Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Lasciate ogni speranza. Come il governo intende rottamare i ricercatori precari.

Novello Monelli * - 18.11.2014
Stefania Giannini

La menzogna del merito


Una delle più diffuse convinzioni che aleggia sul sistema della ricerca italiana è che il merito sia solo una delle variabili della carriera scientifica, e nemmeno quella più importante. In effetti, ad un osservatore dotato di un minimo di senso critico pare difficile non accettare l’idea che università, enti di ricerca e fondazioni siano il regno della selezione per demerito e mediocrità. Come la stampa ama mettere in evidenza, in questo paese si diventa ricercatori e professori universitari per devozione, per sangue, per affiliazione ideologica, per fascino e a volte, sorprendentemente, anche per talento. E’ un giudizio superficiale, ma contiene un buon nucleo di verità. In effetti, la mediocrità alligna nei corridoi del malandato sistema accademico nazionale, ma non lo fa ovunque e negli stessi termini. Esistono dipartimenti universitari in cui clientelismo e nepotismo sono la regola e altri dove una sparuta pattuglia di accademici in posizioni di responsabilità (ordinari volenterosi, direttori di dipartimento e responsabili di laboratori) tentano ancora di promuovere il reclutamento di studiosi originali e produttivi. Il che non significa che il bilancio complessivo non sia disastroso. Perché i “buoni accademici” sono un po’ come i veterani giapponesi nel Pacifico: superstiti accerchiati in una giungla di parenti, clienti, portaborse e amanti, con poche armi e sovente depressi. E abbandonati da un governo che sembra divertirsi a peggiorare la situazione.

 

Il massacro generazionale


E’ istintivo, quando si parla di malgoverno dalle parti dell’università il pensiero corre agli esecutivi di centrodestra, e alla mai abbastanza vituperata riforma Gelmini. Ma lo sfascio del sistema della ricerca e della formazione superiore non ha un colore politico: è uno straordinario esempio di collaborazione bipartisan. Nella genesi e mancata soluzione dei tre principali problemi che impediscono agli atenei oggi di essere realmente competitivi sul piano internazionale (una penuria cronica di risorse, un corpo docente e ricercatore invecchiato, selezionato in anni passati con criteri quantomeno discutibili e il mancato ricambio generazionale) i governi di area ex PCI hanno almeno tanta responsabilità quanto quelli di berlusconiani e soci. Il nome di Luigi Berlinguer (ministro della Pubblica istruzione dal 1996 al 2000) è legato soprattutto ad una riforma dei concorsi universitari (il cosiddetto sistema “delle terne”) che ebbe come risultato principale quello di favorire la promozione in massa alle posizioni apicali della gerarchia universitaria. Si può discutere sulla selettività di questa nobilitazione collettiva, ma quel che è certo è che la moltiplicazione dei posti da ordinario e associato creò una saturazione tale da bloccare il sistema per molti anni, impedendo di fatto l’ingresso nei ruoli di un’intera generazione di ricercatori. La legge 3 luglio 1998 n. 210 è l’equivalente universitario delle politiche di debito pubblico dei governi degli anni Settanta e Ottanta: un simpatico macigno regalato alle generazioni successive in nome del benessere immediato.   

 

Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori


E poiché “el sangue no xè acqua” l’esecutivo attuale non pare intenzionato a rovesciare la magnifica tradizione dei governi nazionali: tutto ciò che può impedire di risolvere i malanni dell’università verrà tentato.

La legge di stabilità approvata dal Consiglio di Ministri e di prossima discussione alle Camere contiene in effetti ben poco che riguardi università e ricerca, ma di quel poco molto è pessimo. L’esempio più lampante è la rimozione di un vincolo poco noto, quello tra il reclutamento (leggi: promozione) dei professori ordinari e i ricercatori di tipo B. Il ricercatore “di tipo B” (TDB per semplicità) è una delle due figure introdotte dalla riforma Gelmini in sostituzione del ruolo di ricercatore universitario: è un contratto a tempo ma, a differenza del “tipo A” (tre anni  + due + basta) ha una concreta speranza, alla fine del triennio e in presenza di un giudizio positivo della struttura di afferenza, di essere stabilizzato come professore associato. Peccato che sia una posizione detestata negli atenei: in primo luogo perché costa molto. Non casualmente, come è stato dimostrato da una ricerca promossa dall’Associazione dei Ricercatori Precari (APRI http://www.ricercatoriprecari.it/), nella sterminata galassia dei contratti a tempo determinato cui è affidata buona parte di ciò che rimane della produttività scientifica nazionale, si contano oggi oltre 15.000 assegni di ricerca e borse post-dottorato di vario tipo, 2500 TDA e 224 TDB. E sono solo questi 224 ad avere la possibilità di continuare a lavorare: per gli altri, si tratta di emigrare o abbandonare l’attività di ricerca. Un bell’esempio di spreco, considerando quanto la formazione di questi 18.000 ricercatori è costato allo Stato italiano, che il governo sta cercando di implementare. Togliendo infatti il vincolo residuale che costringe gli atenei a creare posizioni da ricercatore per poter promuovere i propri strutturati interni, si annullerà di fatto l’unico stimolo superstite, per quanto esile, a nuove assunzioni. E l’università diverrà infine ciò che tutti pensano: un promuovificio ope legis. Bei rottamatori.

 

 

 

* Professore a contratto Università di Padova