Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Da Falluja a Baghdad, e ritorno

Iraq - Falluja

La riconquista di buona parte della città di Falluja costituisce una buona notizia per il Governo iracheno e per le forze che combattono l’Organizzazione dello stato islamico. L’utilizzo delle milizie arabe sciite per completare all’accerchiamento della città e l’entrata dei reparti speciali dell’esercito regolare iracheno nei quartieri centrali serviva ad evitare quanto successo prima a Tikrit e poi a Ramadi: cioè, le milizie sciite o pro-iraniane che riconquistavano i centri urbani e praticavano punizioni collettive contro la popolazione in maggioranza araba sunnita. A riconquista ormai ultimata, la strategia del Governo ha funzionato in parte, nel senso che le rappresaglie sembrano esserci state ma limitate rispetto ai precedenti. Ciononostante, un assedio durato mesi e l’ultimo assalto hanno colpito con violenza la popolazione civile: si stima fossero 90mila prima dell’assedio iniziato a Marzo 2016 di cui 20mila persone sono rimaste intrappolate nel centro città fino ad ora. Senza acqua, elettricità, cibo e medicine, le condizioni dei residenti o degli sfollati nei campi adiacenti sono terribili, tanto che le organizzazioni umanitarie presenti in zona parlano di vera e propria emergenza se non catastrofe umanitaria.

Qui inizia la sfida politica del Governo iracheno. Fintantoché prevarranno quelle forze politiche che ritengono lo stato e le sue istituzioni come “cosa propria” secondo una logica patrimoniale non ci saranno grandi prospettive di ricostruzione di una comunità politica nazionale che sia minimamente sostenibile. Del resto, i limiti di questo approccio alla cosa pubblica sono evidenti ormai anche per le stesse forze al potere a Baghdad o nel Kurdistan iracheno: il calo dei prezzi del greggio ha ridotto le entrate dello Stato costringendolo a chiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale; immancabilmente questo arriva con le famigerate “condizionalità” che prevedono al solito la fine delle sovvenzioni ai combustibili e per i consumi alimentari. Ogni forza politica cerca allora di guadagnarsi più spazio possibile per garantire risorse per le rispettive clientele: tanto le forze arabe sciite nel centro e sud del Paese quanto quelle curde nel nord. Il risultato è uno stato di crisi politica permanente con il Governo oggetto e soggetto di critiche e minacce dai suoi stessi sostenitori ancora prima che da nemici quali l’Organizzazione dello stato islamico. Se le operazioni militari contro quest’ultimo proseguiranno come a Falluja, non è da escludere che proprio da questa campagna l’esercito regolare iracheno possa venirne fuori rafforzato nei mezzi e nella sua legittimità politica. Se, come sembra vogliano fare, le forze regolari riusciranno ad agire e presentarsi come uniche garanti dello stato nazionale iracheno non è detto che potranno poi ritornare nella scena politica come attore di primo piano. Non sarebbe la prima volta nella storia dell’Iraq indipendente: da Abdul Karim al Qasim nel 1958 ai fratelli ‘Aref negli anni Sessanta fino ad al Hassan al Bakr nei successivi anni Settanta anche in Iraq, i militari sono soggetti di primo piano della vita politica medio orientale. Il nazionalismo arabo o iracheno di cui si fecero promotori venne esercitato contro qualsiasi forma di dissidenza, anzitutto politica: si ricordino i curdi indipendentisti, i movimenti socialisti o comunisti trasversali alle diverse comunità del Paese; l’alleanza difficile con il Partito Baath, che vide gli ufficiali nazionalisti prima usare i baathisti e poi reprimerli nel 1963, ed invece soccombere allo strapotere del Baath di Saddam Hussein dal 1978 in poi; infine, il negoziato fallito con gli USA nel Marzo 2003 quando Washington rifiutò l'offerta di collaborare con i comandi dell'esercito iracheno per governare il Paese, rispondendo al contrario con la smobilitazione generale e il processo politico e collettivo di de-baathificazione. Con i risultati che vediamo ancora oggi.   

Le condizioni oggi sono radicalmente mutate. La politica etnico-confessionale istituzionalizzata da Washington e Teheran dal 2003 ha minato a fondo le relazioni e le affiliazioni politiche e culturali nazionali o comunque trans-comunitarie; quindici anni di guerra permanente hanno aggravato una situazione già precaria da otto anni di guerra con l’Iran (1980-1988) e tredici anni di durissime sanzioni internazionali (1991-2003). Al potere da sempre, la comunità araba sunnita è oggi relegata ai margini della vita politica e della distribuzione delle risorse nazionali dal 2003. Falluja è diventata il simbolo (“martire” nel vocabolario locale) della resistenza a questa esclusione, prima contro gli occupanti statunitensi e poi contro il governo centrale di Baghdad a guida araba-sciita e filo-iraniano: passata prima dai colori nazionalisti della bandiera irachena, poi a quelli verdi dell’Islam politico e via via sempre più scuri fino al nero dell’Organizzazione dello stato islamico dal gennaio del 2014. Cambiano i colori dei vessilli utilizzati, resta la questione di base della partecipazione al governo, tanto centrale quanto locale. Se prima l’esercito iracheno era espressione di uno stato che si voleva forte nel gestire dal centro tutte le periferie, le condizioni attuali non permettono nulla di tutto questo. Il che forse è anche un bene, visto i precedenti.  Sarà interessante vedere se, come e quando l’istituzione statale che, con tutte le difficoltà del caso, sta emergendo dalla lotta contro l’IS in nome dell’unità nazionale cadrà nella trappola della gestione centralizzata e patrimoniale del potere oppure se farà proprio un progetto di decentramento istituzionale e politico che possa rispondere sia alla realtà sul campo sia al desiderio di “governo” della popolazione. Se in passato l’autodeterminazione era sinonimo di indipendenza e secessione, oggi il caso dei curdi a nord, degli arabi sciiti nel sud oppure delle forze laiche ancora presenti ci raccontano di come l'autodeterminazione possa essere intesa come autonomia locale all'interno dei confini nazionali esistenti. Dunque, più compatibile con le propensioni unitarie di forze istituzionali come gli eserciti. Per questo motivo, a 100 anni dai famigerati accordi di Sykes-Picot, i confini territoriali del Medio Oriente oggi non sono il problema centrale: la questione di Falluja nel 2004, 2014 e 2016 così come le rivolte arabe del 2011 riguarda l’equa partecipazione alla vita politica nazionale e al governo del territorio. Vedremo chi in Iraq, come in Siria, sarà in grado di farsene promotore e garante.