Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
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Trump e i diversi volti del populismo

Loris Zanatta * - 03.12.2016
Maduro e Trump

Ora ci toccherà prendere sul serio Donald Trump. Finora avevamo fugato il suo fantasma facendo scongiuri, scrollando le spalle, ironizzando sui suoi eccessi. Era un impresentabile: chiuso. Eppure presto sarà il Presidente degli Stati Uniti. Capita sempre più spesso che il mondo faccia il tifo per qualcuno e il paese interessato gli volti le spalle. E’ appena capitato col plebiscito colombiano. Ed è stato così a lungo anche in Italia: il mondo rideva di Berlusconi, ma la maggioranza degli italiani lo votava. Il fatto è che viviamo sì in un mondo globale, ma ciò non implica che il mondo, per ben informato che si creda, comprenda umori e dinamiche di luoghi remoti e complessi. Ora è capitato con gli Stati Uniti. Su Trump, sulla sua figura e sul suo trionfo son già colati e ancora più colano oggi fiumi di inchiostro. In realtà, però, su chi è, su quanto ci è e quanto ci fa, su cosa farà davvero, regna l’assoluta incertezza, perfino tra i più esperti e informati osservatori della realtà statunitense. Solo su una cosa nessuno ha dubbi: la sua inattesa vittoria ci racconta una società attraversata da un grave malessere, arrabbiata e spaventata, ansiosa di riscatto ma orfana di rappresentanza politica.       

E adesso? Va da sé che l’ingresso alla Casa Bianca di un personaggio simile generi rabbia e timore, che sorga spontaneo evocare il suicidio morale di una grande democrazia, che qualcuno, amante del paradosso, imprechi perfino contro il suffragio universale. I catastrofisti hanno argomenti forti. Ci parlano già di crisi terminale della liberal democrazia, dell’ennesimo declino occidentale, della fine mille volte annunciata del capitalismo. Se Trump siede nello studio ovale, hanno ragione di dire, allora chiunque può aspirare a qualsiasi cosa, cade ogni barriera tra decenza e indecenza e gli indecenti del mondo si sfregano felici le mani. Cosa potrebbe ora impedire a un leader razzista e xenofobo di guidare un grande paese europeo? Il tabù è infranto. Certo, si potrebbe obiettare che è questione di gusti e sensibilità, che Vladimir Putin non è più decente di Trump ma è un leader mondiale riconosciuto, che Nicolás Maduro è una pericolosa macchietta ma nessuno si scandalizza che visiti la Santa Sede. Ma non importa: l’elezione di Trump ci appare un vulnus al tempio della democrazia, intesa non solamente come un sistema istituzionale, ma come uno stile di vita, un modo di convivenza nella pluralità, uno spirito di apertura e tolleranza verso il mondo. Chi ha sempre ammirato gli Stati Uniti, senza mai rinunciare alla critica, si dispera; chi li ha sempre odiati, stappa champagne.

A champagne avranno senz’altro brindato a Mosca, celebrando un evento caduto sull’Europa come un tremendo lutto in famiglia, da cui i governi europei occidentali faticano a riprendersi. E benché sia ovvio pensare che l’elezione di Trump sia caduta come un secchio d’acqua gelata sui governi e le opinioni pubbliche dell’America Latina, visto il suo esplicito e reiterato disprezzo verso i latinos, non sarei così certo che tutti ne siano dispiaciuti. Lo saranno i tanti che speravano nella continuità della politica di Obama per costruire una solida partnership. Non lo saranno invece i tanti populisti in crisi: lo yankee è tornato, penseranno, la fabbrica dell’antiamericanismo, produttrice di consenso a basso costo, può riaprire i battenti. Il contenuto della politica di Trump verso la regione, ad oggi imprevedibile, sarà in tal senso secondario. 

