Ultimo Aggiornamento:
22 luglio 2017
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L’Africa centrale che sogna la pace

Miriam Rossi - 26.01.2016
Guy Adoua

Pochi giorni fa il Programma Alimentare Mondiale (PAM/WFP) ha lanciato l’allarme attraverso le parole del vice direttore dell’Agenzia Specializzata dell’ONU, Guy Adoua. Nella conferenza stampa è echeggiata la stima secondo cui 2,5 milioni di persone nella Repubblica Centrafricana (RCA) si troverebbero in una “situazione di scarsa o grave insicurezza alimentare”. Poco più di un individuo su due tenendo conto che la popolazione del Paese sub-sahariano conta meno di 5 milioni di abitanti. Non si tratta di un allarme che sorprende il mondo della cooperazione: lo scorso anno una analoga verifica di emergenza sulla sicurezza alimentare in RCA aveva indicato un rischio per “appena” 1,5 milioni di persone, il 30% della popolazione. “Tre anni di crisi hanno stremato la popolazione della Repubblica Centrafricana, facendole pagare un tributo enorme” ha dichiarato Guy Adoua che ha portato doverosamente l’attenzione sulla ragione principale di tale disastro umanitario, ossia l’insicurezza diffusa. Secondo il rapporto, il raccolto del 2015 è stato povero dal momento che gli agricoltori non hanno potuto coltivare i campi, con centinaia di migliaia di persone costrette a fuggire, abbandonando abitazioni, terre e mezzi di sostentamento.

Dal dicembre del 2012 nel Paese imperversa una guerra civile tra la fazione musulmana Séléka e i guerriglieri cristiani anti-Balaka. Un conflitto a lungo restato senza vie di uscita se non la fuga della popolazione dal caos e dalle violenze dei gruppi armati incontrollati, nonché dal rischio di saccheggi, stupri e rapimenti. La violenza e la complessità della situazione hanno determinato l’intervento della comunità internazionale, presente nel Paese in tre forme differenti: tramite l’operazione Sangaris (avviata dalla Francia nel dicembre 2013), l’EUFOR-RCA (a guida UE dal febbraio 2014) e la missione MINUSCA (sotto l’egida dell’ONU, attivata dall’aprile 2014). Tuttavia, a dispetto della presenza sul campo delle forze militari e dei caschi blu, dei numerosi tentativi di mediazione e delle ripetute tregue firmate dalle parti in conflitto, la situazione resta tesa.

Il Paese sembra però oggi aver imboccato la strada verso la pacificazione, simbolicamente inaugurata lo scorso 29 novembre dinanzi a una platea mondiale con l’apertura della prima Porta Santa del Giubileo della misericordia nel corso della visita di Papa Francesco nella capitale Bangui. Un segnale di forte distensione in uno dei principali Paesi cristiani del continente africano. A livello politico, dopo una serie infinita di rinvii, il 30 dicembre 2015 si è svolto il primo turno delle elezioni presidenziali che dovrebbero mettere fine al governo di transizione guidato, sin dal gennaio 2014, dall’ex sindaca di Bangui, Catherine Samba-Panza. C’è ancora incertezza sull’esito definitivo del voto, in quanto la Corte costituzionale di transizione, unico organo deputato a sancire il verdetto finale, sta affrontando sin da subito le oltre 2mila denunce di brogli, di errori sulle schede e di ritardi per evitare una contestazione successiva del risultato elettorale. In ogni modo, con ogni probabilità dovrebbero essere Anicet-Georges Dologuélé e Faustin Archange Touadéra a disputarsi la poltrona presidenziale nel ballottaggio del 31 gennaio (che forse sarà rimandato alla settimana successiva). Le ipotesi e le voci si avvicendano nel Paese insieme alla speranza della popolazione che chiunque sia il nuovo presidente sia in grado di porre fine alle violenze e di garantire con maggiore facilità l’accesso ai beni necessari per vivere e nutrirsi.

La Repubblica Centrafricana non è il solo territorio instabile della fascia centrale dell’Africa. È la zona dei Grandi Laghi a essere ancora una volta una sorvegliata speciale, anche se sotto il silenzio dei media. Il Burundi, in particolare, sembra sprofondare in una spirale di inaudita violenza che si teme possa trasformarsi in un nuovo genocidio, sull’esempio di quanto accaduto in Rwanda nel 1994. Massacri etnici e stupri collettivi costituiscono gli strumenti di intervento delle forze di sicurezza del presidente Pierre Nkurunziza: al potere dal 2005 dopo una lunga guerra civile, è accusato da tempo di aver tradito il cosiddetto “spirito di Arusha” che ha posto fine al conflitto, inserendo nella Costituzione il vincolo di equa ripartizione del potere fra hutu e tutsi. Se alcuni analisti ritengono che la crisi sia più politica che etnica, i timori di una ripresa degli scontri sulla base dell’identità tecnica non appare così inverosimile dinanzi alla scoperta delle prime fosse comuni e all’aumento delle sparizioni forzate degli oppositori al regime. La violenza da parte di governo e opposizione, tra hutu e tutsi, passa anche attraverso la comunicazione pubblica, laddove proprio certi annunci alla radio trasmessi nel vicino Ruanda poco più di vent’anni fa diedero inizio ai folli 100 giorni del noto genocidio. Come se non bastasse, oltre al terrore per le violenze dei militari, anche in Burundi è in atto una crisi umanitaria: mancano i generi di prima necessità, cibo e medicinali.

Purtroppo niente di nuovo in Africa centrale.