Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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Quer pasticciaccio brutto della scuola

Novello Monelli * - 07.07.2015
Appello scolastico

Stato di riforma permanente

 

Così ci siamo. Salvo improbabili sorprese, il maxi emendamento governativo, approvato in ultima lettura al Senato e che approderà nei prossimi giorni alla Camera, dovrebbe rappresentare l’ultima tappa della riforma della scuola targata Renzi. Diciamolo subito: è una pessima notizia. Perché prima ancora di ogni valutazione di merito sui contenuti, l’emendamento 1934 Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti segna il trionfo di uno sport anche troppo praticato nei palazzi romani: la riforma permanente. Non c’è in pratica esecutivo degli ultimi decenni che si sia sottratto alla voglia di marchiare con il nome dell’ambizioso ministro di turno il settore pubblico, confidando di affermare così il proprio decisionismo e la propria identità politica. La scuola si è sempre prestata particolarmente bene a questo desiderio: riserva di caccia protetta della DC sotto la prima Repubblica, è diventata poi terra di bracconaggio degli esecutivi in cerca di facile visibilità.

E perché no? Chi difende gli interessi (e la dignità) della scuola intesa come luogo di formazione e di merito? I sindacati no di certo, considerato che il loro interesse si esaurisce nel procacciare a più individui possibili un posto purché sia, infischiandosene della competenza, della qualificazione e soprattutto del rigore dell’insegnamento, come la scellerata difesa delle abilitazioni in massa e il rifiuto patologico di ogni forma di valutazione dei docenti dimostrano ampiamente. Genitori e studenti meno che meno. Anche se dovrebbero essere i primi a battersi per una scuola di qualità, tendenzialmente gli italiani che usano la scuola disprezzano chi ci lavora: l’insegnante è una figura socialmente declassata, considerato un parassita «con quattro mesi di vacanza che lavora cinque ore al giorno», per citare una formula tipica dell’idiozia comune. Di questa generale disistima per il ruolo della scuola nella vita nazionale, i governi si sono fatti generalmente araldi interpretando i desideri di pancia dell’elettorato indipendentemente dal colore.

 

L’inutile accanimento riformistico

 

Naturalmente, non si può sostenere che il sistema dell’istruzione italiana non abbia dei problemi. Molti sono legati al cronico de-finanziamento pubblico che affligge negli ultimi decenni tutto ciò che ha vagamente a che fare con cultura, ricerca e insegnamento. Altri derivano dalla pessima qualità media del corpo docente assunto a più riprese con reclutamenti straordinari invece che con contingenti ben selezionati attraverso concorsi annuali. Altri ancora si legano alla mancanza di un reale incentivo allo studio e all’aggiornamento: la creazione di un corpo docente di buon livello passa attraverso un maggior legame con l’Università (brevi ma frequenti periodi di congedo per ricerca sarebbero premianti) e la valorizzazione della preparazione d’eccellenza (il dottorato, per partire). Tuttavia, nemmeno una di queste criticità verrà risolto dall’ennesima riforma. Che getterà l’amministrazione scolastica nel caos, sommergerà gli istituti di adempimenti burocratici, assorbirà professori e presidi in riunioni inutili (non che manchino), e alla fine sfocerà probabilmente nel nulla. Come è successo alle celeberrime e disputate riforme Moratti e Gelmini, in gran parte rimaste lettera morta perché, una volta vinta la battaglia ideologica e del consenso, nessuno si è mai curato di seguire l’onerosa pratica dei decreti attuativi. Precisiamolo: ogni riforma organica di scuola (e università) è e sarà un fallimento, costoso e inutile. I problemi si risolvono con provvedimenti mirati, non con mastodontici provvedimenti legislativi, proficui solo per la visibilità elettorale.

 

La scuola feudo e il professore servo della gleba

 

Al contrario, la riforma Renzi si presenta come un disegno di riordino sistematico, labirintico (orientarsi nelle 47 pagine del testo di legge uscito dal Senato non è intuitivo), accattivante e prono ad alcune parole d’ordine fumose ma popolari  (il mito dell’ «alternanza scuola-lavoro» è una di queste). I punti qualificanti sono due: lo smantellamento del ruolo dello Stato quale garante e regolatore del reclutamento e la formalizzazione dell’idea che la missione della scuola è parcheggiare i figli in attesa che diventino maggiorenni.

Il primo principio si attua, nel nome dell’autonomia scolastica, affidando al dirigente il compito di assumere i professori a partire dal prossimo anno scolastico, quando verranno (presumibilmente) esaurite le procedure ordinarie di reclutamento in vigore. Non più immissioni sulla base di graduatorie, ma creazione di «albi territoriali» in ambiti inferiori alla provincia a cui accedere sulla base di concorso, e da cui le scuole attingeranno i propri docenti («organici dell’autonomia», commi 66-68). A selezionare i docenti provenienti da questi (ancora fantomatici) albi sarà esclusivamente il dirigente scolastico: in mancanza di una gerarchia di merito, sarà lui a proporre «gli incarichi ai docenti di ruolo assegnati all’ambito territoriale di riferimento […] anche tenendo conto delle candidature presentate dai docenti medesimi» (comma 79). Non solo i futuri professori saranno legati a doppio filo alla propria scuola (l’assunzione essendo legata all’offerta formativa dell’istituto), ma i presidi avranno una discrezionalità pressoché assoluta nel reclutamento, fino alla possibilità di attribuire incarichi «in classi di concorso diverse da quelle per le quali [i docenti] sono abilitati».  In estrema sintesi, se Caio sarà simpatico al preside Tizio, verrà assunto, magari per insegnare italiano con una laurea in storia dell’arte, se Sempronio risulterà antipatico al colloquio verrà respinto, anche se chiede di insegnare scienze con un dottorato in fisica dei quanti preso a Yale. Gli incarichi non saranno più de facto a tempo indeterminato ma  «triennali rinnovabili», vincolati al mantenimento del piano di offerta formativa dell’istituto e alla valutazione di un comitato triennale presieduto dal preside e formato da tre docenti, un rappresentante dei genitori, uno degli studenti e un componente esterno (comma 129). In sostanza, il posto di lavoro dei professori sarà garantito solo dalla loro capacità di piacere a genitori, studenti e al dirigente scolastico (oltre che ai loro colleghi, naturalmente): una situazione di ricatto permanente che segna l’addio all’indipendenza dei docenti garantita per legge (comma 80). Era dai tempi del regime fascista che non era così semplice rimuovere dei dipendenti di ruolo dello Stato.

C’è da chiedersi cosa succederà in certe province della penisola, dove clientelismi e preferenze rappresentano una rete di interessi molto più ampia dei meri legami parentali («entro il secondo grado») previsti come clausola di incompatibilità dal testo di legge.

 

La Riforma del 25 giugno è il punto d’arrivo coerente di una politica pluridecennale di smantellamento progressivo dei principi e della qualità del sistema dell’istruzione. Attendiamo ora che il governo Renzi metta mano con eguale cupio dissolvi all’Università.

 

 

 

 

* Professore a contratto Università di Padova