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24 maggio 2017
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Come ti rottamo l’università (tanto non serve a niente).

Novello Monelli * - 18.10.2014
Legge di stabilità 2014

Colpo di grazia

 

Se le notizie diffuse nei giorni scorsi dai quotidiani (per primo “Il Sole 24 ore” del 26 settembre) dovessero essere confermate, la legge di stabilità che sta per essere definita  dal Consiglio dei ministri si appresta a sferrare il colpo di grazia al sistema dell’Università e della ricerca. Per finanziare l’assunzione straordinaria di 148mila precari della scuola (e per far fronte ad altre millanta promesse del medesimo genere dispensate in questi mesi) il governo Renzi diminuirebbe il  Fondo ordinario universitario (il budget complessivo a disposizione degli atenei italiani per funzionare) di una quota variabile tra i 170 e i 400 milioni di euro. L’oscillazione delle cifre (quella minore è stata rilanciata da un ulteriore articolo del “Sole” di venerdì scorso) non muta la sostanza, anche se testimonia l’agghiacciante pressapochismo dell’esecutivo a proposito di questi temi. Ogni ulteriore taglio al finanziamento del sistema della ricerca sarebbe infatti un irreversibile atto di autolesionismo, in primo luogo perché, come ha ricordato da ultimo il rettore di Padova, Giuseppe Zaccaria, in un sistema internazionale complesso come quello in cui l’Italia compete (o dovrebbe competere), il sostegno alla ricerca e alla formazione superiore è essenziale. L’attuale 0,43% del PIL destinato al mondo universitario è certamente ridicolo in confronto ai paesi competitori più prossimi geograficamente, come Germania e Francia, ma depotenziarlo ancora sarebbe un crimine.

 

Il punto di arrivo di una decennale eutanasia

 

Eppure il governo dei rottamatori non è particolarmente originale, non è stato sicuramente il primo ad imboccare la via della distruzione del sistema universitario e della ricerca, anche se potrebbe essere l’ultimo (ammesso che qualcuno non voglia in futuro tagliare le macerie), considerato che questa ennesima sforbiciata impatta su un sistema cronicamente sotto-finanziato e ormai al collasso. Nel corso di un decennius horribilis il finanziamento ordinario per le università, mantenutosi nominalmente attorno a quota 7 miliardi (comprensivi di tutte le spese accessorie) è in termini reali (al netto dell’inflazione) diminuito drasticamente: oggi si aggira attorno ai cento milioni di euro in meno della dotazione del 1996. Non sorprenderà quindi la notizia che il corpo docente universitario italiano sia non solo tra i più piccoli dei paesi avanzati (il 25% in meno della media UE) ma anche uno dei più vecchi: in un paese dove circa la metà del comparto ricerca e la quasi totalità dell’insegnamento superiore sono affidati alle strutture pubbliche la masochistica strategia dei governi (di qualsiasi colore) ha prodotto rapidamente  risultati catastrofici. Nel 2011 l’Italia era già l’ultimo paese della zona UE per diffusione dell’istruzione “terziaria” (superiore a livello universitario) nella fascia di età 24-34, un dato in perenne discesa (fonte: rapporto ANVUR sul sistema universitario 2013). In sostanza, mentre i paesi industrializzati (verrebbe da dire civili) promuovono l’innalzamento dei livelli di studio nella propria popolazione per permettere ai giovani di competere in un mercato del lavoro ormai pienamente internazionale, in Italia si è scelto di esaltare l’ignoranza.

 

Il popolare disprezzo per il sapere

 

In uno qualsiasi degli altri partner europei un’opzione simile difficilmente sarebbe passata senza sollevare fiere proteste e una forte resistenza in larghi segmenti del mondo politico. Nel nostro paese non si registra alcuna protesta decisa nelle aule parlamentari, mentre una buona parte dell’opinione pubblica gongola addirittura all’idea che quegli sfaccendati dei ricercatori e dei professori siano finalmente costretti a “andare a lavorare”. Da un lato, ci sono poche dirigenze politiche in Europa più estranee alla cultura di quella italiana. In Germania un ministro (l’allora incaricato della difesa Karl Theodor Guttenberg) si dovette dimettere perché la sua tesi di dottorato era un plagio. Con l’eccezione dell’attuale ministro dell’Istruzione (per dovere professionale), è probabile che nel gabinetto Renzi non si sappia nemmeno come è fatta una tesi di dottorato. Dall’altro, il pubblico medio sa delle università solo ciò che pertiene a scandali e malfunzionamenti: c’è poco da stupirsi se la legittimazione pubblica del mondo universitario è ai minimi termini. Per dirla tutta, non è che l’Università e gli enti di ricerca pubblici abbiano fatto molto negli ultimi decenni per guadagnare prestigio. Gli scandali nelle procedure di reclutamento e la diffusa sensazione che gli atenei fossero in mano ad una casta inamovibile di privilegiati hanno delle basi reali: un perverso meccanismo di reclutamento localistico ha trasformato molte facoltà soprattutto dagli anni Novanta in avanti nella culla del clientelismo e del familismo amorale. Le cronache di concorsi in cui veniva assunto non il più meritevole ma il più affine ideologicamente, il parente più prossimo e soprattutto il portarborse più fedele (variante accademica dell’utile idiota) riempiono vari raccoglitori di atti giudiziari. E sono solo la punta dell’iceberg di una malversazione dilagante a cui solo molto recentemente, con l’introduzione di meccanismi di valutazione e premialità più o meno rigorosi, si è tentato di arginare.

 

Una soluzione di consenso

 

Il che non toglie che ciò che si appresta a fare il governo Renzi sia un’operazione di discutibile utilità. La principale conseguenza della riduzione del fondo ordinario infatti non sarebbe certo il licenziamento dei lavativi (e ce ne sono parecchi) che bivaccano nei dipartimenti universitari da vent’anni, né la chiusura delle inutili sedi decentrate, ma la cancellazione di ogni fondo di ricerca e soprattutto il rinvio a data da destinarsi di ogni assunzione di nuovi ricercatori e professori. Così, per stabilizzare alcune decine di migliaia di precari scolastici si annienterebbe completamente il ricambio della docenza superiore. In termini infrastrutturali, è come se per potenziare i treni regionali chiudessimo le linee ad alta velocità e gli aeroporti. Solo che la scuola interessa tutti, e assumere in massa (anche in assenza di ogni seria selezione) crea consenso elettorale. Mentre pare che la ricerca non porti soldi e nemmeno voti.

 

 

 

* Professore a contratto Università di Padova