Ultimo Aggiornamento:
05 agosto 2017
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Una BCE sempre più asimmetrica?

Gianpaolo Rossini - 15.01.2015

La BCE alza i requisiti patrimoniali delle banche. In soldoni gli istituti di credito devono accantonare più denaro e quindi sono costretti a prestarne di meno.  Insomma l’annunciato aumento della circolazione di moneta (quantitative easing) si fa precedere da una manovra che ha l’effetto di ridurre l’effetto di quanto promesso, ma ancora non attuato. Con una mano, prima si toglie e con l’altra, più tardi, si darà. La BCE non fa regali e, se li promette, esige in anticipo contropartite da chi li riceve.  Ma se non bastasse ci sono altre spinosità ancora più insidiose nella politica monetaria di questa banca centrale sempre più arcigna. La prima riguarda il merito (il rating) dei titoli sovrani da acquistare nella manovra di (forse) 500 miliardi annunciata da Draghi. Questo esclude in partenza titoli di Cipro e Grecia negando così la cura ricostituente a chi né ha più bisogno. Alla gente comune le regole (che però nessuno ha mai fatto valere in condizioni di emergenza come quelle di questi giorni) della politica monetaria sono inspiegabilmente crudeli e aggiungono antipatia e distacco verso l’Europa e le sue acide vestali. In occasioni analoghe la FED americana leggi tutto

Patto di stabilità o grande alibi?

Gianpaolo Rossini - 30.12.2014

Italia a disagio con il patto di stabilità. Germania  poco incline ad aprirlo per renderlo più flessibile. Sembrano due posizioni inconciliabili con una unica via d’uscita per il paese più debole cui non resta che fare i compiti a casa fino all’ultima riga. La realtà è forse un po’ diversa e ancora più cruda di quanto non appaia dalle frecciate a distanza tra governi nazionali, commissione della Ue e qualche banchiere centrale dell’eurogruppo. Il Patto di stabilità è una regola con una bella dote di sanzioni e reprimende per i paesi che sgarrano. Ma è macchinoso ed è politicamente difficile applicarlo. E quindi serve quanto la Sagrada Famiglia di Barcelona per dire messa tutti i giorni. Perché in verità i veri guardiani del patto di stabilità sono altri. Stanno nei mercati finanziari e nelle agenzie di rating molto più spicci nelle loro decisioni e nei loro giudizi di quanto non siano gli organismi Ue. Le discussioni sul Patto di Stabilità sono delle stucchevoli sceneggiate che ormai stancamente narrate dai giornalisti che per mestiere devono occuparsi di questioni europee.  E neppure suscitano più alcun interesse nel  pubblico  che sa benissimo che ciò che è in agguato è lo spread e la simpatia o meno dei mercati per i titoli di stato del proprio paese. leggi tutto

Troppi shock per la cara vecchia Europa

Gianpaolo Rossini - 06.12.2014

E’ passato un altro primo giovedì del mese. Sono mesti gli occhi dei mercati e della gente comune  puntati sulle decisioni della BCE, insediata nel nuovo grattacielo a Francoforte costato più di una avveniristica sonda spaziale. La BCE, per bocca del suo presidente, si è di nuovo negata alle richieste dell’economia. Non ci sarà alcuna espansione monetaria. Forse se ne riparlerà nel 2015. Per chi crede nella Befana ci sono ancora speranze. Per chi è invece già adulto c’è la certezza che dalla torre di cristallo di Francoforte non verranno doni. Dovremo invece sorbirci ancora una volta il trito invito a fare riforme. Forse la deflazione non fa più paura e questa potrebbe essere la spiegazione. Non è chiaro su quali basi poggi questa spavalderia. Ma forse è semplicemente l’aut aut di qualche fastidioso rappresentante delle banche centrali nazionali nel board BCE. Ci risulta però che la BCE abbia un obiettivo di stabilità dei prezzi che vale sia per combattere l’inflazione sopra il 2% sia per impedire che i prezzi scivolino sotto zero. E la BCE l’abbiamo vista ben attiva e accigliata quando l’inflazione stava di un pelino sopra il 2% con i saggi teutonici che agitavano la falce lugubre della iperinflazione della Germania di Weimar. Ora in quasi tutti le lande dove tintinna l’euro i prezzi strisciano sopra lo zero o sono già sotto di un bel po’ (come in Spagna). Eppure sembra si viva con un certo piacere a Francoforte questa pseudo armonia di prezzi che galleggiano sull’acqua di un mare calmo in cui rischiano presto di finire sul fondo. Il paradosso è ancora più stridente se si legge quanto dichiarato da Draghi, sempre più simile ad un internato che fa volare tra le sbarre della sua gattabuia un messaggio disperato sperando che qualcuno abbia la grazia di raccoglierlo. leggi tutto

