Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

L’Italia e il vento europeo

Paolo Pombeni - 29.09.2015

Mentre si è momentaneamente placato il dibattito-scontro sulla riforma del senato (ma riprenderà, statene certi), sarebbe da valutare l’attuale posizione del nostro paese nel contesto europeo. Non è solo questione dei suoi rapporti diciamo così istituzionali con l’Unione sulla questione migranti come su quella della legge di stabilità, ma si tratta del più ampio problema di come le classi dirigenti italiane vogliano rapportarsi ai venti di inquietudine che scuotono il vecchio continente.

Proviamo ad elencare alcune recenti questioni che sono arrivate sul tappeto. Dapprima c’è stato l’esito della crisi greca con la riconferma della leadership di Tsipras a cui ha fatto da controcanto la salita di Jeremy Corbyn alla leadership del Labour Party in Gran Bretagna. Due eventi che sembravano spingere in direzioni opposte quanto ad interpretazioni su come deve o dovrebbe muoversi oggi una sinistra politica. Poi abbiamo avuto la vittoria in Catalogna degli indipendentisti (vittoria piuttosto risicata in verità), evento che ha riproposto il tema delle tensioni scissioniste che albergano all’interno dei vecchi stati nazionali. Infine, quasi in contemporanea, la presa di distanza del governo italiano dalle operazioni francesi nella guerra contro l’Isis. Il tutto per non parlare dei riflessi che avrà la questione Volkswagen (al di là degli aspetti economici su cui interverranno i nostri redattori competenti in materia) su quella che sembrava, dopo gli interventi di Merkel sulla politica per i profughi,  una ritrovata leadership della Repubblica Federale Tedesca come “potenza civile” che aspira a guidare la nuova Europa. leggi tutto

Giro di boa?

Paolo Pombeni - 24.09.2015

A giudicare dai commenti e dalle reazioni alla riunione della direzione PD di lunedì 21 settembre si dovrebbe presumere che sulla questione riforme siamo al giro di boa. Renzi ha vinto, non sappiamo ancora se una battaglia o la guerra, e la minoranza dem non è uscita annientata, almeno non la sua componente maggiore. Tutto infatti al momento sembra andare verso un onorevole compromesso che consentirebbe a tutti di uscirne bene.

Se pensiamo che non sia ancora detto, è perché il compromesso è inevitabilmente ambiguo, basato com’è più su un astratto riconoscimento di due principi altrettanto astratti (l’impianto della riforma non si tocca; sì, ma il senato deve rimanere elettivo) che non su una reale convergenza circa l’assetto “politico” da conferire alla seconda Camera.

Renzi, che è un comunicatore e un tattico molto abile, è riuscito a mettere in angolo la sua opposizione interna prospettandole un quadro difficilmente obiettabile: al paese della riforma del senato interessa pochissimo, la questione che appassiona la gente è se saremo o meno in grado di uscire da questa crisi. Dunque le politiche economiche e il governo delle emergenze (a cominciare da quella molto visibile dell’immigrazione) sono possibili soltanto se non si manda al macero il ministero guidato dall’attuale segretario del partito. Vedete voi (oppositori) cosa volete fare, sapendo che comunque in parlamento ci sono più forze di quel che immaginate pronte a far in modo, più o meno apertamente, che non salti tutto. leggi tutto

Esercizi di leadership

Paolo Pombeni - 22.09.2015

La gestione di Renzi della direzione PD di ieri è stato un autentico esercizio di leadership. Ha infatti imposto il confronto su tematiche a lui favorevoli e ha costretto anche i suoi oppositori interni, ma soprattutto i meno caldi fra i suoi sostenitori, a scendere sul suo terreno. L’approvazione all’unanimità della sua relazione lo dimostra ampiamente.

