Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Sfiducia distruttiva

Paolo Pombeni - 17.12.2015

Avete presente la norma della attuale costituzione tedesca che prevede che quando si vuol fare cadere un governo si debba contestualmente presentare il governo che lo sostituirà? Si chiama “sfiducia costruttiva” e venne introdotta per ovviare a quelli che si consideravano i mali della Repubblica di Weimar: sfiducie ai governi senza che fosse pronta alcuna alternativa per cui si avevano lunghi periodi di turbolenza spesso conclusi con governi deboli trovati tanto per riempire un buco.

Nella costituzione italiana una norma simile non c’è. Si pensava che la responsabilità della classe politica dovesse essere sufficiente ad evitare crisi al buio. Ovviamente la storia repubblicana ha già pesantemente menomato questa fiducia, ma ora siamo giunti al peggio: con la mozione individuale dei grillini contro la ministro Boschi e con l’inseguimento di altre opposizioni a presentare mozioni di sfiducia all’intero governo mostriamo che siamo arrivati alla “sfiducia distruttiva”.

Che cosa succederebbe infatti se quelle mozioni venissero ratificate dal parlamento? Semplicemente il caos, perché non è disponibile alcuna maggioranza alternativa per sostenere un nuovo governo. Certo si potrebbe raggiungere il risultato di sbarazzarsi di Renzi, ma a favore di chi? Non occorre una cattedra di politologia ad Harvard per capire che sarebbe comunque un governo debole, sottoposto all’usura della inevitabile vendetta dei renziani, destinato a durare pochissimo ed a portarci rapidamente a nuove elezioni. leggi tutto

Una politica sospesa

Paolo Pombeni - 10.12.2015

Forse qualcuno l’avrà notato, anche se non se ne parla molto: la politica italiana è in una fase di stanca. Per carità, imperversano i talk show, Salvini è dovunque, qualche battaglia interna ai partiti raggiunge sempre le pagine dei giornali, ma è quasi impossibile dire che oggi le questioni politiche tengano banco.

Non mancherebbero gli argomenti a cominciare dalla politica economica, visto che siamo entrati nella sessione di bilancio e c’è da approvare la legge di stabilità. I tecnici talora richiamano la nostra attenzione su qualche passaggio, magari anche significativo come è il caso della questione del salvataggio delle quattro banche andate a rotoli e della tutela da dare o da negare ai risparmiatori coinvolti. Eppure anche in questo caso non c’è, salvo eccezioni si capisce, alcuna riflessione che coinvolga la pubblica opinione al di là del solito generico buonismo: come si può lasciar distruggere il patrimonio di risparmi di tanta gente che si è semplicemente fidata della sua banca? Il tema non è piccolo e ha un risvolto elettorale, tanto che il ministro Padoan per spiegare all’estero l’abbandono del principio economico corrente (chi acquista capitale di rischio deve sapere quel che fa) ha parlato di “aiuti umanitari” ai piccoli risparmiatori.

Se non ci siamo distratti, ben pochi parlano del tema di come punire un sistema di piccole banche che mungono la clientela locale con management e azionisti senza adeguate competenze e che dunque avranno pure delle responsabilità. leggi tutto

Il pasticcio delle elezioni per la Consulta

Paolo Pombeni - 08.12.2015

L’evolversi della vicenda delle elezioni di tre giudici della corte costituzionale in corso al Parlamento è di quelle che meriterebbero più attenzione e dibattito di quanto ce ne sia. Al momento ci sono severi moniti da parte del presidente Mattarella, dei presidenti Grasso e Boldrini, nonché una iniziativa di protesta dei radicali. Purtroppo tutto finisce sostanzialmente qui e non è un bel segnale.

