Ultimo Aggiornamento:
28 giugno 2017
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La corsa all'Eliseo: un voto di rottura

Riccardo Brizzi - 22.03.2017

Il confronto televisivo di lunedì scorso tra i cinque principali candidati alle presidenziali francesi ha confermato come il tema dominante della campagna elettorale sia la rottura con il passato. Non è d’altronde una novità assoluta nella storia delle presidenziali. Sotto la V Repubblica il mito del cambiamento costituisce la norma. Non si accede all’Eliseo se non si è disposti a sollevare il vessillo della «rottura».  Il generale de Gaulle lo ha fatto in modo clamoroso, a partire dal 1958.  E da allora ogni ambizione di guidare il paese si è fondata, in qualche misura, sulla volontà di rottura con il passato: Giscard d’Estaing ha messo in soffitta il gollismo, Mitterrand ha posto fine all’associazione tra la V Repubblica e la destra, Chirac ha chiuso la lunga parentesi socialista, il volontarismo di Sarkozy garantiva di interrompere il lungo declino dell’era Chirac, mentre Hollande è arrivato all’Eliseo promettendo di restituire «normalità» a una funzione presidenziale logorata dai cinque anni al passo di carica di Sarkozy.

Nella campagna presidenziale del 2017 tuttavia la carica di «rottura» appare più potente e generalizzata che in passato. Essa non è diretta soltanto contro il presidente uscente – che per la prima volta nella storia della V Repubblica  non si è ricandidato alla propria successione, leggi tutto

Hollande cala il sipario

Riccardo Brizzi - 07.12.2016

«Un quinquennato si giudica all’inizio e si sanziona alla fine» aveva anticipato nel corso della campagna presidenziale del 2012 il candidato socialista François Hollande. Da presidente in scadenza di mandato ha preferito togliere ogni equivoco. Giovedì scorso, di fronte alle telecamere, ha preso atto della distanza ormai incolmabile con i francesi: « Ho deciso di non candidarmi alle presidenziali » ha dichiarato, visibilmente emozionato, al termine di un discorso di una decina di minuti pronunciato all’Eliseo. Molti osservatori hanno paragonato la rinuncia di Hollande a quella di un altro socialista, Jacques Delors, che l’11 dicembre 1994  annunciò la propria indisponibilità a correre per le presidenziali della primavera successiva. La comparazione tuttavia non può tacere due differenze significative tra questi episodi. Innanzitutto Delors appariva all’epoca il grande favorito della corsa presidenziale, mentre Hollande sconta oggi una crisi di consenso senza precedenti, che avrebbe pregiudicato qualsiasi possibilità di permanenza all’Eliseo. In secondo luogo Hollande ha annunciato il suo rifiuto a candidarsi da presidente in carica ed è la prima volta nella storia della V Repubblica che un capo dello Stato rinuncia a correre per la propria successione al termine di un solo mandato.

 

Il presidente «normale» non è riuscito a guadagnarsi la fiducia dei propri compatrioti, stretto nella morsa leggi tutto

La Francia sull'orlo di una crisi di nervi

Riccardo Brizzi - 11.06.2016

Mentre gli europei di calcio hanno preso ufficialmente il via ieri sera a Parigi, con la partita inaugurale tra i padroni di casa e la Romania, la Francia, già alle prese con i danni causati dalle inondazioni, i primi incidenti degli hooligans inglesi in quel di Marsiglia e lo spettro del terrorismo sempre presente (che ha sensibilmente ridotto il flusso di turisti, soprattutto nella capitale), è ancora attraversata da importanti proteste sociali.

La mobilitazione contro la « legge sul lavoro », nelle ultime settimane ha coinvolto in particolare il settore energetico (bloccate molte piattaforme petrolifere e più di metà delle centrali nucleari) e quello dei trasporti con la SNCF in sciopero in diverse regioni (Ile-de-France compresa) da dieci giorni. Gli aiuti annunciati mercoledì scorso dal primo ministro Manuel Valls a favore del settore ferroviario potrebbero ammorbidire proteste che stanno scuotendo il paese da quasi tre mesi e che, dopo i picchi di mobilitazione toccati tra fine marzo e inizio aprile, parevano in declino sino alla raffica di scioperi avviata dalla SNCF il 1° giugno.