A chi si aspettava una direzione incentrata sulla questione di come votare sul ddl Boschi, il segretario premier ha riservato una delusione. Ha detto chiaramente che quella tematica interessa poco, è roba buona da talk show su cui ha ironizzato ( ricordando che ormai anche la trentesima replica di Rambo che va in onda in contemporanea a talk show dove ci si accapiglia sulla riforma del senato li batte in termini di audience). Significativo che nessuno ha avuto il coraggio di smentirlo pubblicamente su questo punto, segno evidente che c’era consapevolezza che si trattava di una percezione realistica degli umori popolari. Questo ovviamente non significa automaticamente che un tema non sia importante se non eccita l’interesse del pubblico, ma certo in politica è un elemento di cui si deve tenere conto.

La sostanza è che Renzi ha inchiodato il partito a focalizzarsi su due temi: le questioni sociali (povertà, immigrazione, disoccupazione) e quelle economiche (interventi per sostenere la ripresa a cominciare dalla riduzione delle tasse). Questo gli ha consentito di incentrarsi sulla sua tipica narrativa: leggi tutto

Gran Bretagna: turn left ?

Paolo Pombeni - 17.09.2015

Alla notizia dell’elezione di Corbyn alla guida del Labour Party mi sono ricordato di una vignetta che comparve al tempo della rottura della dissidenza di sinistra del Labour nel 1950-51. Ritraeva Bevan, Wilson, Tiratsoo vestiti da scolaretti che ad un incrocio si imbattevano nel classico cartello turn left (svoltare a sinistra). Anche allora prese piede la leggenda che si erano perse le elezioni del 1951 perché non si aveva avuto il coraggio di spingere la politica del governo laburista abbastanza a sinistra (il partito aveva preso più voti in termini assoluti, ma aveva vinto un minor numero di collegi rispetto ai conservatori).

Il risultato di allora fu che i conservatori arrivarono al potere e se lo tennero per tredici anni. “Tredici anni buttati via” dirà poi la propaganda di Wilson (nel frattempo divenuto molto più tiepido circa le sue antiche posizioni di sinistra) quando nell’ottobre 1964 riportò finalmente i laburisti al governo. Continuò così la serie degli spostamenti del Labour Party tra una posizione sostanzialmente centrista quando era al potere o aveva chance di andarci ed una orgogliosamente di sinistra alternativa quando quell’orizzonte era precluso: ricordarsi dei tempi del lungo regno della Thatcher, neppure scalfita dai furori ideologici di Michael Foot (che peraltro era un intellettuale di notevole spessore). Il pendolo riprese la sua corsa opposta con Blair e il “New Labour” rappresentò la rinnovata proposta di un partito di sinistra che voleva competere con i conservatori non come partito “sectional”, ma come partito della nazione. leggi tutto

Si sbloccherà la politica italiana?

Paolo Pombeni - 15.09.2015

La domanda più urgente che si pone in questo momento riguarda la possibilità di sblocco di una situazione politica che sta pericolosamente scivolando verso la palude. Naturalmente a parole tutti giurano che basterà un nulla per pacificare la situazione: peccato che ciascuno sia disposto a contribuire a quel nulla al prezzo dell’umiliazione dei propri avversari. E’ importante aggiungere che ciò avviene non per pura cattiveria, ma per la pessima gestione del confronto politico che ha contribuito ad ingessare tutto senza dare spazi di manovra. Lo si è detto e scritto in continuazione, ma fra poco si vedrà all’opera la gigantesca trappola in cui tutti hanno concorso ad infilarsi.

I termini della questione sono ormai noti e sono stati illustrati all’infinito. Avendo trasformato tutto in una sfida sull’elettività diretta del Senato, su un versante Renzi e i suoi debbono assicurarsi la vittoria con l’approvazione sostanziale della seconda camera come prodotto dei consigli regionali, mentre sul versante opposto la minoranza interna al PD deve ottenere che il senato sia espressione di un voto popolare diretto.