Non c’è infatti solo il problema, che già non sarebbe piccolo, di un organo costituzionale, il Parlamento, incapace di adempiere al dovere costituzionale di rispettare il funzionamento di un altro organo costituzionale, cioè la Corte. Già sarebbe un bel pasticcio, ma non ci si ferma qui. Infatti per come si sta sviluppando la vicenda si colgono due debolezze strutturali che in una democrazia dovrebbero preoccupare e non poco: una è la sostanziale ignoranza da parte di una componente non certo piccola dei parlamentari di cosa sia una corte costituzionale; l’altra è il rifiuto da parte dei partiti di considerare cosa significhi la ricerca di maggioranze qualificate nel nostro sistema parlamentare.

Per quel che riguarda il primo punto si deve esaminare l’obiezione avanzata da più parti (i Cinque Stelli sono i più aperti nel farlo, ma molti si accodano) secondo cui non sarebbe accettabile che si eleggano dei giudici che hanno una valutazione positiva della attuale legge elettorale che è stata denunciata alla Corte per violazione di principi costituzionali. leggi tutto

Fine dell’ottimismo?

Paolo Pombeni - 03.12.2015

E’ sempre bene in politica non lasciarsi sconvolgere da ogni stormir di fronda, perché non è poi detto che i sussulti di un giorno siano destinati a durare. Nonostante questa premessa ci azzardiamo a prendere in considerazione un certo cambiamento di tono che sembra affermarsi nella politica italiana: sta cedendo la lunga luna di miele che Renzi aveva avuto con gran parte dell’opinione pubblica e anche di una quota ampia delle classi dirigenti di questo paese.

Chi valuta il clima sulle varie intemerate di talk show e di sfogatoi su media si stupirà sentendo parlare di una lunga luna di miele per un governo che è sempre stato sotto attacco o al più considerato con sufficienza da molti circoli dei cosiddetti “opinion maker”. In realtà però l’umore del paese era tutto sommato positivo, perché si riconosceva che Renzi “almeno sta facendo qualcosa”, “prova a cambiare la situazione”, e via elencando. Lo si vedeva anche dai sondaggi che registravano una prevalenza, sia pure non ampia, del PD renziano e un largo apprezzamento del premier.

Ora la situazione è cambiata. Non solo cala la popolarità del segretario-premier, ma nei sondaggi sulle intenzioni di voto il suo partito è tallonato da vicino e in alcuni casi addirittura superato in caso di ballottaggio dal M5S. Certo sui sondaggi bisogna fare la tara, lo abbiamo imparato elezione dopo elezione, perché gli intervistati sulle intenzioni di voto si sfogano più che ragionare, mentre poi nella cabina elettorale qualche riflessione in più la fanno. leggi tutto

Rispetto delle culture e caricatura del rispetto

Paolo Pombeni - 01.12.2015

La polemica sulla presunta iniziativa del preside di un Istituto di Rozzano, Marco Parma, che è accusato di voler soprassedere alle celebrazioni del Natale con riferimenti al cristianesimo per rispetto delle altre religioni è la triste dimostrazione dell’incultura in cui siamo caduti. Tanto i difensori della presunta  preside  quanto le forze politiche che lo hanno contestato ne sono pervasi.

Va però notato che questa iniziativa che il preside Parma ha smentito arriva dopo un certo can can mediatico a seguito di altre iniziative simili che c’erano state in passato e dopo che la faccenda è stata lasciata correre anche troppo.

Non è una questione di religione, è una questione di storia e cultura e ci permettiamo di dire che alcuni rappresentanti della Chiesa Cattolica sbagliano nel non prendere le distanze da troppi interessati difensori delle radici cristiane, che lo fanno solo per speculazione politica (e che non sono credibili come difensori della fede e della civiltà).

