espressamente «a fornire un’indicazione più adeguata rispetto al PIL circa la condizione di vita che ogni uomo conduce in via pratica». Queste tre variabili “fondamentali” sono i) la vita media in termini di aspettativa di vita alla nascita; ii) la formazione sia in termini di iscrizione ai cicli formativi formali (primari, secondari ed accademici) sia in considerazione del livello di alfabetismo raggiunto dalla popolazione adulta; e iii) lo standard di vita misurato secondo il guadagno pro-capite. Più recentemente, ovverosia nel 1995, è stata aggiunta una variabile tesa a comparare le differenze nel tenore di vita tra la popolazione maschile e quella femminile al fine di rendere più equo l’indicatore dello Human Development Index, proponendosi di indagare riguardo alle discriminazioni tra i generi.

La proposta di un indicatore unico si è rivelata, a dire della filosofa e costituzionalista dell’Università di Chicago Martha Nussbaum, propriamente «strategica» in quanto i Governi si sono progressivamente abituati a tenere in considerazione un nuovo singolo indicatore che, almeno nella forma, non apparisse eccessivamente dissimile dagli altri indicatori macroeconomici tradizionali come il tasso disoccupazione ed il Prodotto Interno Lordo, pur aggregando dimensioni dalla natura diversa. Peraltro, come la stessa Nussbaum ricorda, in ogni rapporto annuale pubblicato dall’United Nations Development Programme, di fianco ad una graduatoria complessiva degli Stati membri ordinata sulla base dei dati raccolti secondo lo Human Development Index, sono altresì presentati tutti i raggiungimenti nel campo di molte altre dimensioni economiche, demografiche e di policy (tasso di occupazione, sostegno alle imprese, raggiungimenti in campo ambientale, accesso alla sanità pubblica e al capitale culturale tra esse) prese in esame al fine di superare la potenziale «fallacia» in capo ad un unico indicatore nel momento in cui si intendano misurare sviluppo e capacità umani.

Inoltre, a corollario dell’indicatore generale, gli ultimi rapporti annuali hanno anche presentato altri tre indicatori specifici: il Gender Development Index,la Gender Empowerment Measuree lo Human Poverty Index. In particolare, il Gender Development Index si sofferma sulla concatenazione tra l’aspettativa di vita delle donne, la partecipazione ai cicli formativi e le risorse economiche effettivamente in possesso delle donne;la Gender Empowerment Measuremisura le opportunità offerte alle donne combinando la partecipazione politica femminile e la partecipazione delle donne alle attività economiche ed imprenditoriali; ed infine, lo Human Poverty Index si sofferma sulla relazione tra analfabetismo, qualità della vita della popolazione povera e possibilità di morire in giovane età.

 

Il portale delle Nazioni Unite sugli Human Development Reports offre in occasione dell’anniversario una panoramica comparativa dei diversi Rapporti annuali ed il commento di insigni studiosi da tutto il mondo interessati alla prospettiva dello Sviluppo Umano: http://hdr.undp.org/en/25-years.

 

 

 

 

* Tutor didattico di storia delle dottrine politiche presso la Scuola di Scienze Politiche di Bologna, campus di Forlì