Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Famiglia e territorio: i fondamenti dell’identità italiana

Ugo Rossi * - 06.01.2015
Difesa del territorio

L’identità italiana, così come si è tratteggiata a partire dagli anni ’50 e’60, è fondata su due valori chiave: la famiglia e il territorio.

Nel primo caso ci si rifà ad un’idea di famiglia, non solo in senso stretto, ma estendendo il ragionamento a tutto ciò che può essere gestito come una famiglia: sia essa un’impresa, una città o l’intero Paese. Il tratto distintivo della famiglia è la creazione di una piccola comunità. È al suo interno che sono valutati i talenti e ciascuno è premiato o punito secondo le sue capacità. La famiglia divide il reddito, ma anche le paure, le preoccupazioni, oltre che le speranze. Se si fa impresa, si fonda sulla famiglia, se c’è da costruire una casa, i soldi si cercano prima in famiglia, poi in banca. E la logica familiare (essere una famiglia, non lasciare nessuno indietro, crescere insieme) è utilizzata anche sul piano dell’amministrazione pubblica.

Il secondo valore chiave dell’identità italiana è il territorio. Può sembrare riduttivo assumere un riferimento fisico come elemento forte di uno status identitario, ma nell’esperienza del nostro Paese questa è una concezione largamente presente e condivisa. Negli Stati Uniti è norma cambiare residenza, ci si muove dove le opportunità sembrano migliori e perciò non c’è un particolare culto del territorio, se non del quartiere dove si vive (temporaneamente). Da noi il territorio è un riferimento, crea identità personale. Molti non si possono pensare lontani dal territorio dove sono nati e cresciuti; e lì, prima o poi, nel caso se ne allontanassero, intendono ritornare. Da noi, almeno fino ad oggi, più che il ricongiungimento familiare, c’è il ricongiungimento territoriale. Ed è presto per dire se le nuove generazioni, le quali iniziano a dubitare delle possibilità di un futuro lavorativo in patria, confermeranno oppure disattenderanno – come sempre più spesso si sta verificando, si veda la “fuga dei cervelli” – l’attuale tendenza generale. In ogni caso, anche se sempre più giovani scegliessero di abbandonare il nostro Paese, sarà per cercare sbocchi più appetibili e invitanti, sarà per una “non appropriata” gestione da parte dei governi italiani dei nostri più importanti capitali comuni (risorse umane, cultura e ambiente) e non per una disaffezione alla loro terra di origine.

Questa idea di territorio come fattore fondante ha dato un’altra peculiarità all’identità italiana. Siamo gli unici (forse) che hanno grandi aziende globalizzate i cui quartieri generali restano dove sono nate le aziende (Benetton a Treviso, Luxottica e altre ancora nel Veneto, nelle Marche, in Emilia) e non si trasferiscono nelle capitali (nel nostro caso a Milano o a Roma).

Il valore del territorio si traduce nel valore della qualità della vita. L’identità italiana è intimamente legata alla qualità della vita, da ottenere non nell’età della pensione, ma sempre e durante tutte le età. Di qui il culto della “vita di paese”, dell’esperienza dei piccoli comuni, delle valli, dove un numero sempre maggiore di nostri concittadini, almeno idealmente, vorrebbe tornare. Si spiega anche così l’incredibile diffusione delle seconde case, per acquisire una vita di paese, quando si è “costretti” a vivere in città. Nella vita di paese le relazioni non si sviluppano nei club, ma nelle piazze, negli spazi sociali del territorio. Vita nei piccoli spazi, vita di relazione. Un ragionamento analogo vale per la politica, almeno per quella che si sviluppa spontaneamente nei territori a maggiore intensità identitaria. E questo non riguarda solo quelle esperienze particolari che sono le Autonomie speciali, ma anche ogni luogo che esprima una sua tipicità, una spiccata vocazione al radicamento e, di conseguenza, una domanda di rappresentanza che non sia interpretabile dai grandi partiti nazionali. In questo senso poco importa che la forma assunta sia quella delle liste civiche o dei movimenti legati a peculiari interessi di luogo o di campanile. L’importante è che sia una politica in grado di intercettare lo “specifico” locale, per metterlo in relazione con il “composito” nazionale.

 

 

 

 

*Presidente della Provincia autonoma di Trento