Chiediamoci invece perché coloro che credono di essere all’avanguardia quando vorrebbero abolire una tradizione per il presunto rispetto di quelli che non ci si riconoscono sono semplicemente delle persone senza cultura che per di più mettono a rischio una delle più grandi conquiste dello sviluppo culturale dell’occidente, cioè il pilastro della “tolleranza”. La risposta è abbastanza semplice, ma purtroppo raramente viene sviluppata. leggi tutto

Le amministrative e la crisi dei partiti

Paolo Pombeni - 24.11.2015

Quel che sta accadendo in vista delle prossime elezioni amministrative di primavera è emblematico della crisi in cui versano i partiti politici italiani, almeno quelli che hanno le loro radici nel sistema politico della prima repubblica. Se si eccettuano le due formazioni che non sono inquadrabili in quell’orizzonte, la Lega Nord e il Movimento Cinque Stelle, tutti gli altri si trovano in notevoli difficoltà ad indicare veri candidati per il governo delle grandi città.

Non è un fatto da sottovalutare, perché la tradizione politica italiana ha sempre visto nei maggiori “municipi” uno dei fulcri del sistema, magari raramente per il lancio di personalità destinate poi ad importanti carriere nazionali, ma più spesso per elevarli a laboratori degli sviluppi futuri ed a vetrine dei loro modelli di raccolta del consenso. E’ stato così specialmente per la sinistra, che aveva in quegli ambiti la possibilità di mostrare la sua capacità di essere alternativa di governo, ma anche la vecchia DC aveva una sua robusta tradizione municipale.

Oggi è sotto gli occhi di tutti quanto i grandi partiti siano spiazzati dall’incombere di queste competizioni e quanto siano timorosi di vedersi scavalcati dalla concorrenza proprio di Lega e M5S.

Ciò potrebbe apparire più facilmente spiegabile per il vecchio blocco berlusconiano, perché si tratta di una ulteriore prova della sua crisi irreversibile.  leggi tutto

La politica in Italia dopo la strage di Parigi

Paolo Pombeni - 19.11.2015

I recenti attentati terroristici di Parigi che riflessi avranno sulla politica italiana? La domanda circola, ma la risposta è tutt’altro che facile. Innanzitutto perché non sappiamo ancora se quel che è accaduto è un episodio destinato a rimanere circoscritto o se sarà l’inizio di una “campagna” (per usare un vecchio termine politico-militare) che si estenderà nel tempo e che avrà una sua logica e una sua strategia di lungo periodo. Ovviamente l’uno o l’altro scenario cambierebbe non poco le coordinate dell’evoluzione della nostra politica.

Al momento abbiamo solo visto in Italia un sistema che ha reagito su un doppio binario: una certa capacità di dominio degli eventi da parte del governo, un populismo sciatto e provinciale nelle opposizioni. Queste ultime ovviamente hanno offerto tutto uno spettro di comportamenti: dalle intemerate da talk show di Salvini (ma ormai ci siamo abituati: oltre quello sembra non riesca ad andare), alle vaghezze dei Cinque Stelle (ritirare i soldati dall’Afghanistan è un non senso), alla sostanziale incapacità di presenza dell’arcipelago berlusconiano (il mantra del “coinvolgiamo la Russia” non è molto originale).

Bisogna invece riconoscere che Renzi è stato in questo caso particolarmente sobrio: ha evitato qualsiasi tono enfatico, ha sottolineato passaggi di buon senso (evitiamo di creare una Libia bis), ha dato l’impressione che si deve lavorare molto a livello di relazioni internazionali lasciando perdere gli annunci ad effetto. Va aggiunto che lo hanno sostenuto bene anche i principali ministri: serio e credibile Gentiloni, ma lo stesso Alfano, chiuso il pollaio polemico con Salvini (che poteva risparmiarsi), ha illustrato prese di posizioni equilibrate e realistiche. leggi tutto

Le amministrative e l’Italicum

Paolo Pombeni - 12.11.2015

Che le amministrative siano un test cruciale per Renzi è stato detto e ripetuto un po’ da tutti, commentatori indipendenti, alleati ed avversari del premier. Lui lo sa e si capisce che lo sa, anche se a volte afferma che il loro esito non avrà conseguenze sul governo. Questo può darsi, perché la sopravvivenza del governo dipende dalla maggioranza parlamentare e poiché farlo cadere significa andare ad elezioni anticipate non è improbabile che si cerchi di trovare il modo di tirare avanti. E’ invece impossibile che l’esito delle amministrative di primavera sia privo di impatti sul sistema, e cioè sulla centralità della leadership renziana e del disegno complessivo che la sostiene.

