Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Il sogno dei vecchi. Gualtiero Bassetti nuovo presidente della Conferenza Episcopale Italiana

Claudio Ferlan - 27.05.2017
Gualtiero Bassetti

Non c’è alcuna sorpresa nell’investitura dell’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti (1942) quale successore di Angelo Bagnasco alla guida della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

 

Un vescovo sociale

Nominato cardinale da Bergoglio nel febbraio 2014, Bassetti fu subito indicato come possibile presidente della CEI, alla luce anche della sua prossimità con il papa nello stile di vita e nelle convinzioni pastorali. Come raccontano i fedeli umbri, l’arcivescovo di Perugia non ha un autista e guida da solo la propria utilitaria, ama stare in contatto con le persone, malati e operai in particolare, si segnala per le tante iniziative prese nel tentativo di aiutare i poveri e le famiglie in difficoltà. Commentando la nomina cardinalizia, Bassetti volle ricordare la sua vicinanza con la figura di Leone XIII, il “papa sociale” per più di trent’anni alla guida della diocesi umbra, un pontefice che “si interessava dei problemi della gente, domandava se i figlioli dei contadini andassero a scuola, e via dicendo”. Il motto episcopale perugino è In caritate fundati, fondati nella carità, tratto dalla preghiera contenuta nella lettera di San Paolo apostolo agli Efesini (3, 14-21) e si pone in perfetta linea con le idee guida della pastorale del nuovo presidente della CEI, fraternità e condivisione. In molte occasioni egli ha esortato a trovare il coraggio di costruire oltre l’individualismo, ponendo rimedio agli squilibri legati allo scandalo dei numerosissimi appartamenti vuoti a fronte della crisi degli alloggi, agli sprechi degli alimenti che finiscono al macero, alle situazioni di privilegio professionale che escludono i giovani, alle disuguaglianze negli stipendi e nelle pensioni: “un vescovo sociale”, potremmo dire. La mancanza di lavoro toglie dignità ai giovani, ha detto nella sua prima conferenza stampa dopo la nomina. Quando papa Francesco (Angelus, 6 settembre 2015) lanciò l’appello a ospitare i profughi in parrocchie, santuari, conventi e monasteri d’Europa, tra i primi a rispondere vi fu proprio l’arcivescovo di Perugia dicendo: “Siamo pronti ad accogliere i migranti-profughi”, convinto che senza solidarietà tra i popoli, senza uno sforzo per l’unità l’Europa sia destinata a fallire. Si tratta di urgenze pastorali che sono state ribadite con forza nei primi interventi pubblici successivi alla designazione.

 

Nessun programma, nessuna chiusura

Non è certo giovane, il presidente della CEI, come lui stesso ha voluto ricordare subito dopo la nomina ringraziando Francesco che “crede alla capacità dei vecchi di sognare”. Niente di più vero, anche alla luce della decisione del papa di prorogare per cinque anni il mandato perugino di Bassetti allo scadere del settantacinquesimo compleanno (7 aprile 2017), età canonica delle dimissioni per un vescovo. Alla luce dei fatti non si può smentire chi pensa sia stata questa una mossa destinata a designare anticipatamente l’arcivescovo perugino quale successore di Bagnasco. Sia come sia, pare di essere di fronte a un’ulteriore conferma di un originale ribaltamento generazionale in atto nella Chiesa di Francesco, ma forse anche in quella di poco precedente. Accade spesso che gli uomini più aperti alla novità siano proprio gli anziani, a fronte di un clero giovane non minoritario arroccato su assai rigide posizioni tradizionaliste. Per niente arroccato si è dimostrato Bassetti, che nella sua prima dichiarazione da guida della CEI ha voluto chiarire di non avere “programmi preconfezionati da offrire, perché nella mia vita sono sempre stato abbastanza improvvisatore”. C’è di certo in lui la consapevolezza di dover lavorare anche per l’unità della Conferenza Episcopale, nel nome della collegialità tanto cara a Bergoglio. Da arcivescovo, nel commentare le difficoltà tipiche dei rapporti tra il vescovo e i suoi preti, invitò a ricordare che il legame costruito sul binomio carità/obbedienza deve tenere conto anche del dono della libertà responsabile, dimostrando così la sua voglia di ascoltare e dialogare.

C’è chi ha voluto vedere nella scelta di un settantacinquenne una nomina di transizione, dimenticando però come la storia recente della Chiesa ci insegni come siano stati proprio i meno giovani a cercare di dare una sterzata al tradizionalmente lento cammino delle istituzioni ecclesiastiche.