Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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Dimenticate la democrazia come la conoscete: arrivano il governo forte, la rete e la sovranità diretta

Omar Bellicini * - 08.03.2016
Politica e social network

Populismo, crisi delle formazioni politiche, fanatismo di ritorno. Altro che riforma del Senato. Ci troviamo di fronte al declino della democrazia? La domanda è legittima, se si considera il successo economico del modello cinese, o se si esamina la longevità istituzionale di un autocrate come Vladimir Putin. Anche l’ascesa di Donald Trump, futuro candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, e personaggio pubblico dalle posizioni piuttosto controverse, genera parecchi dubbi sulla tenuta dell’ideale democratico. Siamo dunque destinati ad un futuro all’insegna dell’autoritarismo? È probabile, se ci rifiuteremo di comprendere che a franare non è il concetto democrazia tout court, bensì la forma -o le forme- con cui abbiamo applicato il principio fino ad ora. In altri termini: è la democrazia rappresentativa, con i suoi strumenti di mediazione del potere, a essere messa in discussione. Perché non tiene il passo di una società sempre più veloce. Perché non sa garantire l’affermazione dei talenti. Perché mal si adatta alle dinamiche e ai linguaggi della rivoluzione digitale. Ha fatto scalpore, in Italia, il breve saggio di Gianroberto Casaleggio: «Veni vidi web», pubblicato da Adagio Editore. Al di là di alcune previsioni dal sapore orwelliano, non mancano gli spunti per una seria riflessione sulle ricadute politiche e sociali delle nuove tecnologie.  «La Rete cambia la politica introducendo una relazione tra politici e cittadini: la democrazia diretta». E ancora: «Il nuovo politico non avrà bisogno di essere interpretato dai media attuali, che perderanno quindi la loro importanza. Il leader interattivo da una parte acquisterà potere, dall’altra lo perderà, perché dovrà rendere conto ai cittadini delle sue azioni e a perseguire la volontà dell’elettorato in tempo reale». Non sembrano analisi irrealistiche. Ad ogni modo, non bisogna spaventarsi: gli assetti dello «stato di diritto d’impronta liberale» non si reggono su meccanismi obbligati, refrattari a qualsiasi riforma. L’organizzazione attuale ha preso le mosse, più di tre secoli fa, da uno specifico progresso tecnologico e da un mutamento dei rapporti economici ben individuato: quella rivoluzione industriale che ha avuto conseguenze politiche considerevoli. Oggi, fra globalizzazione e avvento dei social network, stiamo vivendo un’evoluzione dalle proporzioni paragonabili, e non ci si deve sorprendere se i vecchi modelli costituzionali non si dimostrano adeguati a un contesto sociale così radicalmente mutato. Insomma, occorre andare oltre l’abusata discussione sulle «lungaggini del parlamentarismo». Si tratta di dar vita a un sistema inedito, che salvaguardi, con nuovi strumenti, gli irrinunciabili principi liberali: sovranità popolare, separazione dei poteri, pesi e contrappesi. Partendo da un assunto: si va verso una polarizzazione del potere. Da un lato, si può scorgere un ritorno alla democrazia diretta, favorito da una tecnologia che consente a tutti -e in qualsiasi momento- di esprimere il proprio punto di vista; dall’altro, si assiste a una concentrazione personalistica del potete esecutivo, resa necessaria dalla ricerca di una figura politica di riferimento, nel magma delle tante opinioni e informazioni. Sono due spinte solo apparentemente contrapposte, giacché dipendono dagli stessi presupposti: la televisione e internet, a livello tecnico, e l’individualismo, a livello ideologico e sociale. C’è sempre meno spazio per i corpi intermedi, come partiti e sindacati, perché si rivelano cattivi interpreti dei nuovi mezzi di comunicazione e dei nuovi meccanismi di relazione. Ecco l’origine della presente crisi di sistema, al netto del tramonto delle grandi utopie del Novecento. Si è detto di come sia indispensabile traslare i principi cardine del liberalismo nell’organizzazione la politica del futuro. Ebbene, sarà possibile solo se si metteranno a frutto le potenzialità democratiche della rete. Potenzialità finora limitate, poiché culturalmente insostenibili: troppo scarsa la conoscenza, da parte della generalità delle persone, dei meccanismi di base attraverso cui si gestisce la cosa pubblica. In queste condizioni, immaginare una partecipazione diretta del popolo al processo legislativo appare impensabile, o tutt’al più demagogica. Si impone, dunque, il tema di un ripensamento radicale della Scuola, dei suoi programmi, delle sue finalità. Prospettiva senz’altro spinosa, a fronte dell’ampia diversità di vedute sulla natura e sugli scopi dell’insegnamento di massa. Sull’altro versante, quello relativo alle prerogative del governo, occorrerà bilanciare il maggior potere dell’esecutivo: con limiti stringenti al numero dei mandati, con procedure di revisione costituzionale ancora più complesse, nonché con una forte responsabilità politica e giuridica dei ministri, da vagliare al termine del percorso istituzionale di questi ultimi. Nondimeno, bisognerà introdurre nel dibattito sulla separazione dei poteri, e sulle cause di ineleggibilità di un cittadino, settori che tradizionalmente non vi facevano ingresso: la posizione economica dominante di un candidato, il suo ruolo nel sistema dell’informazione, la sua capacità di accesso a dati personali sensibili. Troppo complesso? È possibile, ma è ciò che ci aspetta e dobbiamo essere pronti. Si parla senz’altro di futuro. Ma il futuro, a ben guardare, è già qui.

 

 

 

 

* Praticante giornalista, ha collaborato con le testate Unimondo.org, con il mensile "Minerva" e con il canale all-news Tgcom24.