Il fatto è che il meccanismo delle elezioni comunali assomiglia terribilmente a quello dell’Italicum: è una competizione attorno ad un candidato che vince o perde a seconda del consenso che si “accumula” attorno alla sua persona. Se non ce la fa subito deve vedersela al ballottaggio e anche quello è un passaggio rivelatore.

Molti osservatori sottolineano come a fronte di un alto gradimento che Renzi riscuote nei sondaggi il PD resti inchiodato alla sua percentuale storica intorno al 32-33%. E’ un fenomeno noto in politica: per citare un esempio famoso, Churchill nel 1945 perse a sorpresa (era il “vincitore” della II guerra mondiale!) a favore dei laburisti perché personalmente era stimatissimo dall’opinione pubblica, mentre invece i conservatori apparivano un partito poco affidabile. leggi tutto

Un passo avanti verso la Terza Repubblica?

Paolo Pombeni - 10.11.2015

Su cosa sia veramente successo con la manifestazione leghista del 8 novembre a Bologna si discute già e si discuterà ancora per un po’ di tempo. Si sommano elementi simbolici, strategie politiche precise e l’avventurismo politico tipico di questi tempi. Tutto sommato però azzardiamo si possa pensare ad un deciso passo avanti verso la terza repubblica.

L’elemento simbolico è di rara complessità. Il primo livello, quello più semplice, è la decisione di portare il leghismo nel cuore della “città rossa”. Naturalmente si potrebbe discutere su quanto Bologna oggi sia adatta ad incarnare ancora quel simbolo, soprattutto nella declinazione che ne da il lepenismo di Salvini, ma a sostenerlo nella sua rappresentazione ci pensano gli “antagonisti”, che peraltro non sono bolognesi, ma legati alla sua natura di città universitaria che calamita giovani da tutta Italia. Poi però Bologna è, ad un livello di simbologia più raffinata, la città di Prodi e dunque dell’Ulivo. Accanto a questi simboli legati alla location, come si usa dire oggi, ci sono i simboli dell’evento: l’accorrere di Berlusconi e della Meloni alla corte di Salvini, davanti alle sue truppe schierate, a cui i due non possono portare che qualche battaglione di complemento (magari ancora attardato a fare il saluto fascista – liturgia estranea al Salvini lepenista). leggi tutto

C’è davvero una crisi nel PD?

Paolo Pombeni - 05.11.2015

L’ennesima fuoruscita di parlamentari dalle fila del Partito Democratico testimonia la reale crisi di una parte almeno di quel partito o più semplicemente è il frutto di una selezione approssimata di classe dirigente operata da Bersani in vista delle passate elezioni politiche, quando nell’ottica di mostrare quanto era ampio il bacino di riferimento si arruolarono tutti quelli che si pensava potessero “fare opinione”?

La domanda ci sembra legittima nel momento in cui coloro che abbandonano le sponde a cui sono approdati grazie a meccanismi più di cooptazione dal centro che di spinta del consenso popolare giustificano la loro decisione con il disagio a stare in un partito che, a loro dire, ha cambiato DNA, ha avuto una mutazione genetica. Infatti in quest’ottica il PD non sarebbe più un partito “di sinistra”, ma un partito “di centro” (o “della nazione” secondo una formuletta il cui vero contenuto è assolutamente oscuro a tutti, compreso a colui che lo ha distrattamente messo in campo).

Ora, se si pensa alla storia da cui origina il PD, è piuttosto difficile sostenere che essa avesse per obiettivo la creazione di un partito “di sinistra” così come è inteso dai fuorusciti che, non a caso, vanno tutti ad approdare nell’estrema con l’ipotesi di fondare una cosiddetta “cosa rossa” con SEL e compagni. leggi tutto