Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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The Young Pope [Considerazioni a elevato rischio spoiler]

Omar Bellicini * - 26.10.2016
The Young Pope

Tutto ci si poteva aspettare da questa scorribanda televisiva del premio Oscar Paolo Sorrentino, prodotta niente meno che da Sky, HBO e Canal+. Tutto, tranne che la sceneggiatura andasse a scovare la scintilla narrativa nella teoria musicale del primo Ottocento. Si badi, non è una provocazione: l'avvio di stagione di questo “The Young Pope” è pura musicologia romantica. Per essere precisi, è una "cadenza d'inganno" bella e buona: una formula melodica che ti fa intuire una certa conclusione, e invece vira improvvisamente in un'altra direzione. Lasciandoti attonito, spiazzato e (naturalmente) rapito. Perché Lenny Belardo, il Pontefice quarantenne, protagonista della storia, è appunto l'incarnazione di una frode, di un'illusione: è giovane, bello e americano. Perfino anticonformista, nelle scelte e nei gesti. Dunque, tutti si attendono che sia un pericolo progressista. Invece no. Pio XIII (qui il nome è significativo) si rivela sì pericoloso, ma come ultraconservatore. Che dico! Come autentico reazionario. È questo ribaltamento la vera forza della serie. Non la tecnica, tutta sorrentiniana, di calare il potere nella quotidianità e nel banale, dalle sigarette dei prelati alle partite fra suore, che sembrano rubare qualcosa all'"Habemus Papam" di Nanni Moretti. E nemmeno le trovate felliniane, col canguro domestico, che viene dallo stesso universo kitsch de "La Grande Bellezza": tutto fenicotteri rosa e feste "cafonal", sospese tra il buon vecchio Trimalcione di Petronio e l’ancor più vecchio (e forse meno buono) Roberto D'Agostino. L’elemento trascinante è l'inversione delle aspettative, dei luoghi comuni narrativi. Un meccanismo rafforzato da un'idea di fondo per certi versi rivoluzionaria, che rappresenta un ritorno alla filosofia del Divo e sembra essere quanto di più lontano dalla vulgata contemporanea: che il potete è necessariamente sporco, perché "per fare il bene, spesso bisogna prima fare il male". Un concetto di rottura, esplicitato dalla prima (autentica) confessione del cardinale Voiello (alias Silvio Orlando), il segretario di Stato: un "politicante" che sembra la reincarnazione di Giulio Andreotti. Per meglio dire, di un Andreotti che ha dismesso i panni civili per indossare (finalmente!) la porpora che gli compete. Il saggio Prelato, abbracciando un disabile cui fa visita di nascosto, forse un parente, si scusa infatti "per tutto il male che dovrà compiere, al fine di salvare la Chiesa". Il corto circuito è tutto qui: l'intransigente Pontefice rischia, con il suo fanatismo mosso da questioni interiori irrisolte, di mettete a repentaglio i destini della Chiesa; il mellifluo e intrigante antagonista promette di salvarla, con la miseria indispensabile dei compromessi e dei ricatti. Perché la domanda che ci pongono queste prime puntate è precisamente questa: siamo sicuri che il personaggio negativo sia l'eminenza grigia, l'uomo degli accordi sottobanco, il grande intrallazzatore? O è piuttosto il Papa santo, autoritario e irresponsabile interpretato da Jude Law? È un dilemma etico-politico che resuscita il teatro di Sofocle e nobilita un genere (quello delle miniserie sul web) ormai superiore a tanti prodotti destinati al grande schermo. Ma soprattutto è un interrogativo che non pretende considerazioni manichee e analisi draconiane: la risposta, per citare un recente Nobel per la letteratura, colpito da afasia, is blowing in the wind. E potrebbe rimanere tale fino alla fine: gli spettatori meno inclini alle sfumature sono avvertiti. Un’ultima avvertenza: “The Young Pope” sta andando in onda in concomitanza con la tanto decantata serie sull’ascesa dei Medici, coprodotta dalla Rai. Una circostanza che rende ancor più acuto il dolore per la palese disparità di spessore fra i due racconti. La situazione è la seguente: sul web si possono godere gli arabeschi del fioretto, sul digitale terrestre si soffre ancora per i colpi della mannaia. Cari dirigenti del Servizio Pubblico, lo spettacolo (anche quello pop) deve fornire un'interpretazione della realtà, un'idea definita, capace di comunicarsi attraverso la trama. Magari giocando su più livelli di comprensione, ma pur sempre raccontando "qualcosa". Un canovaccio in cui mutano solo nomi e scenografie è semplicemente … inutile. Ma vi diranno che il pubblico è diverso. Vi diranno che, ahinoi, non siamo pronti per la complessità.

 

 

 

 

* Praticante giornalista, ha collaborato con le testate Unimondo.org, con il mensile "Minerva" e con il canale all-news Tgcom24.