Perché le mediazioni sono di fatto difficilissime se non impossibili? Perché manca la materia del contendere: non ci sono veri interessi attorno a cui trovare una formula che faccia funzionare bene il nuovo senato, ma solo una lotta per il predominio della scena politica. Tutte le proposte di mediazione avanzate si sono infrante su un punto: ogni parte in campo ha detto,  benissimo, purché sia chiaro che con ciò abbiamo vinto noi. leggi tutto

La grande incognita

Paolo Pombeni - 10.09.2015

Sembra dunque che ci si avvii alla prova finale per capire se l’Italia è entrata irreversibilmente in una nuova fase, ma soprattutto in che termini questa si espliciterà. Certo la questione che fa da cartina di tornasole non è proprio di quelle di alto spessore politico: le diatribe sull’elettività del senato non sono una palestra di grande pensiero costituzionale, ma si vede che è destino (successe già così nei dibattiti alla Costituente).

La questione in campo è banalmente politica. Si vuole mettere alla prova la svolta che Renzi ha impresso al nostro sistema, svolta che peraltro si inserisce in tutto un movimento tellurico che va dallo spazio politico ormai stabilmente occupato dal M5S, alla svolta della destra populista di Salvini, al declino della proposta politica berlusconiana, che secondo alcuni verrà rilanciata da Della Valle e Passera, ma per ora non si sa se ciò sia plausibile. L’incognita che pesa sul nostro paese è nell’intrecciarsi di queste dinamiche, nessuna delle quali deve essere presa in considerazione sganciata dalle altre.

Sembra se ne stia accorgendo persino la minoranza dem che adesso propone a Renzi, neppur tanto fra le righe, una disponibilità a ricompattare i gruppi parlamentari (dicono “il partito” o “il nostro popolo”, ma quelle sono ormai definizioni vuote) in vista di non farsi travolgere dal coalizzarsi delle altre forze. Si tratta certo di una manovra in gran parte tattica per sfuggire al giudizio non esattamente benevolo che ricevono da gran parte dell’opinione pubblica, ma è innegabile che un certo fondamento ci sia. leggi tutto

L’autunno delle scadenze

Paolo Pombeni - 08.09.2015

Siamo alla ripresa autunnale e ci si aspetta che i nodi vengano al pettine. Illudersi che una polemica sull’assistenza ai migranti possa cancellare i due nodi che incombono è vano: Salvini dovrebbe tenere conto che la svolta della Merkel (e dell’Austria) ha mutato la geografia dei sentimenti istintivi della gente, perché l’esempio tedesco pesa sull’opinione pubblica non pregiudizialmente orientata agli egoismi (esiste ovviamente anche quella, ma, per ora, è lontana dall’essere maggioritaria). Renzi dunque su questo terreno vince facile, anche perché lì le opposizioni interne al suo partito non trovano spazio.

Tuttavia, come si diceva, i nodi sono altri, perché l’andamento del fenomeno migratorio non dipende da noi e la spaccatura interna all’Unione Europea rafforza al momento la posizione dell’Italia. La prima questione è la riforma del Senato, non per il suo contenuto, ma per la portata simbolica che ha assunto. La cosiddetta sinistra dem non intende demordere (e del resto con lo spazio mediatico che ottiene grazie a queste impuntature, perché dovrebbe?) e le opposizioni esterne non possono far la figura dei soccorritori di un Renzi che non ha alcuna intenzione di riconoscere dei debiti nei loro confronti.

La maggior parte degli osservatori scommette che si tratti di una sceneggiata che non si concluderà con una crisi della legislatura: si pensa che quelli interessati ad una soluzione così traumatica non siano in numero sufficiente per raggiungere l’obiettivo. leggi tutto

Veri e falsi problemi

Paolo Pombeni - 03.09.2015

Col Parlamento chiuso la politica continua a funzionare, perché i problemi, veri o falsi che siano, non vanno in vacanza. Quelli veramente seri sono due, e cioè la gestione dell’emergenza migranti e la preparazione della manovra economica. Quello sempre meno serio è la battaglia tutta ideologica sulla riforma del Senato.

