Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Una povertà imbarazzante

Cristina Bianchetti * - 08.01.2015
Palazzo Giustiniani

Di periferie si torna sempre a parlare. Ogni questione legata all’urbano si accompagna a qualche invettiva sulle periferie. Con un ritorno di argomenti e di parole che permane al variare di tutto: se ne parla sempre negli stessi modi. I primi, con qualche capacità di anticipazione, sono stati gli esponenti della cultura cattolica dei tardi anni 50, all’interno di una riflessione sul tema della povertà. L’Istituto cattolico di attività sociali (Icas), i Quaderni di azione sociale, i convegni delle Acli o i centri impegnati sul fronte delle nascenti scienze sociali (CNPDS) scoprono allora la periferia, occupandosi di arretratezza e marginalità in una società in rapida trasformazione e ne propongono una doppia declinazione che oppone l’idea della periferia come male della città, specchio della crisi urbana e della perdita della cultura dell’abitare, all’idea della periferia come luogo dell’effervescenza, della vitalità, di un paese che si modernizza. Marginalità, disagio, indebolimento delle reti sociali da un lato, vitalità, effervescenza, dinamismo e innovazione nei modi di usare lo spazio, dall’altro. La capacità di costruire il dibattito di quelle vecchie posizioni è straordinaria. Vi ha fatto i conti, per decenni, la cultura urbanistica. Ma in fondo, anche i «diavoli della periferia» di Toni Negri, condividono con quelle lontane posizioni l’ebbrezza di uno spazio periferico dilatato a comprendere il mondo.

 

Quelle posizioni continuano a tornare nonostante il cambiare di tutto: ai disagi e alle consolazioni della Golden Age si sono sostituiti gli incubi dell’arresto della crescita; alle lotte urbane degli anni 60, l’incivilté dei moti di fine secolo; al progetto urbano delle cosiddette centralità, la sua fine sancita dal degrado dei grandi complessi residenziali degli anni 70. La periferia si è dilatata e differenziata geograficamente. Si è dissolta nei territori esterni della dispersione, mentre all’interno della città si è storicizzata, si è insinuata nelle aree industriali dismesse o nelle parti più difficili dei centri storici. Si è riprodotta nei territori dell’abusivismo costiero e in tutte quelle situazioni anonime nelle quali si disfano, insieme al territorio, i beni pubblici. Si è arricchita di enclaves residenziali, nuovi condensatori spaziali legati allo scambio o al tempo libero, aeroporti, parchi del divertimento, zoo di plastica, cittadelle del terziario. Per molte attività l’accessibilità conta più della centralità e le periferie sono fitte di spazi di attraversamento, compresi quelli che aiutano la percolazione di specie vegetali e animali dentro le nostre città. C’è poi una situazione di sfondo ancora più rilevante: tutti (o quasi) viviamo in periferia. E’ da molti anni che il Cresme ci dice come solo in piccola parte la popolazione italiana abiti nei centri delle piccole o grandi città.  Gli altri, qualsiasi idea abbiano della periferia, ci vivono. Solo questo basterebbe a richiedere un trattamento un po’ più aperto del tema. Mentre la periferia torna sempre nei discorsi trascinata da qualche fatto di cronaca. Ha ragione Jean-Luc Nancy quando, con lucida ironia, osserva che: «la città che si teme di perdere è la città senza la sua periferia, mentre la città che si teme e basta è la città nella sua periferia». Le logiche sicuritarie, il timore, l’incivilté, l’incapacità della nostre periferie e delle nostre città di faire societé non possono essere sottovalutati. Così la segregazione, le distanze, l’intolleranza. A volte le situazioni sono gravissime. Ma il quadro è più complicato. Mentre lo si continua rappresentare in poche tonalità e con scarsità di idee.

 

Un buon esempio è il progetto G124 promosso dalle stanze di Palazzo Giustiniani. Un’iniziativa generosa, avviata dall’architetto e senatore Renzo Piano con le migliori intenzioni, ma i cui primi esiti mostrano una povertà imbarazzante. Non mi riferisco all’uso strumentale e un po’ cinico, da parte di quelle amministrazioni locali (Torino per prima) che, avvicinandosi, cercano di garantirsi l’accesso ai 200 milioni di euro stanziati dal governo per il cosiddetto Piano periferie. Questo fa parte della corsa affannosa a intercettare risorse, cui si è largamente ridotta la politica locale per ragioni che sono del tutto chiare. Mi limito a constatare la povertà di un discorso che contrappone le retoriche dure e semplificate di sempre e un’azione progettuale quasi inconsistente. La periferia è disagio, malessere, luogo di diritti negati e di ingiustizia. Il progetto è azione leggera risolta in piccoli scostamenti alla ricerca di comfort e bellezza. Comfort e bellezza sono cose sacrosante, beninteso, ma come si fronteggiano una playground sotto un viadotto e l’esclusione, il disagio, lo sgretolarsi di protezioni sociali di cui la periferia è assunta frettolosamente ad emblema? E’ la sproporzione a colpire: da un lato il ritorno di parole d’ordine radicali (Lefebvre est incontournable! o forse è solamente un’immaginetta); dall’altro il ricorso ad interventi che scivolano lontano: come se bastasse un orto a favorire l’incontro tra gli abitanti. Nessun moralismo. Né sottovalutazione delle virtù dei progetti leggeri. Quel che vorrei sottolineare è l’irresistibile leggerezza con la quale un autorevole progetto sulle periferie sostenuto dalle istituzioni, assume conflitti (riconosciuti) e condivisioni (auspicate) entro un’idea di città di cui consuma i significati economici, sociali e istituzionali. Mentre, a gran voce, li dichiara.

 

 

 

Il report citato: Periferie. Diario del rammendo delle nostre città è reperibile al link http://bellissimo1998.com/media/PERIFERIE.pdf)

 

 

 

 

* Cristina Bianchetti è architetto e professore ordinario di Urbanistica al Politecnico di Torino