Ma forse i catastrofisti esagerano. D’altronde lo fanno per definizione: a volte indovinano, spesso sbagliano. Allo storico, che immagina il futuro soppesando il passato, tocca però sia considerare la rottura che abbaglia, sia le continuità che neppure i più bruschi traumi interrompono del tutto. Non v’è dubbio che il caso di Trump implichi una sfida radicale per il sistema politico e costituzionale degli Stati Uniti. Come aveva ammonito Bruce Ackerman nei suoi eccellenti studi, il sistema delle primarie produce candidati assai più radicali di quelli che il cittadino medio statunitense, la grande maggioranza del paese che non milita in alcun partito, di per sé sceglierebbe. Così è stato stavolta più che in ogni altro caso. Al tempo stesso, però, non va dimenticato che la tradizione costituzionale e la natura aperta e plurale della società civile nordamericana hanno sempre avuto grandi capacità di ingabbiare le sfide populiste; sfide di cui la storia degli Stati Uniti è colma.

A tal proposito, valgano alcune precisazioni; anche perché così come molti anglosassoni faticano a comprendere il populismo latino, al punto da prendere sonore cantonate storiche invaghendosi ora di un Mussolini ora di un Chávez, allo stesso modo i latini errano talvolta a valutare il populismo statunitense attraverso il prisma di quello latino. Come quello latino, il populismo negli Stati Uniti suole invocare un popolo puro ansioso di redenzione al cospetto di un establishment che, afferma, lo ha derubato della sovranità di cui è titolare. Fin qui non c’è differenza tra i due tipi di populismo: si tratta di un fenomeno redentivo, come tale manicheo e piuttosto rozzo nella sua semplificazione del mondo, ma molto potente ed efficace nel mobilitare il suo popolo contro una élite. A partire da tale base, però, i due populismi seguono vie divergenti poiché diverso è il passato che evocano per combattere i soprusi che denunciano. Il populismo latino evoca un passato in cui il popolo era unito, virtuoso, legato da un’identità comune. Spesso inconsapevole di ispirarsi così alle radici cattoliche della civiltà latina, il populismo latino suole additare nel liberalismo e nei suoi corollari filosofici e politici - la divisione dei poteri, la sacralità dei diritti individuali, il pluripartitismo - la minaccia che grava sull’unità organica del popolo, la causa della sua perdita di sovranità. Per questo è antiliberale fino al midollo e quando si impossessa del potere ambisce a rifondare l’ordine politico sconfessando la democrazia liberale. Ma così non è nel populismo anglosassone. Può essere assai radicale, come quello con cui Trump ama finora presentarsi, ma nel suo passato non c’è un’utopia antiliberale, non c’è il sogno di ricostituire un’identità primigenia contraria alla democrazia liberale. Semmai il contrario: poiché nel passato degli Stati Uniti, nel loro stesso mito fondatore, democrazia e libertà individuale sono così connessi, il populismo statunitense suole invocare una specie di iperliberalismo, il ritorno  alle fonti di una democrazia che giudica distorta dal potere delle élites e di una libertà che ritiene minacciata dall’invadenza statale.  

Perché può essere utile fare queste considerazioni ora che il mondo osserva la sfera di cristallo in cerca di indizi che aiutino a immaginare il futuro che ci attende appena Donald Trump entrerà alla Casa Bianca? Perché per quanto preoccupante sia la vittoria di Trump, cosa difficile a negarsi, la storia e la natura del populismo statunitense sono tali da inibire un mutamento di regime politico. Non è ipotizzabile, in altri termini, che il nuovo presidente colonizzi il potere giudiziario, distorca il complesso sistema di pesi e contrappesi del sistema costituzionale, immagini di emendarlo per farsi rieleggere all’infinito, sogni di porre le briglia sul collo della società civile e così via; per le stesse ragioni, gli sarà anche difficile imprimere svolte troppo radicali alla politica estera del suo paese. Un presidente impresentabile governerà dunque tra poco un sistema politico capace di produrre gli anticorpi necessari per metabolizzarne la sfida, assorbirne la carica eversiva e renderlo un giorno, chissà, perfino presentabile. Non posso esserne certo, ma confido che così andranno le cose.

 

 

 

        

* Professore ordinario di Storia dell’America Latina- Università di Bologna