Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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La trappola dell’escalation

Ryad, Teheran

 

Lo scontro politico in corso tra Arabia Saudita e Iran è un passaggio importante e pericoloso della più grande trasformazione delle relazioni internazionali del Medio Oriente.

Dagli anni Settanta, la ricchezza del petrolio ha contribuito a spostare l’asse politico, militare e ideologico della regione dalle coste orientali del Mediterraneo e dal conflitto arabo-israeliano verso il Golfo (persico o arabo dipende da dove lo si osserva) e verso il conflitto politico tra tre Paesi e modelli: l’Iraq baathista del nazionalismo arabo e laico, la Monarchia saudita bastione del radicalismo musulmano-sunnita e la Repubblica islamica d’Iran, bastione del radicalismo musulmano-sciita. Dopo oltre due decenni di guerre, l’Iraq da attore politico è diventato terreno di battaglia tra forze che in modo diverso si richiamano ai modelli ideologici e statuali dell’Iran o dell’Arabia Saudita. Dunque, in una sorta di “guerra fredda” a base confessionale è il conflitto tra diverse correnti dell’Islam politico a prevalere nel Medio oriente di oggi.

 

Dallo sviluppo trainato dal consumo di massa di petrolio negli anni Trenta e dalla Guerra fredda negli anni Cinquanta nacque l’alleanza strategica prima tra USA e Arabia Saudita, e poi tra USA e Iran. La Rivoluzione islamica del 1979 in Iran recise questa alleanza ponendo Washington e Teheran su fronti opposti e consolidando i legami tra Washington e Ryad. leggi tutto

Convergenze e resistenze

La guerra non è di per sé la "levatrice della storia" oppure un evento che trasforma in modo totale le società che ne sono coinvolte. Piuttosto la guerra e i conflitti armati sono dei potenti e drammatici acceleratori di processi di trasformazione già in corso. In Siria, la guerra ha accelerato i conflitti tra città e campagna, tra centri urbani e provinciali del Paese arabo; ha accelerato il disfacimento del vecchio regime ba'thista e riconfigurato le relazioni tra forze armate, stato e Partito, probabilmente a scapito di quest'ultimo; ha accelerato l'ascesa pubblica dell'Islam politico, dimostrando però la carica di divisione che questo porta nelle società secolarizzate o comunque plurali come quella siriana, irachena, tunisina o egiziana; ha accelerato la connessione politica tra due territori affini come Siria e Iraq; ha accelerato la politica di potenza tra Iran, Arabia Saudita, Turchia e Israele, offrendo un terreno di battaglia in cui scontrarsi "per procura"; ha accelerato la crisi delle politiche migratorie europee aggiungendo ai flussi "normali" quelli derivanti da conflitti armati; ha accelerato la crisi delle politiche migratorie europee, fomentando paure e xenofobie a favore di forze nazionaliste.

Ad oltre una settimana di distanza, possiamo chiederci se gli attacchi di Parigi hanno contribuito anche loro ad accelerare i processi in corso: la risposta sembra positiva. Le ripercussioni all’interno dell’Europa non sono qui oggetto di analisi, ma sembra che purtroppo aumenti il giro di vite sostanziale sulle libertà nello spazio pubblico e privato, se non addirittura tramite una modifica costituzionale come in Francia. leggi tutto

Raqqa-Parigi-Raqqa

Le informazioni sulla dinamica degli attentati che hanno colpito Parigi ricostruiscono un’operazione tanto complessa nel suo coordinamento quanto semplice nella sua logica criminale: colpire tre spazi che contraddistinguono la socialità pubblica di Parigi, colpire tutte le persone che le frequentano, indipendentemente da religione, lingua o provenienza, perché “colpevoli” di partecipare ad una socialità che gli attentatori ritengono simbolizzi il nemico. Per l’organizzazione dello Stato islamico (Daesh, acronimo arabo) ora la Francia rappresenta un nemico, come altri Paesi europei.

Sebbene vi siano state delle incongruenze iniziali tra la rivendicazione di Daesh e altri sui canali “ufficiali” di comunicazione, non stupisce che sia l’organizzazione ad esserne il mandante. Dall’estate del 2015, infatti, Daesh è sotto pressione: quelle forze regionali ed internazionali che per anni hanno lasciato che l'organizzazione combattesse prima in Iraq e poi in Siria in funzione anti-iraniana non ne controllano più le azioni e le ambizioni; alcune decidono di "contenerla", e ne subiscono gli attacchi.

Nell’estate del 2015 Daesh ha conquistato Ramadi, il capoluogo della provincia irachena di al Anbar, fulcro e luogo originario dell’organizzazione; si volge poi ad ovest e conquista la città siriana di Tadmur, Palmira, fino a lambire la grande arteria che lega da nord a sud Damasco e Aleppo. In tutti questi casi, leggi tutto

Le sfide dei negoziati sulla Siria.

Nella capitale austriaca, Vienna, si svolgono i nuovi incontri tra gli Stati che sono maggiormente coinvolti nella guerra di Siria. Negli scorsi anni, a Ginevra, si erano svolti incontri simili, con obiettivi simili: mettere fine al conflitti armato che da cinque anni dilania il Paese medio-orientale e che ha causato almeno 300mila morti, sette milioni di siriani costretti a lasciare la propria casa (uno su tre), e una serie di violenze individuali e collettive che hanno lacerato il tessuto sociale e politico del Paese. Se non irrimediabilmente, quantomeno in modo durevole.

Rispetto agli incontri passati, due sono le differenze: una presenza e un'assenza. La nuova presenza riguarda l'Iran, che dopo l'accordo sul nucleare dello scorso luglio, ritorna finalmente ad essere riconosciuto come interlocutore legittimo anche dai suoi rivali statunitensi e, obtorto collo, arabi. Del resto, chiunque abbia mai avuto minima consapevolezza dei rapporti di forza politici e militari in Siria sapeva che senza il coinvolgimento dell'Iran non si può giungere ad alcuna soluzione né militare né negoziata. In questo senso, la diplomazia italiana si era sempre espressa per l'inclusione di Teheran, dovendo però attendere l'esito della questione nucleare. Il coinvolgimento dell'Iran è espressione della situazione sul campo: l'iniziativa militare e diplomatica della Russia vuole accelerare leggi tutto