Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Brindiamo agli Europei, visti da Parigi

Claudio Ferlan - 25.06.2016
Europei 2016

La prima fase dei Campionati Europei di calcio si è conclusa. Sportivamente si è trattato di una danza tutto sommato insignificante: trentasei partite per eliminare otto squadre su ventiquattro, una formula che ha prodotto molti incontri senza pathos e molti altri senza qualità. Aspettiamo dunque il futuro prossimo, ma intanto proviamo a ragionare sulla rilevanza sociale di quanto è successo in Francia, di certo ben più marcata di quella sportiva.

 

Ubriachezza molesta

 

Gli scontri più gravi sono stati quelli di Marsiglia, caratterizzati da un terribile eccesso di violenza che ha messo di fronte inglesi e russi, accompagnati da gruppi di estremisti francesi bramosi di battaglia, senza un vero perché. C'è ancora chi lotta per sopravvivere. La polizia è provata, lo si legge nei volti di chi presiede la "fan zone" allestita a Parigi a Champ de Mars, sotto la Tour Eiffel. Sono in tanti, sono armati, sono tesi ma sono anche gentili e prodighi di indicazioni e consigli per chi, anziché guerreggiare, vorrebbe guardare del buon football.

Si è scritto che la battaglia di Marsiglia è stata alimentata dall'alcool. Tutti ubriachi, o alterati da sostanze capaci di mandare fuori di senno. Probabilmente non completamente in sé lo era anche il giovane croato che per introdurre un fumogeno allo stadio ha sacrificato l'intimità del proprio corpo, facendone nascondiglio inviolabile. Vietati gli alcolici, allora, ma solo in qualche città. Non a Parigi, dove nei supermercati vicini alla Tour Eiffel sono apparse statuarie guardie private. Ciò non impedisce di vedere chi passeggia sorseggiando una bottiglia di vodka alle dieci del mattino; chi cammina esercitando i muscoli con una confezione da sei birre in una mano, una nell'altra; chi barcolla con il passo incerto e lo sguardo assente. Ci sia consentita una nota personale nel rimarcare l'interesse antropologico di chi a Parigi è venuto per studiare la storia dell'ubriachezza.

 

I lieti calici

 

Tutto questo mentre il quotidiano sportivo L'Equipe presenta un articolo sull'Islanda, eletta squadra simpatia, insistendo sulla capacità di bere birra e rimanere allegri dei suoi tifosi. Tanto è vero che il sindaco di Reikiavik viene sorpreso con due boccali colmi, uno per mano, e chiede al fotografo di aspettare un attimo prima dello scatto: meglio posarne uno. Non c'è nulla di strano in tutto questo. La cultura del "io so bere e tu no" è vecchia quanto il mondo, o almeno quanto la poesia greca di Anacreonte, che invitava i compatrioti a non bere disordinatamente come Sciiti, in mezzo alle urla e al fracasso, "beviamo piuttosto ragionevolmente, intonando canti belli". E il canto, in verità non sempre bello, è la cifra caratteristica dei gruppi variopinti che camminano nelle strade o bivaccano nei parchi della Ville Lumière. Generalmente mettono allegria e non danno certo l'impressione di essere pericolosi. Generalmente, però. Perché sappiamo che qualche rischio si corre, che qualcosa è successo e potrebbe ancora succedere. È la differenza tra l'ubriachezza allegra e quella molesta, il cui confine, talvolta labile, rimane di frequente sconosciuto. Ha senso proibire la vendita di bevande alcoliche? Probabilmente quanto cercare di risolvere la piena della Senna usando i secchi. Perché se qualcuno ha bisogno d'alterazione per dare sfogo al desiderio di violenza, un modo lo troverà. Ma è pur vero che se vedessimo migliaia di persone a darsi da fare con il proprio secchio, ne saremmo rassicurati. Fuor di metafora, sono - i divieti - provvedimenti che danno l'impressione che qualcosa si stia facendo, cosa non del tutto inutile.

 

Ci si domanda quale sia il posto più sicuro per seguire gli Europei in Francia. Rimane sempre casa propria, ma lo stadio continua a esercitare – questo almeno il punto di vista di chi scrive – un fascino innato, indipendentemente se una volta entrati ci si possa bere una birra o soltanto un'acqua minerale. Lo continuerà ad esercitare, questo fascino, anche se per entrarci saremmo costretti all'inspectio corporis? Crediamo di no; già dover mostrare la carta d'identità o la fantomatica tessera del tifoso sono stati passi fastidiosi.