Calamità naturali: un’occasione per solidarietà, mercato e un freno al cemento

Gianpaolo Rossini - 14.10.2014

A Genova il copione delle calamità naturali che si abbattono sul nostro paese si è ripetuto puntualmente la settimana passata. Poco importa che fosse o meno prevedibile. Purtroppo siamo sempre indietro con le opere di protezione dell’ambiente . Il problema resta e, al di là delle semplificazioni demagogiche non è di immediata soluzione. La Suprema Corte il 16 febbraio 2012   cancellò  per illegittimità costituzionale la norma che chiedeva alle regioni di partecipare con maggiori imposte locali al finanziamento delle emergenze dovute a calamità. Certo, lo scarico di responsabilità è un gioco che si ripete. Le colpe , quando ci sono, sono diffuse tra cittadini, spesso veri roditori del territorio, e vari organi  dello stato, nessuno escluso.

In ogni caso dobbiamo affrontare il finanziamento delle emergenze ambientali, dei grandi rischi e della Protezione Civile. Un modo meno impegnativo per le casse pubbliche potrebbe passare attraverso il ricorso ad assicurazioni private.  Le emergenze e i grandi rischi toccano in maniera imprevedibile e casuale zone diverse del paese lasciando altre temporaneamente immuni da danni. Nessuna area è immune da rischi anche se tra loro diversi. Si tratta quindi di eventi agevolmente assicurabili se il territorio nazionale viene coperto da assicurazione obbligatoria contro una vasta gamma di grandi rischi calamitosi.  A dire il vero, vi sono già alcuni soggetti, ad esempio imprese, che assicurano stabilimenti,  macchinari e manufatti contro questo tipo di rischi. Ma per molti altri non è così. Per le residenze abitative una tale copertura è quasi assente. Così come per molti edifici pubblici e infrastrutture. leggi tutto

Fino a quando useremo banconote e monete?

Gianpaolo Rossini - 27.09.2014

Qualche giorno fa il settimanale inglese “Economist” si chiedeva fino a quando useremo banconote e monete metalliche per i nostri pagamenti. Diversi studiosi si stanno occupando del tema, tra cui Kenneth Rogoff vicepresidente del Fondo Monetario Internazionale. La questione tocca diversi aspetti non puramente economici della vita pubblica e privata. Le tecnologie digitali oggi hanno portato due grandi novità. La prima concerne la moneta prodotta dalla banca centrale in collaborazione con il sistema delle banche. La seconda riguarda la nascita di nuove monete digitali che circolano solo sulla rete e che sono gestite da privati o da web communities senza alcuna supervisione dell’autorità monetaria. In alcuni paesi la tendenza è ad usare sempre meno banconote e monete e al loro posto utilizzare il sistema dei pagamenti privato delle banche  con carte di credito, di debito, prepagate e carte bancomat con supervisione della banca centrale, organismo pubblico. Questo ha significato in diversi casi una riduzione della circolazione della moneta prodotta dalla banca centrale, ovvero il contante. Il fenomeno però non è diffuso in modo omogeneo e in alcuni paesi la circolazione del contante legale (legal tender) è ancora su livelli sostenuti. A fianco di questo fenomeno c’è quello del tutto nuovo di monete digitali private. leggi tutto

La BCE senza una strategia e noi?

