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23 settembre 2017
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I grandi dell’Africa ad Addis Abeba per il Vertice dell’Unione Africana

Miriam Rossi - 13.02.2016
26th au summit opens in Addis Abeba

Diritti umani, sicurezza, migrazioni, contrasto al radicalismo e situazione in Libia: questi i principali temi inseriti nell’agenda del 26° Vertice dell’Unione Africana che si è tenuto a fine gennaio ad Addis Abeba, in Etiopia. Tante le aspettative e altrettanti i problemi scottanti in discussione, dalla crisi del Burundi al terrorismo della nigeriana Boko Haram e della somala Al Shabaab. Poche purtroppo le decisioni e quasi tutte nella direzione di uno scostamento rispetto al percorso di depotenziamento delle violenze e del rafforzamento diffuso dei diritti umani.

È stato il presidente del Ciad, Idriss Déby Itno, designato nuovo presidente dell’Organizzazione regionale africana in sostituzione dell’anziano Capo di Stato dello Zimbabwe, Robert Mugabe, a far risuonare nella sala la profonda apprensione per la situazione in Burundi, un potenziale disastro di portata ben più vasta dei confini del piccolo Stato centroafricano. Già in dicembre le centinaia di migliaia di profughi, le sparizioni forzate e le uccisioni sommarie di oppositori del governo, giornalisti o attivisti, nonché la creazione di milizie armate, avevano indotto il Consiglio per la pace e la sicurezza (CPS) dell’Unione Africana a sancire l’invio in Burundi di una missione di peacekeeping di 5.000 unità per stabilizzare la situazione e proteggere i civili. Tuttavia, il mancato assenso del presidente burundese Pierre Nkurunziza aveva bloccato il dispiegamento e, alla vigilia del Summit, sembrava possibile che il consesso di alto livello dell’UA avrebbe tentato di imporre la decisione al Burundi. Tutt’altro ciò che si è verificato. Il ministro degli Esteri del governo di Bujumbura, Alain Nyamwite, presente ad Addis Abeba al posto di Nkurunziza proprio a causa dell’instabilità del Paese, è riuscito nell’impresa di scongiurare la richiesta all’Assemblea Generale dell’UA della missione in Burundi; teoricamente infatti, circostanza che nei fatti non si è mai verificata, l’intervento delle forze militari dell’UA potrebbe avvenire anche senza il consenso dello Stato interessato ma con l’autorizzazione dei 2/3 dei 54 membri dell’Organizzazione. Alla luce della realtà burundese, appare pressoché irrilevante l’approvazione dell’invio di 100 osservatori nel Paese per avviare un dialogo “inclusivo” col governo per un ritorno alla normalità.

Il Burundi non è stato però l’unico argomento di dibattito in seno al Vertice, il cui titolo lanciava infatti il cosiddetto “African Year of Human Rights” (“2016: l’anno dei Diritti Umani”). A 30 anni dall’entrata in vigore della Carta Africana sui Diritti Umani, l’impegno dell’UA a tutela dei diritti umani resta limitato seppur più ampio rispetto all’originale ruolo riservato a tale azione dall’allora Organizzazione dell’Unità Africana, in vigore fino al 2002 e sostituita dall’attuale Unione Africana. La specifica attenzione di quest’anno ai diritti umani al ruolo e alle condizioni di vita delle donne appare un decisivo salto in avanti per l’Organizzazione nella condivisione del principio universale che la tutela dei diritti umani sia uno strumento privilegiato di prevenzione e di risoluzione pacifica dei conflitti. Certo che i limiti degli Stati membri dell’UA sul piano della tutela sono evidenti, basti vedere che la Carta Africana dei Diritti Umani è stata ratificata da 53 (su 54) Stati membri ma solo in 36 hanno ratificato il Protocollo di Maputo sui diritti delle donne e appena in 23 la Carta Africana per la democrazia, le elezioni e il buon governo.

Inoltre appare molto grave la road map approvata dal Vertice per ritirare l’adesione dei Paesi africani dalla Corte Penale Internazionale, il tribunale permanente ONU istituito all’Aja dal 2002 per giudicare i crimini di genocidio, di guerra e contro l’umanità. Non stupisce che l’iniziativa provenga dal presidente kenyano Uhuru Kenyatta, per cui nel 2012 era scattato l’ordine di arresto dell’Aja (limitato però dal principio di immunità riservato a tutti i capi di Stato nell’esercizio delle proprie funzioni) per crimini contro l’umanità in relazione alle violenze seguite alle elezioni del 2007. Tuttavia è vero che fin dai suoi primi casi, la CPI è stata accusata di intervenire solo per i crimini commessi dagli africani, chiudendo gli occhi su situazioni altrettanto gravi ma i cui responsabili erano nel “Nord” del mondo. La decisione assunta in polemica dall’UA è ancora sulla carta ma suona tuttavia come una pesante minaccia tesa a condizionare gli attuali ma soprattutto i futuri lavori della Corte Penale Internazionale. A rafforzare tale istanza, si è aggiunta un’ulteriore provocazione: il Consiglio esecutivo dell’UA ha deciso che le fattispecie di crimini internazionali definiti dallo Statuto del CPI saranno invece poste sotto l’esame della Corte africana di giustizia e dei diritti umani, sinora non operativa. Un segnale che va nella direzione di un rafforzamento giudiziario regionale in materia di diritti umani, o piuttosto verso la possibile impunità da crimini tanto gravi?