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26 aprile 2017
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Il centenario disperso. Le commemorazioni della Grande Guerra e l’identità comune europea.

Marco Mondini - 15.07.2014
Pierre Lemaitre

Le commemorazioni del 1914 stanno riproducendo una memoria frammentata – ovverosia ancora integralmente ed esclusivamente nazionale – del grande conflitto europeo? Il grido d’allarme è stato lanciato sulle pagine di Le Monde da Pierre Lemaitre, autore del fortunato romanzo Au-revoir là haut che l’anno scorso ha ottenuto il Prix Goncourt riesumando (è il caso di dirlo) la narrazione fantastica ma verosimile delle vicende rocambolesche di due sopravvissuti al fronte occidentale. Non c’è dubbio che i primi passi del rituale pubblico del centenario non assomiglino molto a quel grandioso lavacro purificatore degli egoismi nazionali che molti avevano, non senza un tocco di ingenuità, auspicato. «Le differenti memorie della Prima Guerra Mondiale mettono in luce l’inesistenza di una memoria collettiva europea» per citare la Mission du centenaire francese, uno dei pochi registi istituzionali del caravanserraglio memoriale ad essersi mosso per tempo (il centenario transalpino è stato aperto ufficialmente a novembre dell’anno scorso) con una strategia mediatica più o meno coerente e con palesi appetiti di egemonia culturale anche extra-nazionali. Lo stesso Presidente della Repubblica Napolitano, in una lettera aperta pubblicata sulle pagine di “Repubblica”, e poi ancora nel suo discorso di apertura delle cerimonie del centenario italiano, inaugurato simbolicamente a Redipuglia il 6 luglio, ha sottolineato il pericolo che l’Europa proceda  in ordine sparso nel ricordo del 1914-18 «impantanandosi fin dall'inizio in polemiche recriminatorie sulla responsabilità dello scoppio della guerra, di veder resuscitare le opposte fazioni del passato, com'è sembrato accadere qualche giorno fa a Sarajevo». 

A Sarajevo il 28 giugno, anniversario dell’attentato di Gavrilo Princip, la (dis)Unione delle memorie storiche è andata in scena con toni quasi grotteschi. Nella capitale bosniaca si sarebbe dovuto tenere un raduno dei capi di stato e di governo europei, cuore e avvio di una commemorazione paneuropea degli eventi. Il piano, abbandonato ufficialmente nel giugno 2013 da Hollande, ha ceduto il posto ad una kermesse ludico-celebrativa, in gran parte dominata dalla delegazione francese (l’ambasciata di Francia e la Mission du centenaire hanno fatto la parte del leone) con la partecipazione in tono minore di qualche altro partner dell’Unione. La presenza della filarmonica di Vienna e del presidente austriaco, Heinz Fischer, ha fatto esultare in nome dell’europeizzazione. In effetti, più che un rituale comunitario a Sarajevo si è avuta una buona riedizione (spettacolare e disarmata) delle vecchie tentazioni di egemonia balcanica di Parigi: praticamente, una Piccola Intesa a livello di politiche della memoria. Nello stesso momento, nella diaspora dei cantoni della (cosiddetta) repubblica di Bosnia, ogni comunità etnica ha festeggiato (o si è addolorata) per conto proprio. Nella stessa capitale, separati dal Ponte Latino (che nel frattempo ha ripreso il suo antico nome) mentre i Serbi inneggiavano al gesto del prode Princip, eroe della Grande Serbia, i bosniaci musulmani e molti croati deprecavano l’apocalisse che aveva impedito loro di gioire delle magnifiche sorti progressive del buon Impero Asburgico. E’ difficile decidere chi fosse più patetico, tra gli ammiratori di un assassino sventato che non aveva la minima idea di cosa stesse combinando, e i nostalgici di un edificio statuale decrepito e anacronistico. 

Nel resto dell’Unione, gli eventi non sembrano aver preso una piega differente. Lemaitre nel suo articolo lamenta che, a fronte dell’attivismo della Francia e del Commonwealth britannico (l’Impero si ritrova almeno attorno ai caduti sulla Somme), gli altri partners europei tengano piuttosto un basso profilo. In effetti, in Germania ogni Land pare procedere per conto suo, e il governo federale a Berlino pare aver deciso che dopo un secolo la commemorazione della (prima) sconfitta può anche non essere prioritaria. In Belgio il Centenario assomiglia a tutto tranne che ad un momento di riconciliazione nazionale: fiamminghi e valloni stanno ancora litigando sui danni (o i pregi, a seconda della prospettiva) dell’occupazione tedesca.

In questo ritorno al buon tempo antico dei confini e delle mitologie nazionaliste, l’unica eccezione pare proprio l’Italia. Monsieur Lemaitre non se ne è accorto, ma il governo italiano ha operato una scelta politicamente già molto significativa quando, ormai due anni orsono, ha deciso di puntare sul ’14 come data del centenario. E’ stata forse l’unica opzione realmente non vetero-nazionalista tra tutti i membri dell’Unione. Commemorando l’inizio del conflitto europeo l’Italia ha testimoniato di non volersi più rinchiudere negli stretti confini di una storia evenemenziale di sapore provinciale. Ma non solo. Così facendo ha anche voluto finalmente testimoniare come la Grande Guerra italiana sia stata di tutti, degli sconfitti (gli “italiani d’Austria” delle terre irredente) e dei vincitori, di coloro che nell’estate 1914 partivano per la Galizia vestendo l’uniforme dell’armata regia-imperiale e di chi nelle stesse settimane scendeva in piazza reclamando l’intervento contro i vecchi alleati. Non pare che altrove i governi siano stati altrettanto lungimiranti. Gli storici sì, ma questo è un altro discorso.