Gianpaolo Rossini - 23.09.2014

La Bce  estrae  il suo bazooka ma le polveri sono bagnate. La grande operazione sbandierata da mesi è arrivata ma è un mezzo flop. Le banche cui è destinata la liquidità offerta dalla BCE chiedono solo 82 dei 100 (o forse 200) miliardi che erano stati previsti.  Insomma molto rumore per nulla, ma soprattutto la dimostrazione che quando si arriva tardi dopo annunci per mesi senza seguito il mercato non riesce più neppure a digerire la magra medicina offerta. Non è un bel segnale. E’ però la dimostrazione che la Bce  non può continuare a vivere di annunci e che questi scivolano via come l’acqua sul marciapiede. Le banche non sono più disponibili, o lo sono solo in parte, a sporcarsi le mani. Faticano a finanziare le imprese perché le imprese non si espongono in quanto non vedono segnali positivi per investire.  La BCE ha lasciato crescere le posizioni debitorie dei settori pubblici di molti paesi – Italia compresa – senza intervenire energicamente per eliminare gli spread  e questo ha imposto ai paesi più deboli manovre fiscali su manovre e tagli alla spesa pubblica riducendo la domanda interna in maniera eccessiva soprattutto per pagare interessi divenuti esorbitanti a causa della inanità della BCE e dei veti tedeschi sugli eurobonds. Ora anche la politica monetaria può poco perché arriva tardi. Siamo in una trappola della liquidità in cui si continua ad accumulare liquidità in attesa di tempi migliori e intanto i prezzi scendono facendoci entrare in un processo deflativo che non sarà facile fermare, visto anche la ormai quasi impotenza cui si è autocondannata la Bce, brava nel chiedere riforme ai paesi ma un po’ meno nel fare il suo mestiere. leggi tutto

NTV errori e lezioni

Gianpaolo Rossini - 13.09.2014

Il quasi fallimento della NTV, concorrente nell’alta velocità di Trenitalia, è il risultato di una lunga serie di errori dai quali potremmo trarre però qualche lezione per il futuro qualora avessimo la disponibilità a riconoscere onestamente dove si è sbagliato.

Il primo errore è che si è voluto in maniera ideologica e pretenziosa introdurre la concorrenza in un settore che per molti versi è una sorta di monopolio naturale. Nel quale le economie che derivano dall’avere una sola impresa sono di gran lunga superiori ai vantaggi di avere concorrenza, che in certi settori costa troppo e i consumatori non sono disposti a pagarla. Insomma le ferrovie sono un monopolio naturale dove avere più di un operatore ha costi esorbitanti e dunque non c’è spazio per la concorrenza. Si obietta che il trasporto ferroviario è monopolio naturale solo per la rete ferroviaria e non per gli operatori che mettono i treni sui binari. E quindi si può scorporare la rete dagli operatori e le stazioni dalla rete come si è fatto in Italia. Ma queste politiche non portano a risultati positivi perché sono talmente tante le sinergie tra rete, operatori dei treni e stazioni che il loro scorporo e separazione (unbundling) non porta a guadagni di efficienza ma solo a costi aggiuntivi per i consumatori in termini di prezzi e soprattutto di servizio che diventa più scadente, meno accessibile alla fasce basse dei consumatori e alle zone remote, se non viene pesantemente sussidiato. leggi tutto