Per sbarazzarci subito di questa questione, ci permettiamo di ricordare a tutti quelli che vedono nell’abbandono di un Senato ad elezione diretta un vulnus mortale alla democrazia e alla costituzione, che la prima proposta che nella Commissione per la stesura della nostra Carta (la cosiddetta Commissione dei 75) tenne banco sino a fine gennaio 1947 era quella di un Senato eletto per un terzo dai Consigli regionali e per due terzi dai Consigli comunali (dunque con elezione indiretta). Quelli che allora sostennero o non si opposero a questa impostazione (si andava da Mortati ad Einaudi tanto per citare due nomi) erano degli sciocchi che non si rendevano conto dei rischi che avrebbe corso la democrazia? Ci si obietterà che allora non c’era l’Italicum, le regioni dovevano ancora essere costituite e via dicendo, ma i problemi di incertezza circa il futuro del nostro sistema politico non erano minori di oggi. leggi tutto

Una politica che si prepara allo scontro

Paolo Pombeni - 27.08.2015

Dicevano i latini, si vis pacem, para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra: sembra essere questo il motto se non di tutte, di gran parte delle forze politiche italiane. La guerra in questo caso sarebbero le elezioni anticipate; la pace il congelamento della situazione attuale senza vincitori né vinti, se vista dalle opposizioni; una netta affermazione di Renzi se considerata dal punto di vista del governo.

La preparazione della guerra è stata avviata da qualche tempo dalle opposizioni, inclusa quella interna al PD, sia pure in forma più o meno aggressiva a seconda dei casi. La strategia ruota intorno alla presunzione di essere in grado di trasformare la battaglia sulla riforma del senato nel “Vietnam parlamentare” a cui si è alluso in passato. Il complicarsi della situazione di contorno per via del drammatizzarsi della vicenda relativa all’immigrazione e in conseguenza della crisi finanziaria cinese sembra interpretata dalle opposizioni come un aiuto insperato in una battaglia che scalda poco i cuori della gente.

Renzi era infastidito dalla piega presa dagli avvenimenti, ma tutto sommato assente, avendo delegato la polemica ai suoi luogotenenti. Adesso è tornato direttamente in campo, annunciando una campagna in grande stile, destinata a toccare, almeno a quanto si lascia trapelare, quasi tutta l’Italia. leggi tutto

Un difficile autunno

Paolo Pombeni - 25.08.2015

L’autunno rischia di essere ben più difficile di quello che lasciavano prevedere le baruffe estive interne ai partiti. Certo queste non facilitano il necessario lavoro per far fronte ad un futuro incerto, ma, tutto sommato, non incideranno forse più di tanto. A fronte della nuova piega presa dalla crisi economica dopo la flessione delle borse cinesi, a fronte dell’incrementarsi del fenomeno migratorio con l’apertura di una seconda corsia attraverso i Balcani, cosa volete che importi alla gente se il centro-destra vuole o non vuole fare le primarie, e se il nuovo senato sarà eletto con procedure dirette o di secondo grado?

La politica più ruspante l’ha capito e infatti si concentra su quei problemi, ma naturalmente per le forze che in qualche modo devono farsi carico del governo del paese la faccenda è più complicata.

Il tema di fondo dell’autunno, se nel frattempo non cambia la situazione (possibile, ma improbabile), sarà come fronteggiare le angosce che a vari livelli sono indotte dai due fenomeni che abbiamo richiamato. Si tratterà di angosce con un duplice versante: uno di opinione pubblica ed uno delle classi dirigenti.

La sindrome cinese, come viene disinvoltamente etichettata, è un fenomeno complesso. Non sappiamo in termini di analisi economica come la si possa inquadrare (non è il nostro mestiere e cerchiamo di evitare analisi impressionistiche), ma crediamo di poterlo fare in termini politici. leggi tutto