I sindacati – CGT in testa - contano su un iter legislativo ancora tortuoso (il testo deve essere discusso al Senato, in vista del voto a fine giugno, cui seguirà una nuova staffetta tra le due camere, prima dell’approvazione definitiva a fine luglio) e ricordano la vicenda del Contratto leggi tutto

La disunione europea e lo smarrimento della sinistra

Riccardo Brizzi - 11.07.2015

L'exploit del Partito popolare danese alle elezioni legislative di fine giugno (21%) e l'esito del referendum greco promosso da Syriza hanno riacceso il dibattito sull'ascesa delle formazioni populiste nella Ue. All'indomani dell'ingresso in forza nel Parlamento di Strasburgo in occasione delle europee del 2014, dalla Spagna alla Finlandia forze protestatarie spesso unite soltanto da un fermo rifiuto delle istituzioni comunitarie hanno registrato notevoli successi elettorali o conquistato posizioni di governo. Questo trend ha preso forme diverse. Nel Nord Europa (Svezia, Danimarca, Finlandia) la critica della tecnocrazia e delle élite di Bruxelles è portata avanti anzitutto da un populismo di estrema destra che si propone di smontare o distruggere la casa comune, mentre nei paesi mediterranei a sollevare il vessillo dell'euroscetticismo è in primo luogo una sinistra radicale che - a immagine e somiglianza di Syriza e Podemos - non ambisce a demolire l'Ue ma anzitutto a trasformarla. La crisi ha promosso in Europa due reazioni distinte ma spesso convergenti: un voto «anti-solidarietà» che a Nord si nutre dell'insofferenza verso il lassismo e l'indisciplina dei paesi meridionali, e un voto «anti-rigore» che da Sud denuncia le insostenibili misure di austerità imposte dalla troika e dai diktat di Berlino.

L'incremento del voto leggi tutto

La guerra dei Le Pen

Riccardo Brizzi - 14.04.2015

Saremmo davvero troppo provinciali a ritenere la rottamazione politica un'eccellenza italiana. Basta mettere il naso al di là delle Alpi per accorgersi che la storia della V Repubblica francese è costellata di casi clamorosi: Pompidou che rompe con de Gaulle in occasione del maggio 1968; Jospin con Mitterrand all'inizio degli anni Novanta e Sarkozy con Chirac all'indomani del fallimento del referendum europeo del 2005.

La storia stessa del Front national fa scuola su questo terreno, con la prima scissione intervenuta già nel 1973, ad appena un anno dalla creazione del partito. Le tensioni attuali tra Marine Le Pen e il padre Jean-Marie seguono le consuete linee di frattura interne al movimento, che hanno tradizionalmente opposto  i sostenitori di una strategia di conquista del potere ai difensori dell'ortodossia frontista, ma assumono evidentemente un carattere inedito per la sovrapposizione tra dimensione familiare e politica. L'evocativa simbologia del parricidio non deve però oscurare la profonda divergenza politica.

Contrariamente al fondatore del partito - promotore della rinascita e del consolidamento dell'estrema destra in Francia - Marine vuole governare e per farlo all'indomani del congresso di Tours del 2011, che aveva sancito il passaggio di testimone con il padre, ha promosso una strategia di normalizzazione che ha portato il FN ai livelli elettorali più alti della sua storia e a consolidarsi progressivamente in tutte le elezioni intermedie degli ultimi due anni (municipali, europee, dipartimentali, in attesa delle imminenti regionali). leggi tutto

L'anormale impopolarità del presidente normale

Riccardo Brizzi - 14.10.2014

Essere un presidente «normale». Questa era stata la promessa (e la scommessa) fatta da François Hollande in campagna elettorale. L'espressione era volta ad annunciare una forte discontinuità rispetto all'azione di Sarkozy principalmente su due fronti. Per quanto riguarda la vita privata Hollande si impegnava a restituire sacralità a una funzione presidenziale diminuita dall'eccessiva disinvoltura del presidente uscente, protagonista di una serie di gaffes memorabili, dalla cena da Fouquet’s la sera della vittoria elettorale agli insulti con i pescatori bretoni nel porto di Guilvenec, passando per la telenovela con Cécilia, il corteggiamento di Carla e la conferenza stampa in stato di ebbrezza in occasione del G8 di Heiligendamm. Il ritorno alla «normalità» avrebbe dovuto investire anche la sfera istituzionale, rispetto alla quale il candidato socialista si impegnava a ripristinare la «sacra» distinzione di ruoli, proclamata agli albori della V Repubblica, tra un presidente della Repubblica incaricato dell’«essenziale» e un primo ministro cui è affidata la gestione ordinaria del potere. Un confine costantemente scavalcato da Sarkozy nel corso di un mandato il cui tratto distintivo era stata la costante emarginazione del primo ministro e una concentrazione presidenziale, estremamente mediatizzata, del potere esecutivo. leggi tutto

La vendetta della première dame

Riccardo Brizzi - 11.09.2014

«Dolce è la vendetta, soprattutto per le donne», recita un verso del Don Giovanni di Lord Byron, che non deve essere passato inosservato a Valérie Trierweiler. In effetti all'indomani della crisi del governo Valls, mentre il clima nella maggioranza appare tesissimo e si registrano i primi inciampi nella formazione del nuovo esecutivo, il racconto dettagliato dell'ex compagna del presidente della sua relazione con Hollande, appare la classica pugnalata alla schiena. A coronare la tragicommedia politico-personale di Hollande mancava solo il castigo letterario di Valérie.