Un altro passo della BCE e il corridoio stretto delle politiche per il rilancio

Gianpaolo Rossini - 06.09.2014

Un altro piccolo passo si è aggiunto il 4 settembre nel cammino della BCE verso una politica monetaria espansiva. C’è un ritocco dei tassi verso il basso che costringe le banche ad evitare di ritornare la liquidità alla stessa BCE che l’ha creata. C’è infatti un tasso negativo sui depositi presso la BCE che ora si è fatto più cospicuo (-0.20% dal livello precedente di -0.10%) e che dovrebbe spingere le banche a prestare di più a imprese e (forse) a governi. Poi c’è l’impegno ad acquistare titoli derivati ABS con la speranza che il conseguente abbassamento del tasso su questi si trasferisca anche a titoli obbligazionari privati e pubblici. Per quanto riguarda le manovre di espansione della offerta di moneta (quantitative easing) più volte promesse sembrano divenute meno probabili o sostituite da misure indirette ma certamente meno efficaci. Insomma un pacchetto di politiche che vanno nella giusta direzione ma con tempestività che appare in affanno e di dimensione sempre insufficiente. Ormai abbiamo compreso che in eurolandia tutte le politiche economiche sono costrette in corridoi molto stretti e che gran parte dei governi devono spingere al massimo sulla comunicazione perché nella sostanza possono fare sempre meno. leggi tutto

Deflazione: quantò si’ bruttà

Gianpaolo Rossini - 19.08.2014

I timori espressi  su queste colonne sul pericolo deflazione si sono materializzati  con le notizie sui prezzi in calo (inflazione negativa = deflazione) e sullo stop della Germania il cui Pil nel secondo semestre è sceso dello 0.2%, come l’anemica Italia.

Intendiamoci, sarebbe positiva per l’Italia una dinamica dei prezzi  più contenuta che in Germania per recuperare la competitività erosa nei primi due decenni di vita dell’euro con l’inflazione italiana superiore a quella teutonica. Dovremmo però evitare di gettarci in una scivolosa spirale deflazionistica. Avremmo perciò bisogno di un po’ di inflazione in Germania, attorno al 2-3% annuo, e stabilità dei prezzi in Italia. La Germania  non sembra però disposta ad un’inflazione al 2-3% annuo. Eppoi un’inflazione zero è rischiosa. Perché implica prezzi che scendono un po’ in alcuni comparti e che salgono in altri. Ma non è facile trattenere i settori dove i prezzi crescono dal farli scendere per rincorrere i consumatori.  leggi tutto

La ripresa che non c’è e la BCE bella addormentata

Gianpaolo Rossini - 12.08.2014

Un dato congiunturale insoddisfacente che vede il Pil italiano scendere dello 0.2% nel secondo trimestre del 2014  è bastato per rimettere un punto interrogativo sulle capacità dell’Italia di rimettersi dalla lunga crisi che ormai dura da 4 anni. Lo spread dei tassi a 10 anni rispetto ai corrispondenti tedeschi si è alzato improvvisamente volando verso 180, vanificando in poche ore gli sforzi di tagli della spesa pubblica e di imposte che non si possono ridurre. Il dato congiunturale non è certo incoraggiante ma occorre essere prudenti perché la ripresa lenta sta forse facendosi strada soprattutto in alcuni settori. Tra questi vi sono produzioni tradizionali come alimentari, abbigliamento, legno e metallurgia e alcuni avanzati tra cui elettronica, farmaceutici, mezzi di trasporto, gomma e materie plastiche. Tra i tradizionali, il settore alimentare e quello dell’abbigliamento sono in realtà posizionati per lo più nelle fasce alte della qualità e quindi sono meno colpiti dalla concorrenza internazionale di prezzo.  Tra gli avanzati, elettronica e farmaceutica segnalano una forte capacità nell’innovazione e nella ricerca a dispetto di tante litanie recitate giornalmente nei media sulla scarsa capacità di aprire nuovi orizzonti produttivi. Tra le industrie che invece sembrano arrancare di più e che mostrano  segni negativi troviamo le apparecchiature elettriche e il settore petrolifero. Il secondo è dovuto ad un minore consumo e ad una ridotta raffinazione a vantaggio di paesi emergenti produttori di petrolio e non, due trend difficili da contrastare.  Il primo caso invece preoccupa non poco perché evidenzia un lento e inarrestabile declino del nostro paese in questo ambito. leggi tutto