Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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David Bowie: la vita come un’opera d’arte

Claudio Fabretti * - 14.01.2016
David Bowie

Se la sua vita è stata un’opera d’arte, la sua morte non è stata da meno. Un’uscita di scena con tempismo teatrale perfetto, suggellata da uno splendido disco (“Blackstar”), con tanto di versi profetici: “Guardate lassù, sono in paradiso, ho cicatrici che non possono essere viste” (l’inquietante “Lazarus”). David Bowie, il Duca Bianco, l’uomo delle stelle si congeda dal mondo al culmine della (ritrovata) popolarità, mentre il suo testamento musicale è appena uscito nei negozi (l’8 gennaio, proprio nel giorno del suo 69° compleanno). Bowie lottava da 18 mesi una battaglia contro il cancro. Proprio mentre era alle prese con la malattia, ha registrato le canzoni – e i video, magnifici e disturbanti – di “Blackstar”. Un album il cui titolo non andrebbe scritto, ma solo illustrato grazie al disegno di quella stella nera, che ora ci appare come il sepolcro ideale di un artista che, fin dall’odissea dell’astronave di Major Tom (“Space Oddity”, 1969), ha inseguito un sogno spaziale ad occhi aperti.

Una morte accompagnata da un cordoglio pressoché unanime e che tuttavia ci appare impossibile. Forse perché, novello Dorian Gray, Bowie ha sempre lasciato che fosse il suo ritratto a invecchiare, mai il suo spirito. O forse perché il suo nome è ormai da tempo consegnato all’eternità. Paradossale, per chi è partito dal warholiano “quarto d’ora di celebrità”, immortalandosi poi “eroe per un giorno” (“Heroes”).

Del resto, Bowie è l’epitome di tutte le contraddizioni del rock. Nessuno come lui ha saputo mettere a nudo i cliché dello stardom, il rapporto morboso, ma anche ipocrita, tra idoli e fan, il falso mito della sincerità del rocker, l'assurdità della pretesa distinzione tra arte e commercio. Sorto come vessillo della rivolta giovanile contro l’ipocrisia della società borghese e conservatrice, il rock aveva finito presto col restare imbrigliato nelle pastoie di una nuova omologazione, tra canzone politica, atteggiamenti machisti e retorica del “sudore e sangue”. All’alba degli anni 70, Bowie getta alle ortiche in un colpo solo tutto questo polveroso armamentario, trasformando il rock in un ballo in maschera. Sotto le sgargianti luci dei neon, trionfano così la libertà, il travestitismo e l'ambiguità sessuale, in un profluvio di lustrini e paillettes, piume e rimmel, stivali e tutine spaziali. Tutto riassunto in una sola maschera, quella di Ziggy Stardust, l’alieno androgino dalla parrucca color carota, prima idolatrato e poi divorato dai fan, per una delle metafore più potenti di sempre dello show-business.

Fin da quella prima geniale intuizione, Bowie ha sbattuto in faccia a tutti la gioiosa falsità dell'essere artista e, al contempo, la sua universalità, plasmando un nuovo immaginario. Ricettivo e preveggente al tempo stesso, è stato uno dei primi musicisti a concepire il rock come “arte globale” (pop-art?), aprendolo alle contaminazioni con il teatro, il music-hall, il mimo, la danza, il cinema, il fumetto, le arti visive. Con lui è scomparso ogni confine tra cultura “alta” e “bassa”. Perché - secondo una sua stessa felice definizione – “è insieme Nijinsky e Woolworth”.

È grazie ai suoi show che il palcoscenico del rock si è vestito di scenografie apocalittiche, di un'estetica decadente e futurista al contempo, retaggio di filosofie letterarie e cinematografiche, ma anche dell'arte di strada dei mimi e dei clown. E in ambito musicale la sua impronta è stata fondamentale nell'evoluzione di generi disparati, dal glam-rock al punk, dalla new wave alla dance.

Fedele all'imperativo wildiano della “vita come un'opera d'arte”, ha sempre fatto del suo essere dandy una continua provocazione, anche a costo di apparire impopolare, di isolarsi da quella retorica umanitaria che ha sempre accompagnato il rock. “Ho poca simpatia per l'umanità. Si è giustamente tentato di cambiarla, io penso che sia fatica sprecata. Non sono fatto per il realismo, per gli slogan. Preferisco lasciare questo compito a Sting”, replicherà con perfidia a chi gli sottoporrà l’ennesima domanda sulle sorti del modo. In pratica, lo stesso destino toccato allo sventurato Adriano Celentano, nel corso di una celebre intervista riproposta in questi giorni.

Il suo trasformismo (reso celebre dai versi della sua “Changes”) lo ha condotto negli anni a un’opera di palingenesi permanente. Ha inseguito le tendenze musical-tecnologiche più disparate, si è quotato in Borsa (con la sfortunata, in verità, avventura dei titoli "Bowie Bonds"), ha varato progetti rivoluzionari a ripetizione sul suo sito internet, inclusa perfino una sua "Bowie Bank".

Se abbia realmente precorso o cavalcato i tempi, resterà sempre aperto il dibattito. Ma in fondo sono le stesse premesse dell’interrogativo a risultare fallaci. Perché Bowie è sistema e anti-sistema, leggerezza della moda e profondità della sua elaborazione critica. È la maschera che si fa atto politico (si pensi anche solo all’incredibile messinscena orwelliana dei “Diamond Dogs”), l’artista allo specchio che si strugge di vanità e si lacera nell’angoscia del suo destino effimero. Per certa critica sarà sempre impossibile comprendere il suo uso spregiudicato dell'immagine, la sua ostentata artificiosità, il suo voler essere artista d'avanguardia vendendosi al pubblico come una starlette di Broadway. I suoi personaggi sono stati il diaframma che ha sempre frapposto tra sé e il mondo, ma anche le testimonianze più verosimili della sua personalità. Lo sgraziato Ziggy, l’algido Duca Bianco sospeso nella Berlino della guerra fredda, l’entertainer platinato di “Let’s Dance”, il clown allucinato di “Ashes To Ashes” o il consumato giocatore d’azzardo degli anni 90 sono tanti riflessi del grande enigma Bowie. Un’idra mutante: impossibile comprenderla, se si tenta di analizzarne una faccia sola.

Senza di lui, il rock si sentirà meno libero, più banale. Ma se è vero, come scrivono Fred Frith e Howard Howe nel saggio "Art Into Pop", che "Bowie è una tela nera sulla quale la gente scrive i propri sogni", non resterà che chiudere gli occhi per continuare a vivere sospesi per sempre nella sua polvere di stelle.

 

 

 

 

* Claudio Fabretti è giornalista per il quotidiano "Leggo", fondatore e direttore della rivista musicale "Ondarock" (www.ondarock.it).Ha pubblicato due libri biografici su Francesco De Gregori e i R.E.M.