Sgombriamo il campo dagli equivoci: «Merci pour ce moment» non è una bomba, è fuffa. L'indignazione postuma della figlia di un invalido e di una cassiera di supermercato verso il disprezzo classista del presidente - che in privato  chiamerebbe «sdentati» i meno abbienti - è quantomeno sospetta. E il travaglio interiore di colei che ha avuto accesso all'Eliseo soltanto dalla laterale avenue de Marigny, e non dall'ingresso d'onore, lascia poco spazio all'immedesimazione dei comuni mortali. leggi tutto

Federica Mogherini ai casting di Bruxelles

Riccardo Brizzi - 04.09.2014

Correva l'anno 2009 e la nomina della semi-sconosciuta Catherine Ashton ai vertici della diplomazia europea aveva suscitato critiche feroci. «Siamo alla farsa» avevano commentato gli ex capi di governo francese Rocard e tedesco Schröder, denunciando il basso profilo di Lady Pesc, puntualmente confermato nel corso di un mandato nel quale la Ashton è stata sempre scavalcata dagli Stati membri (da ultimo nella recente crisi ucraina).  Cinque anni dopo ci risiamo.  «Cattiva scelta» ha sintetizzato uno dei più autorevoli quotidiani del Vecchio continente, il francese «Le Monde», peraltro di fede progressista, riferendosi all'investitura dell'«inesperta» Federica Mogherini ad Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di difesa.  

 

I «meriti» di un basso profilo

 

Difficile d'altronde argomentare che le ragioni della sua nomina risiedano nella solidità di un curriculum decisamente acerbo (anzi, probabilmente, ha giocato a favore proprio il profilo poco ingombrante, garanzia che le ambizioni nazionali degli stati membri non saranno ostacolate). Le motivazioni di tale scelta sono piuttosto da ricondurre alla convinta sponsorizzazione del premier Renzi e, soprattutto, leggi tutto

Il doppio volto dello Zar

Riccardo Brizzi - 31.07.2014

Nuove sanzioni europee contro Mosca

 

Mentre l'inchiesta sull'abbattimento del Boeing 777 della Malaysia Airlines procede tra mille difficoltà e infuriano i combattimenti nell'est dell'Ucraina, martedì 29 luglio a Bruxelles gli ambasciatori dei 28 paesi dell'Ue hanno adottato una serie di sanzioni economiche contro la Russia per convincere Putin a interrompere il sostegno ai separatisti filorussi. L'accordo blocca l'accesso ai mercati europei ad aziende e banche russe, vieta la vendita di armi e di tecnologie sensibili nel settore energetico e dei beni a duplice uso, sia civile che militare, e congela i beni di alcune imprese e di uomini d'affari vicini al presidente russo, accusati di beneficiare dell'annessione della Crimea o di complicità con i separatisti. Misure salutate con soddisfazione da Barack Obama, che ha annunciato a ruota nuove sanzioni americane rivolte contro «settori chiave dell'economia russa» quali l'energia, la difesa e la finanza. Secondo il presidente Usa - che tuttavia nega l'avvio di una «nuova guerra fredda» - l'atteggiamento europeo prova come Washington non sia sola a «perdere la pazienza» verso Mosca, accusata dall'intelligence Usa di apprestarsi a fornire ai ribelli nuovi lanciamissili più potenti per fronteggiare l'offensiva dell'esercito ucraino. leggi tutto

Il rompicapo europeo

Riccardo Brizzi - 19.07.2014

Dopo lo psicodramma che ha accompagnato la nomina di Jean-Claude Juncker alla testa della Commissione, all'indomani della fumata nera di mercoledì scorso la Ue si ritrova nuovamente arenata nelle secche di una partita di nomine ai vertici delle istituzioni comunitarie.

«E' un peccato, ma la situazione non è drammatica [...].Ho già partecipato alla formazione di otto governi [in Belgio]. Sono questioni che richiedono tempo» ha affermato Herman Van Rompuy uscendo dal vertice che sanciva il fallimento di tre settimane di consultazioni con le ventotto capitali.

Dopo l'elezione del popolare lussemburghese Jean-Claude Juncker alla testa della Commissione, l'attribuzione degli incarichi di presidente del Consiglio, Alto Rappresentante e dei portafogli più pesanti della commissione risponde a delicati equilibri politici destra-sinistra, geografici nord-sud/est-ovest, ma anche a bilanciamenti di genere e generazionali. Un vero rompicapo. Van Rompuy era stato incaricato di proporre un «pacchetto» che prendesse in considerazione anche la presidenza permanente dell'Eurogruppo, che dovrebbe essere attribuita al ministro spagnolo dell'Economia, il conservatore Luis de Guindos. Ma i capi di Stato e di governo nei loro calcoli tenevano in considerazione anche la Commissione europea, con l'obiettivo di ottenere portafogli di peso per il proprio paese, rendendo l'equilibrismo diplomatico sempre più difficile e suscitando la ferma opposizione di Juncker. Il neo presidente dell'esecutivo europeo non ha abdicato alle proprie prerogative, rifiutandosi di anticipare la distribuzione dei portafogli in una notte, sotto la pressione diretta di capi di Stato e di governo dalle richieste spesso contraddittorie. leggi tutto